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domenica, novembre 08, 2015

Il buono

L'angoscia di vivere è piuttosto semplice da raccontare.
Ti tormenti, ti rigiri, un verme senza occhi si ciba delle tue budella. Le stanze si curvano su loro stesse fino a inglobarti e non c'è nulla di più pesante e cementifico delle lenzuola del tuo letto, al mattino, e non c'è nulla che possa farti alzare, per tutto il giorno.
Il cervello si spegne, si atrofizza il cuore. 
I diari e i romanzi si riempiono di immagini che sgorgano abbastanza veloci da questo male e si prova anche un sottile piacere -destinato a svanire assai in fretta, altrimenti non si sarebbe dei gran depressoni- a decorare fogli di carta e fogli di blog con le proprie grondanti sofferenze.
Raccontare lo stare bene, per contro, è difficilissimo.
Quando si sta bene si vive e basta.
Io immagazzino. 
Colline verdi fluorescenti. Raggi di sole, aria fredda. Un bicchiere pieno di matite colorate, con la punta nuova nuova.
I pavimenti puliti. 
L'autobus puntuale. 
Le scarpe calde e togliersele per giocare con i bambini a scuola. 
Nel profondo del profondo della sofferenza, tutto questo c'è.
Ci sono i prati, ci sono le vetrine con dentro i dolci e i bottoni.
Ma non lo si vede per niente. E quindi, alla fine, si racconta di niente.
Per raccontare bene, credo, si devono provare sia lo stare molto male che lo stare molto bene. 
Tutto questo l'ho pensato mentre imbottivo un pollo con la crema al burro e aromi. 
Si prende un pollo di circa un kg e mezzo (perché quello che ho comprato ieri pesava così. Se ne avete comprato uno da due chili, prendetene uno da due kg). Lo si mette in una teglia di ceramica bianca, ovale, dai bordi alti (la mia preferita. Avete quella rettangolare dai bordi bassi di una sottomarca della Cuki? Va benissimo anche quella).
In un mortaio si tritano: salvia, rosmarino, aglio, sale grosso, maggiorana, prezzemolo, timo e tutto quello che esce dall'armadietto del casino della vostra cucina e vi dia l'idea che possa condire per bene un pollo (sì, comprese le stecche di cannella vecchierelle).
Poi si sceglie una bella ciotolina e vi si versa il trito di erbe. Ci grattate dentro anche la scorza del limone avanzata dalla preparazione della torta di mele del giorno prima. 
Infine recuperate il panetto di burro lasciato fuori dal frigo dopo la colazione. Ne staccate un bel pezzettone e lo mettete anche lui nella ciotolina con le erbe e il sale. 
Impastate con le mani. 
Prendete il pollo con le mani tutte imburrate. Lo spalmate dentro e fuori con 'stintruglio meraviglioso; alzate la pelle, massaggiate le cosce. Quel pollo è stato allevato e ucciso perché voi possiate ora godere della sua carne. Sceglietelo con cura: non allevato in gabbia, poverino. Non da allevamento intensivo, se riuscite. Sceglietelo felice, che abbia fatto una bella vita, e vi ripagherà con un sapore paradisiaco. 
Poi l'ho messo in forno, tutto imburrato e con nel busto conficcato il limone intero dalla buccia grattata.
Sono qui che aspetto che si cuocia. 
Prima di accendere il computer mi sono lavata le mani e il burro ha reso la mia pelle liscissima, quasi impermeabile. 
Ho pensato alla domenica. 
Domenica: ragù, pollo arrosto con le patate.
Ho pensato all'attesa: riposarmi un po' dopo aver pulito casa e fatto da mangiare.
E allo stare bene. All'avere pace, all'avere abbastanza da mangiare.
All'importanza delle pause.
Al metodo. 
I due metodi che sto seguendo adesso, Flylady e una dieta dimagrante, insistono entrambi nel sottolineare quanto sia fondamentale darsi una tregua.
Dopo tre quarti d'ora passati a pulire, perché accanirsi ancora? Hai già fatto a sufficienza. Stendi i piedi su una sedia e riposa.
Dopo sei giorni passati a controllarti molto nel mangiare, perché privarsi di un pasto proprio come lo vuoi? Preparati qualcosa di davvero gustoso e che desideri, e preparalo proprio come andrebbe preparato, e goditelo.
Non c'è nessun vantaggio nel punirsi. 
Non c'è nessun beneficio duraturo che nasca dalla privazione.
Perdònati.
Oggi è partito davvero bene. Mi sono svegliata con accanto il mio nipotino. Ho preparato la colazione, ho salutato bene mia sorella e mio cognato. Ho ricevuto un messaggio sul telefono che ha confermato quanto sia in grado di fare ciò che voglio, e bene, con successo (questa ve la racconto un'altra volta).
Ho farcito il pollo. Ho guardato fuori dalla finestra e sembra aprile, però col cielo intenso dell'autunno.
Ho i miei colori, le mie matite pronte a scatenarsi.
Il mio male di vivere c'è stato, sotto tutto questo c'è ancora.
Ci sono le mattine difficili e la voglia di non alzarsi per niente al mondo. Il dolore c'è, la sofferenza, e mentre io sono qui a cercare di raccontare lo stare bene, a dieci km da casa mia questo dolore si manifesta.
In piazza, Salvini e la Lega, forse pure Berlusconi, chissà. Odiare se stessi porta all'odio per gli altri, porta ad annientare te stesso e gli altri esseri umani; porta al chiudersi accroccati lontani dal mondo, nel diniego della natura stessa dell'esistenza, che è la luce, che è il mutuo soccorso, che è il cercare di costruire, di preparare il meglio, e che sia per tutti. Perdonarsi, perdonarsi, perdonarsi. Se stessi, profondamente, e di conseguenza tutti gli altri. Chissà se i leghisti si prendono ogni tanto una pausa da tutto l'odio becero che provano per se stessi, come faccio ogni tanto io, dalla dieta e le pulizie? Non lo so.
Quando stai molto bene, queste cose quasi non le vedi. 
E quindi, alla fine, si racconta del buono che c'è. 


lunedì, febbraio 18, 2013

A cena dagli Chef

A un certo punto della cena, il papà di Aurora ha detto
"voglio farti vedere il librone, dov'è il librone delle foto? Troviamolo!" e tutta la famiglia si è alzata dal tavolo piantando a metà il mascarpone, spostando librerie e aprendo bauli, per tentare di accontentare la sua richiesta.
Allora lì ho creduto di intuire cosa possa significare vivere con uno chef.
Aurora è stata eletta migliore giovane chef nel 2012, è una tipina dalla faccia aguzza e la testa piena di idee e determinazione. La sua passione è cresciuta nel ristorante di famiglia, gestito da suo papà, chef anche lui. Mi ha invitata a cena a casa sua perché, dice, "così stiamo un po' insieme".
Io mi aspettavo di cenare nel suo ristorante.
Mi prefiguravo tovaglie bianche e bicchieri panciuti, brine di piselli e uova spumose alla crema di tartufi.
"Mi puoi dare un passaggio tu, dopo la presentazione?"
In macchina, mentre immaginavo sulla lingua le consistenze ricercate e nei piedi il lieve disagio di cenare in un ristorante di lusso, con Aurora ho parlato d'amore, di quanto sia dura trovare qualcuno che stia al passo con le nostre passioni.
"Che meraviglia di donna", pensavo, mentre seguivo i tornanti massacrando lo sterzo e l'ascoltavo parlare di cosa ama, di dove va, di cosa cerca e cosa vede, ogni giorno, che la ispiri a creare. Come faccio io.
Ad aspettarci in giardino, nascosto da un gran giaccone, suo papà.
"Siete già in ritardo" ci dice. Poi spalanca le porte del paradiso.
Non capisco se l'odore sia pane, biscotti o carne cotta per ore.
Odore di casa di montagna, di dispensa, e banconi lucidi tutto intorno.


Nella distesa di piani di lavoro e fornelli, spicca fiera una planetaria Kitchen Aid, delizia e oggetto mitico di qualsiasi appassionato di cucina.
"Vedi Marta? Lì abbiamo i frigoriferi dove teniamo le creme, lì il pesce, in questi cassetti la verdura, poi c'è la zona adibita alla preparazione del pane, qui niente si contamina, niente viene a contatto con cosa non deve, il sedano mai con la carne, un sedano è un sedano e basta".
Una cucina professionale.
Per una volta, non so cosa dire. Mi riempio gli occhi dei rubinetti ricurvi, nasoni immensi su vasche in attesa, dei forni, dell'alluminio attorno ai fornelli, e mi inebrio di spiegazioni e di quell'odore pieno che avvolge gli strumenti. Un'emozione è un'emozione e basta.
Faccio tante domande ad Aurora, le chiedo se anche per lei il suo lavoro sia donare e darsi totalmente, e cosa le piace, e cosa fa in questa cucina gigante, e chi ha scelto il color carta da zucchero della sala del ristorante.
A un certo punto mi ferma, il telefono squilla.
"A tavola!" mi dice, e mi porta da un'altra parte.
Non mangiamo qui?
"Mangiamo a casa!"
L'odore veniva dal suo appartamento. E' ragù, scopro. Mi hanno preparato le lasagne.
Intorno alla tavola c'è tutta la sua famiglia, bellissima, di uomini e donne, e piatti di bruschette con la mozzarella e il pesto, e verdure grigliate ripiene di parmigiano e pangrattato, e suo babbo chino sul camino che griglia l'equivalente di mezzo porco da un quintale sottoforma di costine e salsicce.
Mi viene quasi da piangere.
Mi offrono le lasagne più buone della mia vita, e un vino che spacca la famiglia in fazione "è speciale" e partito "sa di tappo".
Per me è squisito, ma non esprimo il mio credo.
Ascolto rapita, rimpinzandomi di lasagne e verdure, i racconti del papà di Aurora. Di quando ha cominciato come chef nelle cucine degli alberghi di lusso in riviera, di cosa significhi entrare in una cucina e partire da zero, dallo scopare per terra le bucce e carpire di nascosto i segreti del maestro. Parliamo di cosa ci piace mangiare, di come sia giusto cuocere il pesce, di come si conserva e cosa vuol dire il rispetto, l'umiltà, il volere imparare e di cosa sia la cottura sottovuoto (se non lo sapete, una vera figata).
Divoro salsicce e imparo come sia grave pretendere di sapere come si sgusciano le cappesante.
Capisco che la passione presupponga un lavoro e una dedizione che nulla hanno a che vedere con l'ansia di arrivare.
Spolpo costine e rido alle battute. Vengo investita da un calore che mi commuove, tenero come gli spicchi di patate al forno serviti nella terrina di porcellana, e sincero come il "se ne vuoi ce n'è ancora" ripetuto da tutti durante la cena.
Il librone arriva insieme al tiramisù.
E' pieno di fotografie che virano all'arancione, tutte raffiguranti i banchetti che negli anni settanta il papà di Aurora preparava negli hotel per i clienti tedeschi.
Una sfilata di arrosti infilzati di foie gras, di salmoni in bella vista, di ghirigori di burro, di aragoste sull'attenti e maionesi strabordanti, di sculture di ghiaccio fatte con lo scalpello e riempite di fiori e fagiani disossati e ricostruiti perfetti, come fossero vivi, con un acino d'uva in bocca da banchetto di Trimalcione.
Un librone di ricordi e di racconti, di sguardi fieri della brigata al servizio dello stupore e dell'abbondanza.
Qualcosa che mi scalda il cuore e mi entusiasma. Come vorrei mangiare tutto, come vorrei portarmi a casa quelle foto di filetti in crosta, riguardarmele in estasi ogni tanto, giusto per ricordarmi che c'è stato anche questo, che esistono famiglie così, che hanno queste storie, queste esperienze.
Lontane dalle mie, vicine ai miei desideri.
Me ne vado, a un certo punto, dopo il caffè e tante altre chiacchiere.
Prima di partire, però, Aurora mi porta nel sottoscala e mi regala tre barattoli preziosi:
conserva di cotogne, di limoni e noci in aceto balsamico.
"Che cosa sono?" le chiedo
"Sono noci fresche, senza guscio duro, messe sotto spirito e aceto, lasciate a macerare un anno".
Si bucano che sono ancora morbide, così si impregnano del sugo in cui riposano.
Un po' come noi, penso: che da che siamo ancora teneri assorbiamo gli umori, e il sapore, di ciò che ci sta intorno.
E se abbiamo cuore e voglia di imparare, riusciamo a crearne qualcosa di meraviglioso.







venerdì, febbraio 17, 2012

E' dura

E' dura non raccontarvi di quello che vorrei e che mi interessa realmente al momento, di quello che mi impasta il cuore e i polmoni in un'unica spugna esausta e blocca il respiro e mi grinza la pelle e mi fa intrecciare le dita e riempie di prospettive e felicità, è dura trattenersi, ma si deve,
così cerco di infarcirmi e raccontarvi d'altro, e per fortuna la mia vita tanto ricca e strana e irta di pieghe assurde non manca mai di donarmi spunti e avventure interessanti.
Sono in Calabria.
Stamattina sono andata al mercato e ho visto olive talmente grosse e gonfie di succo che veniva voglia di strizzarle e berle dal buchino, copertoni di formaggi impilati accanto a collane di salsiccia piccante salame dolce salsiccini all'anice al finocchio al pistacchio, vasi di miele millefiori liquido e di non so cosa cristallizzato, bidoni di alici sacchi di nocciole, pasta di mandorle e bottiglie su bottiglie di alcool puro "perché qui fanno tutti a casa il limoncello, non solo mio papà".
Poi ieri tornando dalla casa di Adriano che sta in un paesino di nome Pietrastorta c'era un camion davanti alla nostra macchina, e io ero al telefono a parlare della cosa di cui non posso parlare, e Marco mi ha dato una gomitata piccola e ha detto: "vedi? Vedi?" quel camion pieno di una roba grigia molliccia, e io ho fatto "sì sì" con la testa pensando fosse neve.
Ci sono 10 gradi qui, e io: sì sì è la neve.
Ho messo giù il telefono mi ha detto: "Hai visto cos'era?"
E io: "sì è neve!"
"Ma no ma che neve? Erano gli scarti della lavorazione delle arance".
Mi devo abituare ai colori di qui, agli specchi di luce sul mare e al mare che si apre tra le montagne come una vagina fertile, alle ficarazze viola al profumo di cozze pulite ed è dura, perché sono abituata ad affacciarmi e a sentire l'odore di castagne e di brace e di animali di corsa sui calanchi, al pesce che puzza.
La mamma di Marco mi dice come al solito che sono grassa.
E che sono sfigata, perché ancora non mi sono laureata.
E che non ho un posto fisso ed è per questo e solo per questo che loro ci pagano l'assicurazione.
E le cose al mercato.
E la parrucchiera, che a quei capelli devi pur farci qualcosa.
No non andarci tu, che vai tu che fa freddo, chiamo la mia a casa che in mezz'ora ti fa la piega e chiede solo sei euro.
Devo abituarmi a lasciarmi comandare e criticare almeno per tre giorni, senza fare storie mandando giù il senso d'inadeguatezza e l'ottima insalata di polpo.
La mamma di Marco mi vuole bene ed è per questo che mi dice che mi devo laureare e dimagrire.
Ma se mi volesse bene forse mi direbbe che nella vita devo fare quello che mi rende più felice e che sono bella anche con la mia ciccia e i capelli bianchi pettinati con le molotov, e poi insomma io una madre che mi vuole bene e di cui essere scontenta ce l'ho già, perché preoccuparmi pure di averne un'altra?
Infatti lavo i piatti.
"No che fai Marta ci penso io"
No no ci penso io così almeno occupo le mani in modi non punibili penalmente.
La sera abbiamo visto Fabio che è il cugino di Marco che ha una testa densa densa di capelli ricci e di cervello che si è fatto tre Negroni e poi mi ha abbracciata stretta e nel suo maglioncino pure lui stretto e la pancia tonda e nello spazio tra i baffi c'è scritto che ha sofferto e che ha capito, e io lo amo per questo.
Fabio mi piace perché avrebbe potuto insegnare filosofia in un liceo del nord ma ha preferito stare giù al sud e fotografare di mestiere gli zingari ed essere proprio com'è invece che diventare come avrebbe voluto sua zia, e poi perché la prima volta che ero qui mi ha seguita sul balcone e mi ha detto:
"non mi piace chi parla troppo"
e siamo stati zitti a guardare i tetti piatti dall'alto.
Stasera andiamo di nuovo a mangiare insieme nella casa del balcone in cima a Reggio e ci scialiamo, come dicono qui, che vuol dire ci divertiamo, che è un'espressione che mi fa sempre venire in mente la sciacquatura dei capperi sotto sale.
Marco viene qui per trovare i suoi anche se con i suoi non ci sta mai, perché nemmeno lui si è laureato non ha fatto non ha raggiunto, e passa tutto il tempo a girare per amici e liutai e studi di registrazione perché sta Per Uscire il Nuovo Disco.
Però quando suo papà mi racconta di quando era piccolo e lo portava in giro come un bambolotto, lo vedo che è contento.
Allora adesso io ho questa cosa che non posso dire che è come se mi riempisse dallo sterno in su, e tutto questo resto fatto di famiglie e cibo e strade e persone e chitarre e caciocavalli appesi, che mi riempie dallo sterno in giù tutta la pancia e le gambe, e così sono tutta bella piena e tonda e mi sa che non c'è dieta che tenga per smaltire tutto questo né altro da aggiungere o altrimenti scoppio.
E' dura ma so che non è che l'inizio, e adesso vado in cucina a rubare l'ultimo cucchiaio di polpo, prima di assopirmi sul letto e guardare dalla finestra i traghetti che fanno la spola coi pendolari e i turisti dalla Sicilia, anche se a febbraio non è che ce ne siano tanti, perché in questo mese non si può fare il bagno e anche se non sembra, il vento ti pela.


Se volete vedere le foto di Fabio, sono qui
Se volete sentire le canzoni di Adriano, sono qui



ps: ps di grande calo di tensione ma purtroppo necessario a chi ha difficoltà nello scindere un post dalla realtà e nell'analisi del testo in generale: voglio molto bene ai genitori di Marco, stop. Sono persone fantastiche, stop. Amo la Calabria, stop. Sto imparando a conoscerla e mi piace sempre di più, stop. Non sono razzista, stop. Non rompetemi i coglioni. Passo e chiudo.

giovedì, settembre 01, 2011

L'angelo Custode (anche lui mangia cipolle)

Per fortuna l'Aurora prima che partisse mi ha regalato un enorme wok dell'Ikea dal fondo spesso non dico come una bottiglia, ma come un'intera enoteca, tutto incrostato di antichi sauté, odoroso di verdure e straccetti di manzo biodinamico, e me l'ha portato a mano per cinquecento metri di portici ovvero da casa sua in via Sant'Isaia fino all'angolo dove l'aspettavo sempre in macchina, sui viali vicino al negozio di scarpe per vecchie con il mezzo tacco e i buchini sulla punta per far respirare i piedi.
Così ieri sera ho potuto cucinare un contorno raro: germogli di soia e cipolle rosse con olio salsa di soia pepe, per cinque minuti si fan ballare un po' nel wok ed è fatta, meglio di ogni ristorante cinese tranne quello in cui mi ha invitata la Ting, anche perché in quasi tutti i ristoranti cinesi tranne quello in cui mi ha invitata la Ting non si sognano nemmeno di fare un pollo come quello che ha accompagnato il mio contorno, perché va detto, il mio contorno era così buono da elevarsi a portata principale e relegare il pollo impanato al forno col pangrattato e il parmigiano alla condizione di verdurina scotta d'accompagnamento.

Poi ho fatto un sogno che quando l'ho raccontato alla Monica, che è una che parla coi fagioli e legge il futuro nelle delibere di giunta, lei ha alzato il braccio e mi ha fatto vedere i peletti che le si erano tutti alzati, pelle d'oca profumata di patchouli.
Ho sognato che ero in macchina, in quella verde nuova che mi porta ovunque dalla Francia all'Esselunga, ed era mattina molto presto, quasi notte, ed ero a Dalerino nel mio paese all'altezza del cartolaio che si chiama Block Notes, dal quale io andavo sempre da piccola e che adesso tradisco con il più simpatico onesto e disponibile Mario Cartolaio che vota beppegrillo e nel retrobottega ha un cartello con su scritto: "In che modo posso rendermi utile alla società?".
In giro non c'era nessuno, perché alle quattro quattro e mezza del mattino nessuno passa nel mio paese, neanche il camion del rusco differenziato, però davanti al fornaio che è proprio di fianco alla cartoleria antipatica c'era un fantasma, e questo fantasma era una ragazzina.
Con la camicia da notte bianca, i merletti ai polsini, i capelli lunghi mossi sulla faccia che non si vedevano gli occhi coperti dalla frangia, le mani trasparenti i piedi nudi e la bocca aperta in un vagito muto, largo e senza denti, quella che avreste anche voi se tentaste di ingoiare intero un avocado.

"Hai visto The ring?" mi hanno chiesto tutti quelli a cui l'ho raccontato, tranne la Monica che ha detto " eri tu da bambina?"

No io non l'ho mai visto ma so che da quando è uscito è diventato obbligatorio avere paura delle ragazzine in camicia da notte con i capelli sulla faccia, e infatti avevo paura, così paura che ho continuato a guidare per allontanarmi da lei.
Solo che a un certo punto mi ricordavo che io dovevo tornare assolutamente a casa, e anche se sapevo che c'era la bimba fantasma in agguato, ho fatto inversione e ci sono ripassata davanti.
Non so se ero io da bambina.
Ho sentito un'energia che mi trattava le braccia, le spalle e il petto come materia fusa, una sensazione negativa ma questo non l'ho detto a nessuno,
poi mi sono vista i piedi in primo piano che volavano orizzontali con me attaccata e alla fine andavo a casa, anche se non ne sono sicura: comunque andavo in quella direzione.

"Quindi non ti ha fatto del male, era buona, ti ha portata dove volevi andare, no? I piedi sono le radici, e anche la macchina come la casa rappresenta la tua identità profonda, no? E allora io quando sento queste cose penso a qualcosa che va al di là della condizione psichica, è qualcosa di metafisico no? E' come se tu dicessi voglio tornare bambina voglio riappropriarmi di quella energia infantile no? Ma forse può anche darsi non so, che era IL TUO ANGELO CUSTODE".

"Secondo me invece" ha detto Fabrizio fan di Lady Gaga "vuoi scappare dalle responsabilità, vuoi liberare la tua parte più selvaggia e senza freni ma qualcosa dentro di te te lo impedisce, è IL TUO SENSO DEL DOVERE"

"No io non credo a tutto questo sono cavolate, io sarò anche rigida ma per me sono state LE CIPOLLE", ha detto Francesca che non crede neanche agli oroscopi però quando ha litigato col fidanzato mi ha chiesto per riconquistarlo di fargli il piano astrale.

Allora io non so a chi credere tra i miei colleghi, non so cosa sia vero però di sicuro, volendo spesso scomparire, gradendo stare tutto il giorno in pigiama e non amando particolarmente andare dal parrucchiere (per non parlare della mia tendenza a spalancare le fauci in maniera reiterata), propenderei per la versione della Monica, e non vedrei male la bambina fantasma come mio spirito guida.
La prossima volta guardo meglio e secondo me c'ha anche l'aura rosata tipo Tropea.











domenica, agosto 14, 2011

Pizza alle cipolle

E' la prima estate che mi capita di lavorare a tempo pieno. Ciò implica l'abbandono di molte cose fondamentali alla pacifica esistenza che prima davo semplicemente per scontate, immersa nell'ignoranza crassa che permea quelle particolari, odiose, categorie di persone che in estate non lavorano affatto, e delle quali anch'io facevo parte fino a pochi mesi fa.
Ecco le cose fondamentali alla pacifica esistenza che ho dovuto abbandonare:
-mattinate intere sdraiata sul divano passate a fantasticare sulle attività del pomeriggio, seguite da:
-pomeriggi interi sdraiata sul divano passati a fantasticare sulle attività del giorno dopo,
così,
in loop,
tenendo ben presente che con il termine "fantasticare" s'intende "dormire".

Unica attività alternativa consentita: l'ingurgitare spasmodico di spaventevoli quantità di gelato al pistacchio.

E invece no, invece adesso che ho le ferie che si contano sulle dita di una mano di Eta Beta, mi tocca addirittura lavorare.
Niente svegliarsi alle nove-dieci-ma anche undici, va', tanto è agosto.
Niente veleggiare per giorni nello stesso vestitone leggero con la stampa a sofà, niente bibitoni gassati con ghiaccio al posto del pranzo perché non mi va di cucinare, niente piedi nudi a tutte le ore, niente placide serate passate a "fantasticare" guardando la Prisci adagiata sul tappeto.
Niente.
E al posto di questo niente, il delirio.
Svegliarsi alzarsi lavarsi vestirsi ammodo pettinarsi truccarsi deodorarsi profumarsi prendere la macchina lavorare senza dimenticarsi il tupperware con pasto bilanciato sigillato lavorare lavorare lavorare mangiare il pasto bilanciato desiderare bibitoni gassati lavorare lavorare lavorare fare la spesa tornare a casa pulire casa cucinare lavarsi di dosso barili di sudore mettersi il pigiama crollare a letto.
E poi ricominciare.
Così, come se fosse novembre.
Non può essere normale.
Infatti, adesso che sono finalmente in ferie, ma non ancora partita, non ho perso l'inerzia.
Faccio un mucchio di lavatrici e non mi fermo un attimo tra la ricerca del costume perduto (e io, come tutti i ciccioni, se non ho proprio quel costume lì non posso neanche pensare di partire), pulitura pavimenti pulitura divani (! io! Che fino a pochi mesi fa ci FANTASTICAVO, su quei divani! Ora mi tocca sbudellarli per sverminarli dagli acari come stomaci di gatti in svezzamento!), organizzazione ante-viaggio, viaggio e post-viaggio, catalogazione mutande per colore e sbrindellamento.
Forse, come la lampadina che avverte il suo esaurimento con un picco d'intensità luminosa, anch'io mi approssimo all'esaurimento comatoso da vacanza con un vortice di attività inarrestabile.
Oppure devo solo tirare il fiato e rilassarmi preparando pizze alle cipolle, come ho fatto ieri.
Non che abbia granché funzionato, visto che stamattina, vigilia di Ferragosto, invece di pensare a mettere i piedi in ammollo nel primo rivo, sono ossessionata dal forno da pulire, teglia da scrostare e frigo da bonificare dal persistente odore di cipolla di Tropea.
Lo stesso odore che m'intride da ieri sera ancora le dita, che non se n'è andato nemmeno con il dentifricio, che se le avvicino al naso m'impregna di ricordi cucinieri,
e riesce a calmarmi un po', almeno fino al prossimo esaurimento.

sabato, giugno 11, 2011

La Toscana si sta estinguendo (con finale da thriller)




Breve aggiornamento prima che vada a fare il purè (sono le 10.37 di sabato mattina, gioco d'anticipo).
In Toscana è andato tutto veramente molto bene, a parte mezza giornata di pioggia estiva che come sempre in montagna si trasforma in tempesta paurosa con tuoni che fan la vociona e fulmini che fan le fotografie;
a parte l'oculata partenza intelligente con tre ore di fila in autostrada, un'ora per attraversare San Lazzaro (per i non abitanti, circa 5 km di cittadina), e altre due e mezza per valicare i tornanti sino a Caprese Michelangelo, con Marco bestemmiante io sudante freddo e tutta la popolazione evidentemente diventata parecchio intelligente perché parte tutta assieme nelle ore meno trafficate.
A parte questo, dicevo, e tranne il fatto che alla fine io abito ai piedi dell'Appennino tosco-emiliano e quindi tutta questa differenza paesaggistica non me la sono ritrovata, mentre attorno a me legioni di brianzoli svenivano di catarsi al solo sbirciare una balla di fieno,
ecco
a parte ciò,
è stato molto bello.
La prima sera, inumidita di tutto punto, mi è parso di sfiorare l'estasi suprema fattasi fungo
fritto al ristorante Il Cerro , tamarrissimo fuori commovente dentro, cabernet ravioli tagliata funghi fritti ommioddio cantucci col vin santo ommioddio in due 40 euro.
Volevo baciare i camerieri a uno a uno (che in realtà era solo uno, ma dopo mezza b
ottiglia di vino rosso e mezza di dolce seccate via da sola, di camerieri ne vedevo almeno cinquantatré).
E La Mariuccia, sorta di rifugio stillante strutto dalle pareti, a tre tornanti dal nostro b&b, ha visto un ulteriore afflato di mia gioia personale.
"Vorrei solo un antipasto"...
ah.
AH.
Vi dico solo che le gamelle di zuppa di fagioli e acquacotta con salsiccia e patate sono ancora lì, incastonate nella memoria e nel cuore (e nel colon) come meravigliosi trittici medievali nella cattedrale del mio corpo.
E le città...l'impervia eppur accogliente Anghiari, la ripida e aperta Arezzo, l'orribile Sansepolcro ("ma come, non hai visto Piero della Francesca, la Madonna del parto?" "eh sì, ma quel che c'è intorno fa un po' schifo"), le holline la hampagna, e l'adorabile casetta che ci ospitava...
insomma,
magnifico.
A coronare il tutto, un congruo sconto al b&b un po' per simpatia, un po' perché un tubo della nostra comoda doccia s'era spanato, allagando il soffitto al piano inferiore e impedendoci di lavarci per due giorni.
E così, putridi e felici, abbiamo percorso la strada del ritorno seminando una scia di funghi e sudore lungo tutto il confine romagnolo.
E' stato bello, sì.
E adesso tocca riprendere a lavorare,
ché il dovere (e il purè) chiamano.


Così come la dieta prematrimoniale...


domenica, marzo 20, 2011

Cose per cui

Ho appena finito di guardare "Julie et Julia", oddio che bel film, io adoro Nora Ephron, che è poi la stessa che ha scritto anche "Harry ti presento Sally" (e anche "Vita da strega", che mi son vista in ospedale e mi è parso divertentissimo, anche se a detta di tutti gli altri, degenti e infermieri, trattasi di vera stronzata).
Amo la cucina, come sapete, amo scrivere e amo tenere un blog, almeno quanto amo Stanley Tucci e i libri di ricette e insomma, capite...in quel film ci sono TUTTE QUESTE COSE!
Aiuto. Diventerà uno dei miei preferiti?
Allora, visto che ho anche appena finito di dare un'occhiata a Repubblica.it, e nello specifico alle liste delle "10 cose per cui vale la pena vivere" scritte da orde di lettori che evidentemente non conoscono il dolore, beati loro (né il vocabolario d'italiano, beata ignoranza), potrei dire che nella mia lista personale (da appendere al frigo come quella della spesa, tramite apposite calamite a forma di patatina e torta Sacher) ci metterei tra le altre cose:
1) cucinare
2) scrivere
3) guardare film
4) Stanley Tucci.

Peccato che al momento queste cose fantastiche per le quali secondo me vale la pena vivere latitino nella mia routine quotidiana quanto l'umiltà nelle liste di Repubblica.it, per vari motivi e precisamente perché:
2) (il motivo 1 lo scrivo dopo perché è tragico e prima di arrivarci devo creare un po' di pathos, che non è un piatto messicano ma un climax che vi porterà a dire "oh, no! Tapina lei, com'è crudele l'esistenza, e proprio ai danni di una persona tanto buona come la Choppa").
Insomma,
2) scrivo poco. Penso, questo sì. Rimugino su un sacco di roba, ci sarebbe anche una proposta interessante dal curatore di una collana di giuovani autori e io ecco, dovrei mandargli qualcosa, e poi vorrei scrivere anche dell'esperienza ospedaliera perché è stata una roba grossa, devo, no? Ecco. Però non mi sento in grado di farlo, e allora scrivo poco, anzi a parte un mucchio di liste
della spesa e recensioni per il Bollettino Novità della biblioteca non scrivo proprio un cavolo.

3) guardo pochi film, sob. Io e Marco siamo diventati divoratori seriali e insaziabili di serie televisive, e allora tutto ciò che vedo sono mostri che escono dalle persone che abitano in mondi paralleli, una volta a settimana sul pc. E mi piace pure!

4) Di Stanley Tucci, così come di Bill Murray, ce n'è sempre troppo poco. Anche se ne avessi uno per ogni stanza ne sentirei preoccupantemente la penuria, e avendo per ovvie ragioni un numero di Stanley Tucci pari a 0 (zero), potete ben capire il mio disagio.

1) ed ecco, non cucino più come una volta.
E non per mancanza di tempo.
E non per mancanza di voglia.
E non per mancanza d'idee, né di riviste o libri di cucina, che pesano sulle mie librerie tanto da imbarcarne le assi.
Bensì perché.
Mi si è rotto il forno.

Non sento nessun lamento, né sospiri strozzati d'agonia.

...nessuno svenimento....

siete sicuri di aver capito bene?

MI
SI
E'
ROTTO
IL
FORNO.

Tutto questo fa dell'imminente disastro nucleare, della guerra in Libia e della lista dei 10 motivi per vivere della maggior parte dei lettori di Repubblica.it
pura fuffa senza costrutto.

Ora non resta che trovare rimedio.
I rimedi a cui penso sono:
2) mettermi davanti al piccì e tentare di buttar giù qualcosa, bon, basta palle.
3) andare più spesso al cinema e convincere Marco che c'è vita oltre Emule.
4) mmmh, ci devo pensare. Suggerimenti?

e, cosa più importante,

1) martedì vado a vedere le cucine dell'Ikea. Poi vi dico.
Se mai potrei invitare Stanley Tucci a provare una KLIPPAN, per caso qualcuno di voi ha il numero?



domenica, marzo 06, 2011

Ritorni


L'amicomarco, che in poco più di due anni si è evoluto in fidanzatomarco passando per le fasi intermedie unpopiùcheamicomarco e unpomenochefidanzatomarco, è appena tornato da un tour musicale tra Scilla e Cariddi insieme alla sua band. Cioè perché lui suona, no? E allora cioè stasera lo potete pure ascoltare qui, in differita su Radio Ciroma alle ore 21.
Il che fa molto figo tra noi giovani.
Oltre al suo corpicino da suricate e a tanti cari ricordi, dalle terre calabro-sicule ha portato:

numero 2 formaggi puzzolentissimi dei quali uno poco stagionato e uno molto;
numero 2 bottiglie di limoncello papàmade;
numero 1 bottiglia di liquore misterioso al ficodindia;
numero 2 bottiglie di olio spremuto da olive che devono averne passate parecchie nella vita;
numero 300 (stima per difetto) olive condite con peperoncino, sale, pepe e suddetto olio, delicate come un assolo di sega elettrica;
numero 2 cabaret ricolmi di dolci carnevaleschi che in tutta Italia, si sa, son noti per il loro peso specifico pari a quello di otto palle mediche, tranne che in Calabria, ché lì pesano un po' di più
(epperò sono buonissimi);
numero 1 barattolone di pomodorini secchi sott'olio (sempre quello, amici. No, non gli si sfugge);
numero 1 barattolone di melanzane sott'olio (che qualcuno mi salvi);
numero 25 (stima per difetto) celebri arance rosse varietà "che-nulla-hanno-a-che-vedere-con-quelle-di-su-perché-quelle-di-su-sembrano-concimate-con-l'acido-muriatico-mentre-qui-da-noi-mancu u' zuccaro ch'ammentiri";
numero 30 (stima per difetto) limoni grossi come zeppelin e profumati come cento (stima per difetto) bucati asciugati al sole.

Insomma, l'ex amicomarco è giunto a casa curvo sotto il peso di cotanto bendidio, e allora ecco quello che facciamo: festa.
Festeggiamo lui e il suo tour con il cantautore e amico Adriano Modica, me e la mia apparizione di domani in tv anche se, già lo so, sembrerò un'assurda balena sui tacchi, noi e il nostro esserci ritrovati, la giornata di sole, la domenica e la vita, che due balle questo blog sempre a parlare di quanto è bella la vita.
E voi, cosa fate?


venerdì, dicembre 24, 2010

Se Otto ore vi sembran Poche

provate voi a:

- preparare, cuocere, raffreddare e decorare una cheesecake al cioccolato

-cuocere un ragù

-stendere quattro rotoli di pasta sfoglia, tagliarli in cerchi uguali, sistemarli in una teglia da muffin al silicone in modo che non si appiccichino come Vinavil sia alle dita che al silicone (che al forno, che al soffitto, che al gatto...)

-riempire i cerchi con il ragù, chiuderli con altrettanti cerchi e infornarli

-preparare funghi e besciamella e ricominciare da capo con quei maledetti cerchi

-trovare l'ultima manciata di regali, possibilmente non dal cinese "Tuto a 99 cents"

-scrivere i bigliettini da appiccicare ai regali

-ricordarvi di spegnere il forno perché se no i tortini di pasta sfoglia diventan brulè e il cenone della Vigilia si trasforma in un incubo carbonizzato

-mettervi avanti per il pranzo di domani lessando quattro chili di carne per il bollito e stufando un imprecisato numero di cipolle per il friggione (ma mamma, quest'anno siamo solo in cinque a Natale, cosa vuoi che ci mangiamo? Il Biafra? Choppa smettila di lamentarti che in Biafra non sanno nemmeno cos'è, il Biafra)

-giocare alla Wii con la cuginetta

-pulire casa

-ri-pulire casa

-lavarvi, depilarvi, deodorarvi, vestirvi con decoro

-guidare fino alla casa della nonna designata

il tutto senza rovinare la piega fatta nell'unico momento libero della settimana sia per voi che per il parrucchiere, ovviamente. Il 21 dicembre alle otto del mattino, ovviamente.

BUON NATALE AMICI DEL WONDERFUL BLOG, E ALTRE MILLE DI QUESTE MARATONE!!!!!

giovedì, luglio 29, 2010

Cucina (lugubre) per due, parte quarta. Lingua bollita con salsa verde

A volte, però, bisogna cedere al conforto, e pare che anche il tempo questa settimana si sia dato una regolata e abbia deciso di spingermi di nuovo ai fornelli "seri", quelli consolatori, d'accendere in autunno e coprire con pesanti pentole di coccio borbottanti fagioli, zuppe e cotechini.
Una delle caratteristiche che fanno sì che io ami la persona che mi sta accanto, è la sua capacità di rimestare nel torbido, anche e soprattutto in cucina: ammiro chi non storce la bocca davanti a un piatto di animelle al vino, chi affonda la punta del coltello in un vasetto di pesto di lardo e mi unisco al coro di chi tesse le lodi dei fegatini, dei nervetti, delle cotenne e degli zamponi.
Sono intimamente convinta che uno dei bocconi più prelibati sia il sedere del pollo, o -e i deboli di stomaco mi scuseranno per quest'immagine- gli occhi del pesce arrosto, dalla consistenza callosa, che schioccano sotto i denti rilasciando sulle papille un misto di umori densi e deliziosi.
Così come sono convinta che le parti meno nobili degli animali, le cosiddette "frattaglie", siano ingiustamente considerate povere e tralasciate, anzi più che spesso aborrite, dai mangia filetti a oltranza.
Trovo invece che interiora & co siano un'ottima risorsa culinaria, perché economiche, saporitissime e nemmeno così difficili da cucinare, se si usa qualche accorgimento.
Uno dei miei - dei nostri - piatti preferiti, uno dei più confortanti in assoluto, è la lingua bollita.
La scorsa settimana al supermercato ne abbiamo trovata una grossa, carnosa, di manzo non troppo adulto (la si riconosce perché la patina che la ricopre non è molto scura), e non abbiamo resistito: pregustando un pranzetto macabro coi fiocchi, ci siamo portati a casa quel pezzo di carne divino, e il clima appena autunnale che ancora persiste ha reso possibile il realizzarsi di una coccola da veri gourmet (che come tutti sanno, sono assai poco schizzinosi).

Ingredienti

700 gr di lingua di manzo
1 carota
1 cipolla dorata
2 chiodi di garofano
1 sedano
1 manciata di sale grosso

Per la salsa verde

mezzo bicchiere di olio extravergine molto buono (ma non è che debba essere eccelso, del frantoio in cima all'unica collina argillosa della Liguria, come un sacco di gente spocchiosa scrive nei libri di cucina. Anche se avete quello comprato all'Iper va bene lo stesso, eh)
10 capperi
un'acciuga
1 mazzetto di prezzemolo
1/2 spicchio d'aglio

In una grossa pentola piena d'acqua fredda mettete la carota, il sedano, la cipolla con la buccia, nella quale avrete conficcato i chiodi di garofano (serve a colorire e impreziosire il brodo) e la carne. Lasciate cuocere a fuoco lento per almeno 3 ore, poi aggiungete il sale e lasciate cuocere un'altra mezz'ora. Tirate fuori la lingua dal brodo e lasciatela intiepidire su un tagliere prima di pelarla completamente e tagliarla a fette sottili dalla punta alla radice.
Preparate la salsa verde sminuzzando i capperi, l'acciuga, il prezzemolo (solo le foglie) e l'aglio. Ponete il tutto in una piccola ciotola o in una salsiera (che io non ho, né avrò mai finché non mi rassegnerò al fatto di essere una piccola borghesuccia di campagna), e versateci l'olio, sempre mescolando delicatamente.
Non aggiungo sale, perché non lavo acciuga e capperi, in modo che mantengano il loro condimento.
Servo le fettine di lingua leggermente cosparse di salsa, e quasi sarebbe sufficiente nient'altro.
(Ma non lo è mai, dunque preparo dei passatelli da mangiare con il brodo della lingua, o un po' di friggione, o del purè. Questo se siamo in inverno. Una settimana di acquazzoni estivi purtroppo non è sufficiente a spronarmi a fare molto più che un pezzo di bollito).

Già da piccola andavo matta per la lingua e a mia nonna, che con la sua solita cura mi chiedeva quale particolare piatto volessi per il pranzo del mio compleanno, rispondevo sempre "la lingua bollita!". Lei, probabilmente allarmata all'idea di sudare sopra un pentolone di brodo a mezzogiorno del 23 luglio, mi rispondeva: "la lingua?! Ma non posso, la lingua in estate non si trova!". E se la cavava con una fresca insalata di pollo, altro mio piatto prediletto. (Fresca per modo di dire, visto che la versione di mia nonna comprende una quantità pantagruelica di peperoni e maionese).
Ora che so che la lingua in estate si trova eccome, e si può anche cucinare, sono io che perdo copiosa litri di sudore pur di prepararla, e lo faccio con gran piacere, anche solo per due.

ps: nella nostra lista della spesa lugubre abbiamo inserito anche il cuore. Non l'ho mai cucinato, e cercando ricette su Internet ho trovato solo smieloserie come "Cuore di fragola e panna", "Cuore ai mirtilli degli innamorati", "Cuore di carciofo in soffice crosta"; tutte cose che a me fanno molto più senso del pezzo di carne brunita che un tempo pulsava e ora giace incellofanata nel mio freezer, in attesa di finire in qualche manicaretto prelibato.

Fsfsfsfsfsfsfsfsfsfsfsf (verso di Hannibal Lecter).



domenica, luglio 25, 2010

Cucina per due, parte terza. Riso basmati con lenticchie

Fare la spesa il sabato pomeriggio è un po' come decidere di viaggiare dopo aver sentito su Isoradio che il traffico previsto è da bollino nero, che - va detto - non è mai un colore rassicurante.
Se proprio non ho alternative (tutta la settimana piena d'impegni, fuori città per due giorni, culo peso da martedì a venerdì), di solito scelgo di andare il sabato mattina all'Esselunga di Santa Viola, il supermercato più veloce che ci sia: poca gente anche nei giorni prefestivi, zero fila alle casse per i possessori di Carta Fidaty ma soprattutto frutta e verdura già confezionate, incellofanate, stese nelle loro bare di plastichina bianca. Un po' mortuario, è vero, ma molto comodo.
Purtroppo però, le confezioni non sono pensate per coppie o persone single, così l'ultima volta mi sono ritrovata con un mazzo di otto banane, sei zucchine tonde grosse come copertoni, tre chili di prugne e un fidanzato allergico alle vitamine.
Se c'è una cosa che mi dà fastidio, tra le altre dodicimila, è buttare il cibo. Dunque, a pattumella piena di banane nere, che - va detto - non è mai un colore rassicurante, ieri ho deciso di cambiare supermercato.
Carrefour, che in realtà non è un semplice supermercato ma, signore e signori, uno dei prodotti tipici della val Padana, ovvero un autentico ed enorme e brutto e angosciante CENTRO COMMERCIALE.
Attorno a chilometrici scaffali ricchi di ogni ben di dio, che ti accusano neanche troppo tacitamente del tuo essere piccolo, insicuro e indeciso rendendoti possibile la scelta tra diciotto tipi di cracker e ventiquattro di ricotta, ruota un imprecisato numero di templi dell'oblio mercifico, tra i quali si annoverano un MediaWorld, inquietante per dimensioni e rumore di spari (si presume provenienti dai maxi schermi per le mega playstation a libero usofrutto della clientela frustrata, che lanciando bombe a mano ad alieni viola sublima il desiderio di strozzare le commesse del piano di sotto), 2000 mq di frullatori e digitali terrestri ed extraterrestri, praticamente MediaWorld quasi supera in ampiezza il sottostate reparto latticini.
E poi Feltrinelli, e questo è il principale motivo per cui decidemmo di spesare proprio lì, che di solito noi il Carrefour lo detestiamo.
Dovevamo comprare una guida Routard della Provenza: quest'estate si pensa di trascinare là le nostre membra stanche.
"E allora già che ci siamo facciamo anche spesa, che il vasetto di capperi si sente solo, là nel frigo, e se chiama aiuto gli risponde solo una patata marcia dal carrellino delle patate" (sì, io ho un carrellino delle patate. Problemi?)
Dunque, dopo un'ora e mezza di laceranti scelte tra nove tipi di uova classe A e quattordici diverse marche di acqua distillata, ci risolviamo per gli ingredienti più semplici e poveri e contadini che riusciamo a trovare.
Un po' per rifiuto, un po' per nausea, un po' perché effettivamente, memori di superbe cene al ristorante indiano Taj Mahal, ci piace davvero, arriviamo a casa con l'idea di cucinare il riso basmati con le lenticchie.

Ingredienti:

300 gr di riso basmati
1 lattina di lenticchie (volendo, se avete un po' di tempo, potete comprare quelle secche e farle rinvenire per una notte in poca acqua)
1 cipolla
zenzero in polvere
curry in polvere
un pizzico di peperoncino in polvere
sale
olio extravergine

Preparo un soffritto con la cipolla tagliata a pezzi di media grandezza, tre cucchiai d'olio e un cucchiaino di zenzero. Appena l'olio sfrigola verso le lenticchie e mescolo subito. Aggiungo sale, il curry (a piacere, ma io ne metto parecchio, in modo che il riso si colori di giallo), un pizzico di peperoncino e faccio cuocere per cinque minuti.*
Le lenticchie rilasciano acqua, quindi non dovrebbe esserci il bisogno di aggiungerne.
Sono già pronte!
Mentre preparo le lenticchie, faccio cuocere il riso basmati in acqua bollente poco salata per 11 minuti.
Scolo al dente, aggiungo alle lenticchie e faccio saltare per circa due minuti, mescolando bene in modo che il riso si condisca. Aggiungo magari un po' di zenzero, un po' di curry...ma il riso basmati ha la particolarità di essere profumatissimo di suo, quindi le spezie delle lenticchie dovrebbero essere più che sufficienti a condirlo.
Aggiungo un cucchiaio d'olio e lascio riposare per due minuti.
Porto in tavola tiepido, lo mangio e mi sento in paradiso, o nel Punjab.

*se usate le lenticchie secche, la cottura dovrà essere di almeno venti minuti.


lunedì, luglio 19, 2010

Cucina per due, parte seconda. Pomodori Araganati

E' vero, sto imparando a mangiare meno e meglio. Forse è merito del cucinare solo per due: per non ingozzare il cestino dell'umido (la temibile pattumella), e non avendo a disposizione sempre e solo il portafoglio di mammà, sono costretta a limitare le dosi. Non solo: essendo provvista di un commensale portatore non troppo sano di duodeno labile e colon irascibile, ho preso l'abitudine a non usare più molto burro né condimenti pesanti in generale.
I surgelati e i cibi precotti, poi, ormai sono appendici del demonio, proibiti da mesi in casa nostra.
Tra i vari aspetti positivi del cambio di alimentazione, il principale è che adesso, guardando i programmi di Sky sui ciccioni, tipo "Una famiglia a dieta", "Grassi contro magri" e "Il cibo ti fa bella", posso permettermi di giudicare la pessima alimentazione degli sventurati presi in esame, pensare senza sensi di colpa "tanto io quelle schifezze non le mangio" e sentirmi assai migliore di tutti loro, tranne poi guardarmi allo specchio e prendere atto che due mesi di dieta biologica a basso contenuto calorico non sono certo bastati a buttar giù quei venti/trenta chili in eccesso che mi stanno abbarbicati ai fianchi.
Oh, beh.
La verità comunque è che ho imparato un sacco di piatti prelibati e sani, da fare in pochissimo tempo che, come vi raccontavo nel post precedente, sono proprio quello che mi ci vogliono in questo periodo.
Questa volta vi do la ricetta dei

POMODORI ARAGANATI*
*araganato, in dialetto pugliese, significa "gratinato", aggettivo che spiega perfettamente il destino di questi pomodori.

Mi servono, per due persone:

3 pomodori insalatari (quelli rotondi, ben maturi ma non spappolati)
3 foglie di menta
100 gr. di pecorino (io ne ho un tocco di quello sardo, in frigo, che è una vera figata, ma va bene anche quello romano)
100 gr. di pangrattato
sale
olio extravergine d'oliva
1 spicchio d'aglio

Taglio a metà i pomodori, in senso orizzontale. Li privo della polpa con uno scavino (io veramente ho usato il cucchiaio per fare le palle del gelato...è perfetto!), stando attenta a non romperli. Metto un pizzico di sale in ogni metà e le capovolgo su un tagliere, in modo che perdano l'acqua di vegetazione. Li lascio a testa in giù per 20 minuti.
Nel frattempo, preparo il ripieno.
In una terrina metto il pangrattato, il pecorino grattugiato non troppo finemente (che sballo quando ci si trova sotto i denti "un pezzo grosso" di formaggio), l'aglio e la menta sminuzzati, un pizzico di sale e tanto olio quanto basta a rendere denso il composto (circa 3 cucchiai).
Riempio i pomodori con questo ripieno e li metto in forno coperti con ancora un filo d'olio per 20 minuti a 180 gradi.
Voilà!
Sono ottimi e si possono mangiare sia caldi che tiepidi che freddi gelati, quindi comodissimi da preparare con largo anticipo su una cena, o un pranzo estivi.
Di sicuro, battono 10 a 1 le salsicce impanate e fritte dei protagonisti obesi di "Grassi contro magri"!








venerdì, luglio 02, 2010

Cous cous ricco...

In questo periodo, che la faccia mi cola al minimo movimento, sono sempre in cerca di ricette che non richiedano più di dieci minuti di cottura, e già così c'è rischio che mi finisca la mia stessa sindone nel piatto.
Stasera, anzi, proprio dieci minuti fa, ne ho inventato uno, sull'onda della lettura distratta di "Il cucchiaino caramellato", libro di ricette e ricordi di un appassionato di cucina (sulla quarta di copertina c'è scritto che conduce anche un programma su Radio Kiss Kiss che si chiama "Apriti frigo". Peccato, a Dalerino Radio Kiss Kiss non si prende, e in macchina ormai sono abituata ai canali pre impostati, ovvero radio2, radio Ciao (una ola, prego), radio Bruno, RDS, Capital, Virgin.
Comunque,
la ricetta fantastica per l'estate poiché fresca, rapida, deliziosa e da consumarsi anche fredda, è

COUS COUS CON SEPPIE SPEZIATE (non facilissimo a dirsi, ma a farsi sì)

Servono, per due persone:

1 bicchiere e 1/2 di cous cous
2 spicchi d'aglio
400 gr circa di seppie già pulite
3 cucchiai di olio d'oliva
1 lattina di polpa di pomodoro (o pomodori freschi se li avete e avete voglia di spellarli e pulirli, ma con 'sto caldo chi ve lo faffà?)
1 cucchiaio di olio di semi di girasole
tutte le erbe aromatiche e le spezie che vi vengono in mente.
Io ho usato: basilico, origano, pepe nero, bianco e verde macinati sul momento, sale e peperoncino (un pizzico appena)

Scaldo in una padella larga (e un po' scalcagnata, perché sono anni che l'adopero senza remore né rispetto, e lei vanta migliaia di cene di onorata carriera) l'olio d'oliva e gli spicchi d'aglio. Quando questi cominciano a prendere colore, li tolgo. Verso nella padella le seppie tagliate a pezzi non troppo piccoli, le faccio rosolare e unisco subito tutte le spezie, tranne il sale e il basilico.
Aggiungo il pomodoro e copro, lasciando cuocere a fuoco moderato per 5 minuti.
Dopodiché aggiungo il sale e il basilico e faccio andare altri 5 minuti.
Spengo il fuoco (sììì!), e preparo il cous cous.
In una pentola faccio bollire (nooo! Ma bastano due minuti) un bicchiere e 1/2 di acqua salata pochissimo.
La tolgo dal fuoco (sììì!) e verso il cous cous e l'olio di semi. Copro per cinque minuti. Aggiungo una piccola noce di burro e sgrano il cous cous con una forchetta.
E' pronto!
Tempo di fuoco: 12 minuti.
Tempo per mangiarlo: troppo poco!
Volendo, si può lasciare raffreddare il tutto e gustarlo freddo: le spezie acquistano ancora più sapore se non sono bollenti.
Io, per esempio, in questo momento sto aspettando che Marco finisca di allenarsi sul basso con i depressissimi Radiohead, e poi metterò in due piatti un po' di cous cous e le seppie, da mangiare davanti alla tv, tifando follemente per il Ghana.

domenica, gennaio 03, 2010

Astrazioni di Gennaio

Dalla Vigilia sui generis al Capodanno più allegro, dalle mie mani, dalla cucina, dal forno e dal buco del mulo sono uscite ricette e piatti e cibi e sughi e salse e torte e zuccheri a veli e grassi e cotechini e prosciutti e torroni a man bassa, e stasera che è il tre pare che ancora non sia finita.
Sono infatti invitati a cena due amici storici dei miei genitori e la sorella Maior, fuggita da Dalerino qualche anno fa per intraprendere la carriera di brillante disegnatrice di complementi d'arredo, fulgida convivente e splendente abitante della metropoli torruta.
Il che vuol dire: ancora cucinare, ancora cibo, ancora sughi salse spruzzi grassi zuccheri profumi e fumi.
Il menù di questa sera prevede:
zuppa abruzzese di cardi e polpettine
arrosto di maiale al latte
purée (se vedo dell'altro purée vomito d'amblé)
torta che è in forno e dovrebbe essere tipo Paradiso ma per ora è mezza sgonfia in mezzo e bruciacchiata ai lati e credo non arriverà mai aldilà del Limbo

L'ultimo dell'anno invece mi sono imbarcata nella preparazione di una Cenetta Romantica dell'Ultimo dell'Anno per me e Marquigno, con tanto di alti calici e menù scritti con cura su ricercata carta riciclata.
Il menù prevedeva:

Mousse di mortadella e ricotta a forma di cuore (lo so, lo so. Non dite altro)
Brioches salate farcite con crema di funghi
Tortelloni artigianali burro e salvia
Cotechino Impilato su Purée (maledetto purée) con Lenticchie In Cestino di Parmigiano
Panettoncini ripieni (consumati il giorno dopo, alle quattro del pomeriggio, a guisa di colazione).

Non paghi, verso le tre di notte, complice la foga competitiva scatenata da un'appassionante partita a Trivial, a casa degli amichetti abbiamo consumato svariate quantità di salumi, torroni, panettoni e financo una cotica lasciata lì a freddare.

Ma non era questo che volevo dire.
Quello che volevo dire è:

in mezzo a tutto questo bailamme di strutti e prosciutti, feste e cenoni, brindisi e ruttoni, ho deciso di far partire un progetto molto interessante, che mi stimola e lusinga alquanto.
Ovvero: curare la rubrica dell'oroscopo letteraria e faceta per la rivista Fernandel.
Potete leggere il risultato di quest'impresa compiuta a stomaco pieno, e le previsioni per il 2010 del vostro segno (sì, proprio del tuo! E anche del tuo e del tuo e del tuo!), proprio


E adesso vi saluto che vado a salvare la Torta Paradiso.





domenica, luglio 12, 2009

La fine, l'inizio, il brasato e altre storie

VERSIONE FAST POST PER CHI HA POCO TEMPO E SE NE SBATTE DELLA QUALITA':

Ieri pomeriggio verso le due ho spedito il libro. 
Sono andata a festeggiare con una cena da Amerigo, spendendo buona parte dei miei risparmi in cibo sopraffino.
Sono così contenta che ho cambiato faccia.

VERSIONE SLOW POST PER CHI AMA GUSTARE OGNI SINGOLA SFUMATURA, SA QUANTO SIA IMPORTANTE IL TERRITORIO E CONSIDERA IL CIBO UN VERO E PROPRIO PATRIMONIO CULTURALE. ANCHE PER CHI HA TEMPO DA PERDERE.
ANCHE PER I FIGHETTI PIU' SPOCCHIOSI CHE APPROVANO L'INSANA PRATICA DI GIRARE COME CRETINI E SPENDERE PATRIMONI IN NOME DELTURISMO ENOGASTRONOMICO.
ANCHE PERCHE' MI DEVO SFOGARE RACCONTANDO TUTTO.
COME UNICA AVVERTENZA, DICO SOLO: SE SCEGLIETE DI SEGUIRE L'OPZIONE SLOW POST,

Solo quando ho mandato l'email alla casa editrice e al momento di cliccare su "Invia" ho sentito frinirmi le cicale nel cuore come in un campo di Bangkok, ho capito quanto ci tenevo, a questo libro.
Quanto tempo, fatica, lacrime, apprensione, aspettativa vi riponevo.
Quante ore ha rosicchiato via ai miei amici, all'Università, ai lavori che avrei potuto fare, ai barattoli di paté che avrei potuto pigramente raschiare con il dito, alla vita che facevo prima e che - per un po'- non ho fatto più.
Non me ne rendevo conto, ecco cosa.
Non sapevo fosse così importante per me. 
Invece eccomi là, le mani formicolanti e tutto il corpo in subbuglio perchè ho mandato - santo cielo santo cielo data da scrivere subito sul diario segreto- il mio primo computerscritto a una vera Casa Editrice.
La mia testolina ha continuato a vorticare tra gli ultimi paragrafi, cercando di collegarli a quelli in mezzo, senza smettere di chiedersi "vanno bene? Vanno insieme? Ho dimenticato qualcosa? Posso dare più ritmo, più senso, più profondità, posso essere più incisiva, più attenta, più misurata? Meno misurata?", mentre una voce che da flebile e timidina si faceva, man mano che passavano i minuti, sempre più ferma e sicura, mi martellava con la richiesta:
"Festeggiamo da Amerigo? Festeggiamo da Amerigo? Eddai, hai finito, vai a svegliare Marco e festeggiamo da Amerigo?!"
Dopo un'indulgente occhiata al sito e un rapidissimo sguardo al portafoglio, ho deciso e l'ho soddisfatta, quella voce.
Anzi, è stata la prima volta che, grazie a un telefono, ho messo qualcuno a tacere.
"Pronto, Amerigo".
"Pronto! So che sono in super ritardo, ma vorrei prenotare per stasera, c'è posto?"
(Ho proprio detto so che sono in super ritardo ma vorrei prenotare per stasera, c'è posto. Grazie a Dio la smetterò di scrivere dialoghi, almeno per qualche mese)
"Per quante persone?"
"Due"
"Per che ora?"
"Va bene per le nove?"
"Perfetto, allora. A stasera"
"Ah, senta, c'è anche la possibilità di avere una camera? Perchè ho intenzione di bere molto!"
(GRAZIE A DIO, dicevo....)
"E' rimasta solo la numero 4".
"Va benissimo! A stasera".

Contenta, vocina?
Sono corsa a svegliare Marco, cantandogli all'orecchio "sorpresa sorpresa sorpresa sorpresa!", saltellandogli tutto intorno e facendogli il solletico. 
Peccato che, data la mole, il mio saltellare, assieme all'esile Marco, abbia destato bruscamente tutta la palazzina e spanato per sempre le già massacrate doghe del letto.
"Mbrshggbbrbr checcè?"
"Indovina! Indovina!"
"Mbrzzzzzz ma chennesooo?"
"Eddai eddai indovina!"
"Mrbrbz...che giorno è?"
"Daaai, è sabato pomeriggio! Ti sei addormentato di pacca appena rientrato dal lavoro! E io invece...non ho dormito!"
"Mhh..sabato...tu non....ODDIO! IL LIBRO! L'HAI MANDATO?"
"SI'!"
"Brava!"
"Lo so! E per festeggiare ti porto in un beeel pooostooooo"
"Mmmmh, eddove?"
"Mmmmh...non te lo dico"
"Ok"
"Ok te lo dico: da Amerigo!"

Amerigo non è lontano da casa mia, eppure mi è sembrato di partire per un viaggio lunghissimo e avventuroso, e non soltanto perchè qualsiasi tragitto, anche due chilometri di piatta tangenziale, sulla matusalemica TechniPolo di Marco può rivelarsi arduo come la Parigi-Dakar, ma soprattutto perchè ho provato la stessa sensazione che ti pervade quando stai per chiudere una straripante valigia, lanciare un ultimo sorriso alla stanza e prendere un taxi per l'aeroporto.
Sollievo ed eccitazione.
Gioia gialla che ti apre un'alba dentro.
A meno di non sbagliare strada e ritrovarsi davanti a un cartello di divieto d'accesso alla Fira d'Zola.
Comunque, arginato l'imprevisto, siamo saliti su per i tornanti e giunti in quel di Savigno, io vestita tutta elegante (sempre nei limiti del reparto Taglie Forti Oviesse Industry. Che poi, breve parentesi amarognola prima di passare a descrivere di dolcezze, com'è che prima quel reparto lì si chiamava "Signorine Grandi Forme" e teneva abitini carini che cadevano svasatini sui fianconi e adesso si chiama solo "Taglie Forti" e fa progettare vestiti adatti solo a the Elephant Man? Non è giusto. Solo perchè sono grassa non vuol dire che debba andare in giro intabarrata come un'anziana musulmana. Non mi voglio vergognare del mio grasso, ci pensano già abbastanza gli altri a farlo al posto mio. Rivendico il mio diritto a essere una Signorina Grandi Forme e a svolazzare come l'ippopotamina di Fantasia in un tutù tutto tulle e in pantaloncini stretch di lamè, se mi va).

Dicevo.  
Io tutta elegante nel mio vestito nero a diciannove euro, ballerine e coprispalla di Elena Mirò (rubato alla mutter), e Marco in magliettina arancione a righe, pantaloni di lino coi tasconi e Converse, che risultava più elegante di me in quanto naturalmente dotato di stile e soprattutto magrissimo.
Varchiamo la porta di Amerigo che siamo il ritratto dell'aspettativa, che come al solito non viene delusa.
Dio, da quanto tempo non ci mangiavo, in questo posto. 
Da quanto tempo non entravo in un ristorante da due stelle Michelin.
Da quando la mia storia con il dolce Peppe è finita, ecco da quanto. 
Queste mura ricoperte di vecchie targhe di metallo, le tovaglie a quadretti e l'odore di polvere antica, l'attimo magico, come sospeso nel tempo, prima di aprire il menù, l'atmosfera allegra, distesa, come di casa, tutto è pervaso del ricordo di noi due che scegliamo insieme il cibo, ci sorridiamo, ridiamo alle nostre battute. Ci conosciamo come una vecchia coppia di sposi.
Eppure è diverso, è un mondo diverso, una vita diversa, adesso.
Anche Amerigo sembra diverso, anche il cibo, anch'io.

Reggendo il flute dell'aperitivo offerto dalla casa, sbocconcellando le ottime polpettine fritte servite assieme al fresco prosecco (leggero, frizzante, esattamente come mi sento io), scorriamo ammirati il menù e optiamo per la scelta "Degustazione".
Marco sceglie i Calzagatti, ovvero quattro quadratini di polenta di segale fritti e avvolti in sottili nastri di lardo pregiato;
io prendo il "Carpaccio di Amerigo", ossia testina di vitello, lingua e galantina fredde accompagnate da salsa verde e friggione.
E' quello che viene da qui, dalla mia terra. Mi nutro di salse e maiale come farebbe un napoletano di pizza, un altoatesino di knodel e un piemontese di bagna càuda, ed è come ritrovarmi.
Per primo, godiamo di un piatto di meravigliosi tortelli ripieni di crema al parmigiano e prosciutto di Mora. 
Ricamiamo con estatici "mmmmmh" il tessuto morbido e ricco di una conversazione piena di ricordi, aneddoti, impressioni, tanto interessanti quanto nuovi, perchè noi siamo ancora nuovi, la nostra storia è ancora in quella fase in cui un passato in comune c'è, da far affiorare, e tanto di non svelato ancora attende ognuna delle due parti.
Ordino due bicchieri del vino più buono, e più pesante, venga prodotto sui colli bolognesi.
Il famigerato Bonzarone della Tenuta Bonzara (non pronunciatelo con troppa nonchalance dinnanzi ad altri vini, o si metterebbero a tremare fino a tramutarsi in aceto).
I calici arrivano assieme al secondo, un celestiale brasato di guancia di vitello accompagnato da setoso purè e sdrammatizzanti rondelle di cipolla fritta (niente a che vedere con quelle che avete in mente voi), artisticamente disposte a montagnetta sul piatto, quasi a volersi pudicamente scusare, con la loro umile origine, per lo scandaloso lusso della tenera carne.
"E' troppo bello per mangiarlo".
Gnam gnam mmmmmh gnam gnam
"Non avevo mai vissuto un'esperienza così"
mmmh gnam gnam 
"Facciamo un brindisi, Marta"
"Sì! Hic! A cosa?"
"Indovina..." Marco ammicca, sicuro dell'ovvietà del nesso
"Ah giusto! Al Bonzarone! Hic"
.....
"Mannò, scemotta! Al libro!"
"Uh. Ah si, si, al libro!"
Gnam gnam
Dio, che buono il brasato. E che buono il vino. Che posto delizioso.
....
"Dici che è brutto?"
"Gnam slurp, cosa?"
"Il libro"
"Eh?"
"Il libro, è brutto?"
"Ma cosa dici?! E' bellissimo"
"Non hai letto la fine, tu"
"Mmmmh...piantala. Sarà bella come tutto il resto"
"Non lo so...e se è ....non finito, raffazzonato, un po' buttato là? Venuto male? E poi ho messo anche cose già scritte sul blog"
"E allora? Sono belle, no? Sono sotto licenza tua, no?"
"Sì"
"E allora basta, che ti preoccupi? Ormai è andata".
Già, è andata.  Mi sciacquo la bocca con un altro sorso di Bonzarone. L'ho spedito. Non ho completamente perso un anno della mia vita.
"Ma se non piacerà? Se sarà una delusione totale?"
"Marta, piacerà. Non sarà una delusione, perchè sei tu. Ci sei tu, lì dentro, quelle pagine trasudano te, nel bene e nel male. E' divertente, ricchissimo, strapieno e straripante, intelligente e magari anche sconclusionato e poco chiaro, a volte, ma delicato e profondo come sei tu. E anche se non piacerà, chissenefrega, ok? Se fai il conto di tutti gli amici e i parenti che ti adorano, ti accorgerai che almeno un centinaio di copie le venderai, e va già bene così, no?"
"Eccome! Già venderne venti per me sarebbe una cosa da non credere".
"Allora smettila di farti paranoie, pliiis. E ordiniamo il dolce"

Prima di farci scoppiare i pantaloni (lui) e la pancera (io) con una mattonella al cioccolato 70% Amedei con riduzione di caffè (io) e mousse di ricotta alla Saba (lui), la bella cameriera ci porta un freschissimo sorbetto al cetriolo, che ci fa burpettare graziosamente le portate precedenti.
Arrivano i dolci, restiamo soli nella piccola e accogliente saletta.
Ci guardiamo raggianti e ripieni come uova.

La sera, dopo una passeggiata per il paese (molto breve, visto che il centro di Savigno sta tutto su un piatto), andiamo nella nostra camera, dove ci aspettano una doccia con le pareti a mosaico e la cascata a pioggia, un bagnoschiuma dorato, mobili di design, un letto a baldacchino, rubinetti di rame, lenzuola leggerissime e un enorme, gigantesco, quasi spudorato ritratto in bianco e nero di Stanlio e Ollio.
"Siamo noi!"
"E' proprio la nostra stanza!"
"E' proprio la mia sera"
"E' la tua"
"E domattina è la tua"
"Eh?"
"C'è il mercatino dell'antiquariato lungo tutte le stradine del paese".
Gli occhi gli si riempiono di lacrime.

Ho sopportato un anno di tedio, angoscia e frustrazione, autoanalisi, cambiamenti, sempre sull'orlo della depressione, e ne è saltato fuori un libro.
Riuscirò a sopportare anche cinque ore a perlustrare sotto il sole cocente ogni singolo oggetto da rigattiere che abbia almeno quarant'anni e la dicitura "grondo ruggine" da tutti i lati.
Anzi, non solo lo sopporterò, mi ci divertirò.
Mi chiedo proprio cosa ne salterà fuori!



martedì, giugno 09, 2009

Ci vuole Fegato

 L'unico a usare gli aggettivi "Piduista" e "Fascista" riferendosi al governo Berlusconi è stato Di Pietro. Su Skytg24, alle ore 23, intervistato da un biondino fighetto che l'ha interrotto non appena ha visto palesarsi il torbido Capezzone. Il biondino fighetto si è con gusto dedicato esclusivamente a intervistare il giovane voltagabbana, riservandogli la metà destra (non a caso) dello schermo e una serie di compiacenti domande-affermazioni sullo stile "allora è una grande conferma del PDL?", lasciando cadere, malamente raccolto con lo scopettino dell'indifferenza, l'illuminante discorso del leader dell'IDV.
Nella metà sinistra della tele, ho visto Di Pietro andarsene senza commentare la villania subita.

Ieri mattina mi sono svegliata alle otto per preparare delle polpette di fegato, piatto scelto dopo accurata consultazione dell'"Enciclopedia della cucina italiana" di Repubblica per la sua facilità di preparazione (livello "Medio", secondo gli esperti gastronomi), l'abbinamento viticolo consigliato ("Chardonnay trentino" secondo gli esperti sommelier), e l'aspetto vagamente disgustoso della preparazione ultimata ("sembrano cacche d'alce", secondo l'esperta mutter). 
Troppo spesso sono stata ingannata dalla bella presenza di presunti manicaretti, tutto un luccicare di cupole d'argento, decorazioni di zucchero, riduzioni di asparagi e fiumi di glassa, per poi scoprire che sotto la copertina di primizie in bilico s'assopivano sapori dimenticabili, se non inesistenti. Allora ho imparato che se un cibo risulta all'occhio non proprio appetitoso, allora sarà realmente una libidine per il palato. Pensate alle badilate diarroiche di budino al cioccolato.
Alla superficie butterata dei proverbiali "brutti ma buoni", ai fallici e deliziosi cetrioli, o all'acneica mortadella.
Vogliamo lasciar perdere un teorico parallelo con le donne, che meno appaiono tirate a lucido e più nascondono, sotto strati di grasso e unghie trascurate, sostanza e sapore sessuale e caratteriale?
Vogliamo.

Comunque eccomi lì, occhiaia pendente e volume numero 1 ("Antipasti") scoperchiato sul tavolo, a maneggiare con tutta la destrezza consentitami dall'ora mattutina teste d'aglio e sanguinolenti fegatini di pollo, tentando di mettere insieme queste famose "Polpettine alla lucchese".

"Sorellina per favore leggimi gli ingredienti, dammi una mano che devo montare il frullatore"
"Ma di cosa, di...urrrgh, queste?"
"Sì, di uuuurgh proprio di quelle. Poco far la schizzinosa, che secondo me son buonissime"
"Mh, vabè. Allora: 
1 uovo
fegatini
aglio
pangrattato
olio
due acciughe dissalate"
"E basta?"
"Bona, sì."
"Leggimi un po' il procedimento".
Uso il termine procedimento facendomi venire in mente che la Sorellina è diplomata alla scuola alberghiera (ubicata precisamente dinnanzi al McDonald's di quartiere. Il che lo trovo, non chiedetemi perchè, stranamente donchisciottesco), e potrebbe apprezzare la finezza.
"Il CHE?"
Finezza sprecata.
"Il PROCEDIMENTO, il come si fa!"
"Ah sì. Allora. Soffriggere i fegatini nell'olio"
"Fatto"
"Lasciare cuocere tre minuti. Salare e cuocere altri cinque minuti....no aspè, ma non poteva dire direttamente lasciar cuocere per otto minuti?"
"No, è giusto: se lo sali subito diventa asciutto come un levriero".
"Ok, allora...lasciarcuocerpertremi....blbrrrlrsss....ecco, tritare il fegato insieme alle acciughe, con il suo fondo di cottura".
Travaso acquetta, carne e acciughe nel frullatore (nuovo. Kenwood Multipro 900. Ricevuto a Natale 2006 e usato per la prima volta una settimana fa, e solo a seguito della fatidica marco-frase "O quel coso la smette di fungere da comodino E da sede nazionale dell'Associazione Acari, o te lo faccio ritirare dall'Hera. Guarda, piuttosto te lo monto io"), cautamente infilo la spina nella presa, tappo tutto appena in tempo e ruoto la manopola verso il MAX.
In pochi secondi, l'inflessibile lama Multipro riduce il fegato in morbida crema.
"Fatto".
"Perfetto. Adesso devi mettere il composto in una terrina, aggiungere l'uovo, salare, pepare e mescolare finchè il tutto non risulterà omogeneo".
"Ok, da qui posso farcela da sola. Grazie Sorellina, torna pure nei tuoi lidi. Ah, aspetta! Vai adesso a votare?"
"Tra dieci minuti"
"Hai deciso per chi?"
"Sì"
"Metti la preferenza per Flamigni!"
"Come preferisci"
"No, come preferisci tu, cioè Flamigni"
"Per me l'importante è che mi timbrino la scheda. Te quanti timbrini hai?"
"Già sette, in sei anni di diritto al voto"
"Figo, io due"
"Arrivata a tre ti regalano una Winx"
"Buone polpette, io vado!"
"Ciao"
Mi ritrovo da sola a fare i conti con anni di letture di libri di cucina, ore e ore di programmi culinari su Sky e la visione dell'intero Ratatouille per cinque volte, il che mi porta a credere con tutta me stessa nel sacrosanto comandamento numero uno del cuoco casalingo: "pulisci le stoviglie mano a mano che le usi".
Così, prima di procedere col pappone per le mie polpette, lavo il frullatore.
Stacco la spina, rimuovo delicatamente il contenitore e lo metto nel lavello.

E dire che non sono scema.
Che ho bevuto due bicchieri di caffè e maneggiato mezzo chilo d' interiora, e a questo punto potrei dirmi onestamente sveglia.
Che non leggo solo libri di cucina, ma anche il manuale d'istruzioni del suddetto frullatore. Che riporta in grassetto, su ogni pagina, a minacciosi caratteri cubitali, la frase:

STATE ESTREMAMENTE ATTENTI ALLE LAME

Un pensiero di troppo, una fretta improvvisa, e mentre lavo lo sminuzzatore mi squarcio il dito indice con la sua lama Multipro, che mi apre un sorriso digrignante sul polpastrello che comincia a sbavare sangue dal tanto che ride, e non si trattiene nemmeno quando lo sbatto ululando "ahia ahia ahia ahia" sotto il getto d'acqua.
Calda.
Perchè quando si ha il prezioso dono della scemenza, tanto vale sfruttarlo fino in fondo.
Il sangue continua a colare e non smette più (per forza, rincoglionita), fino a quando, per pura pena, lo scaldabagno si spegne e comincia a scorrere solo acqua fredda. Il flusso si calma e riesco a scorgere l'entità del danno. 
Mi sono aperta sul dito una bocca come quelle di certe donne africane, che per trasportare con più agio piatti e scodelle si tagliano i nervi laterali del labbro inferiore, in modo da poterlo allargare a piacimento. Adesso anche dal mio indice sporge un labbrone in grado di ospitare diverse stoviglie. 
Le polpette abbandonate in fase squaglia, mi precipito in bagno a fabbricare una fasciatura, scontrandomi con la mancanza di cerotti e disinfettante e con la presenza di rum e stracci puliti. I miei hanno un concetto piuttosto McGyveriano della cassetta del pronto soccorso.
Trovo un po' d'alcool (AHIAHIAHIAHIAHI PORCACCIA") e del cotone idrofilo, che chiudo con un metro di scotch marrone da pacchi (a sproposito, com'è che lo scotch marrone da pacchi profuma di nocciola?), mettendo a tacere la bocca sul dito come farebbe col suo la ragazza della pubblicità dei Fonzies (solo che il mio metodo è molto meno sexy).

Col mio mega ditone fasciato, riprendo a cucinare e tutto sembra andare per il meglio.

Nel pomeriggio vado a votare con la Chendo, cara amica dei miei nonché cara zia putativa mia.
Arrivata al seggio, tiro fuori carta d'identità e tessera elettorale.
Mi metto in fila.
Cerco di sedare la leggera ansia che sempre mi prende quando mi tocca votare (piuttosto spesso, cioè).
Per un attacco di curiosità fuori luogo, controllo la data di scadenza della carta d'identità. 
Che è completamente intrisa di sangue.
Senza che me ne accorgessi, la fasciatura ha ceduto e la bocca ripreso a sputazzar'emoglobina, sbavando copiosamente su polso, braccio, carta d'identità e tessera elettorale. 
Scappo via e mi rinchiudo nel bagno, inseguita dalla Chendo.
"Choppa che è successo?"
Non so perchè, non mi va di raccontarle tutta la storia. Mi sento stupida ad ammettere di non essermi curata a dovere.
"Mi sono tagliata con la carta, guarda che casino!"
"Beh, che ci fa? Chiedo un cerotto al carabiniere"
"no no no non importa, dai mi sciacquo, lascia perdere"
"ma come no, poi se  macchi la scheda ti annullano il voto!"
L'idea di dare il sangue per Berlusconi effettivamente non mi alletta, anche se non sarebbe male, PLOCH, una gocciona cremisi sul simbolo del PDL. A sottolineare il lato trucido del partito.
"E va bene, dai".
La sento gridare:
"Carabiniereeeee scusi un ceroootttto! Si è tagliata!"
E in men che non si dica vengo circondata dal corpo armato di Dalerino, il mio dito è graziosamente avvolto da un cerottone rosa pallido e il mio voto salvo (ma ahimè disperso in un ridicolo 3,1%).  

Ho raccontato la scenetta a cena  tra le risate di tutti, i "ma non è meglio darci due punti?" del Babbuddha e i "facciamoci sempre riconoscere, figlia, mi raccomando eh" della mutter.
Le polpette, tenute insieme col pangrattato e fritte in olio di semi, erano deliziose (nonostante sembrassero effettivamente delle cacche d'alce).



Stamattina, a spoglio avvenuto e bocce semiferme, guardo i commenti dei leader sul TG1.

"DiPietro, come giudica il risultato elettorale ottenuto dal suo partito?"
"Una chiara richiesta di aiuto dell'8% degli italiani all'IDV, perchè sia l'alternativa a questo governo piduista e fascista".
Lo ripete, dunque.
E lo fa mostrando  in diretta nazionale un orrendo grumo di sangue che gli pende dall'occhio sinistro.
Senza tema di dire le cose come stanno, senza tema di risultare repellente, evitando di nascondere la verità e d'imbellettare le brutture, che siano le proprie o quelle degli altri.
Sanguinando.
Proprio come me.

L'anno prossimo lo voto.

mercoledì, febbraio 25, 2009

MTBurp

Ieri sera ho preparato una cena per Dressel, in visita da Roma, che in cinque giorni si vede Bologna, Milano, Pavia e le cinque terre e andrà a finire come il tizio della barzelletta di Bramieri, quello che visita l'Italia in una settimana e dice "bella la torre pendente di Napoli, il Palio di Verona e l'Arena di Milano", comunque vabè, convinta lei.
Almeno le mie lasagne saranno parecchio difficili da confondere con qualsiasi altra specialità possa assaggiare nel suo tour delirante, almeno quanto saranno ardue per me da digerire, visto che stamattina le ho riesumate dal forno e ingurgitate fredde direttamente dalla teglia, arpionando con gl'indici i grumi di ragù rappreso e biascicando senza posa croste gelide.
Non paga, ho anche attaccato i muffin al cioccolato già un po' duretti, spalmato la crema di peperoni sul pane al rosmarino, buttato giù il resto della bottiglia di Lago di Caldaro e dieci minuti fa mio padre si è presentato con una delle sue spese oculate da capofamiglia: arachidi e gassosa, che io ovviamente ho dilapidato assieme a mezzo pacchetto di patatine zigrinate.
Motivo di quest'orrenda abbuffata, oltre che un latente nonché preoccupante desiderio di auto-annientamento ("se affogo nel grasso forse nessuno mi rimpiangerà e almeno muoio godendo, tipo quelli che s'impiccano masturbandosi con la bocca piena di cioccolato alla menta"), un perenne stato d'ansia e la bramosia che sempre mi accompagnano.
E poi, adoro le lasagne fredde.
Comunque, il risultato è che ora ho un brufolo accanto alla narice destra minacciante l'eruzione, i capelli appiccicati alla testa, la pelle lucida e il vestito macchiato di arancione (maledetti peperoni), e come cambio posizione emetto rutti all'aglio e besciamella da tirare giù la casetta di mattoni dell'ultimo porcellino.
Tutto questo non sarebbe nemmeno tragico, se solo non dovessi, tra esattamente venti minuti, presentarmi a un casting per un video musicale.
Vorrà dire che nel tragitto da casa al luogo designato per, cercherò almeno di sincronizzare i rutti con il ritmo del pezzo per il video.
E poi, non è forse il trash spinto che ha fatto la fortuna di Ciprì e Maresco? Appunto.


martedì, febbraio 03, 2009

Levitare



Non la laurea, non un fidanzato, non la ricchezza nè un lavoro.
Più vado avanti e più mi convinco che ciò che voglio davvero è il nuovo Cif Actifizz.
Chissà se sarebbe in grado, oltre che le incrostazioni di uovo fritto sul lavabo, di sciogliere i casini immani che combino.
Sono in ritardo imbarazzante su TUTTO. Tesi, esami, libro, mestruazioni, e alla mia età dovrei essere già triennalizzata da due anni, impiegata in qualche call center, forse anche incinta e inserita in una relazione matura e funzionale. Dovrei avere un monolocale periferico in affitto e un armadietto con una pila di Tupperware infilati uno nell'altro, qualche vasetto di marmellata biologica e appuntamenti fissi dal dermatologo. Dio.
E invece ciò che ho al momento è:
una tesi bloccata,
una situazione sentimentale che definire confusa è fare un torto a Poincaré,
un terrore fottuto non dico di andare a parlare con i miei professori, ma addirittura di APRIRE il sito di facoltà,
nessun controllo sulla mia esistenza,
orari sballati come Mike Myers in Fusi di testa e quattro brufoli sul culo.
Non so, ditemi voi.
Sono forse io che ingigantisco i problemi?
In fondo, trovarsi fuori corso di due anni, senza lavoro, completamente o quasi a carico dei genitori, senza voglia di fare niente se non farmi rapire per due ore a ventiquattro anni è sempre meglio che avere la terza media, svegliarsi alle sei tutti i giorni e sgrassare chiavi inglesi per otto ore a quarantaquattro.
Però solo forse. Io non lo so.
Non so se sia solo senso di colpa per quest'anno semi sabbatico che mi è capitato di dover prendere. Oppure perchè mi paragono sempre agli altri (i miei amici sono quasi tutti laureati o si stanno laureando, mia sorella alla mia età.....e quella piccolina invece già è fuori di casa e oggi si prende pure la patente....che io, ricordo, ho ottenuto alla bell'età di 23 anni e tutti sono più felici e realizzati e fortunati e talentuosi di me buaaaaaaaaaaaa), comunque
la pianto di compiacermi del compiangermi e preparo il pane.
Nella terrina di plastica arancione metto mezzo chilo di farina bianca 0, trecento grammi di farina Manitoba americana (quella con la bandiera dello zio Tom sulla confezione. E' la migliore in assoluto), una bustina di lievito Pane Angeli messo a spumeggiare in un bicchiere d'acqua addizionata a due cucchiaini di zucchero (anche il bicchiere del lievito è di plastica arancione. Credo che David LaChapelle mi adorerebbe. Credo, eh), due cucchiai d'olio extravergine, un pugno di sale grosso che lascia sulla farina dei buchini come acqua sulla sabbia asciutta, poi impasto, stringo, stritolo, maneggio, ripiego, argino, contengo, rilascio, rimpolpo.
Finchè non creo una palla liscia, compatta e rassicurante, pronta a crescere al riparo del suo canovaccino pulito. Pronta a gonfiarsi e diventare compiuta.
Al contrario di me.

mercoledì, gennaio 21, 2009

Che nessuno lo seppia

Allora metto le ballerine, le calze, la gonna. Le calze sembrano perfette ma in realtà hanno un buco grosso come la Malesia che s'allarga sul cavallo, oh, non c'è verso che riesca a far rimanere integri i collant per più di una settimana. Si sgarrupano sul tallone, si tagliano alle ginocchia, si sbizzarriscono in artistiche smagliature che partono dalla coscia e arrivano al polpaccio in una slavina di buchi e losanghe sfilacciate.
Il paio che ho ricevuto a Natale, con la classica doppia cucitura sul culo per sostenere le megachiappe da taglia conformata, sono durate addirittura il solo spazio di un mattino. Tutta fiera di poter metterci sopra qualsiasi cosa, senza preoccuparmi che l'orlo della sottana di turno non sbugiardasse i tagli alla Fontana, mi sono infilata la gonnella al ginocchio da impiegata part time e sono partita per non mi ricordo più dove tutta sfavillante nylon di pacca.
Due ore dopo m'impigliavo nelle viti dei sedili sul 20 Casalecchio-Pilastro aprendomi uno sbrago di 10 cm su ogni gamba, e addio per sempre calze nuove (e lunga vita al cappottone mascheratore).
La mia amica Giorgia diceva che basta mettere una goccia di smalto per unghie al primo segno di smagliatura, per sigillare i lembi e impedire l'espansione della ferita, ma io o mi accorgo troppo tardi del danno, ormai irreparabile, o non ho smalto per unghie sottomano. "Giorgia va bene anche il lucidalabbra?" "No, quello serve a rendere attraente un'altra ferita, quella che usi per sparare cazzate".
Un'altra ferita.

A buco celato e trucco steso, i capelli raccolti una volta ogni tanto (ti ricordi quando da piccola ti vergognavi della dermatite dietro il collo e non li legavi mai? ti vestivi con gli stessi pantaloni di velluto tutti i giorni e se si bucavano li rammendavi,
ancora oggi non te li leghi
nemmeno oggi, ancora),
vado al pub e mi prendo una Guinness, perchè adesso sono grande e so gestire sbronze, chiacchierate nei locali, sguardi scrutinatori e buchi nelle calze.
Ci sediamo al primo tavolino appiccicoso, mi tolgo la sciarpa
(la dermatite succede ce l'hanno in tanti "shit happens" e nessuno te la guarda,),
"prendo una Guinness tanto per fare l'intellettuale. E le crocchette di riso".
Poi mentre un video dei Prodigy
(giravi con la catena appesa alle braghe, un pennarello a punta grossa in tasca, le mattine e i pomeriggi a riempirti di faaaaaiiiierstaaarted tuisted faaaiestaaarted) detona lungo i muri di legno rivestiti e tu adesso guardati,
la gonna
(le Gazelle rotte)
le ballerine
(il delirio del sabato pomeriggio)
le calze quasi perfette
(l'angoscia l'angoscia l'angoscia)
si siedono nel tavolino appiccicoso davanti al nostro i miei due ex rappresentanti d'istituto.
(Vedranno come sei cambiata. Loro no. Loro portano ancora quelle felpe da Bolo, Underground Bolo, città pesa e non lo dico solo, quei tre/quattro ettari di stoffa e le dita che sembrano ancora spippolare que tre/quattro milligrammi di fumo. "E ne vuoi? Mettilo nel bong che si scioglie così e lo tiri su col liquido, ciao e buon viaggio, iniziata".)
La mia birra è ottima. La schiuma soda, il liquido gelido, il bicchiere liscio quasi liquido anche lui nella sua superficie perfetta, non avrei mai pensato che quella cameriera col culo a pera e l'apparecchio potesse spillare una pinta così.
Come sono diversa
(sei la stessa)
mentre penso "come sono diversa da quando dissi sì e loro mi chiesero se ne volessi ancora e io dissi ancora di sì e non mi sapevo comportare, io e i pantaloni di velluto sempre gli stessi sempre le stesse canzoni".
Adesso sto bene....e loro guardali, con i capelli bianchi
(anche tu)
gli ex più fighi del liceo ammirati da tutti
(da te)
mentre continui a bere, a parlare, a essere tranquilla, adesso, di come sei.
Della dermatite, del tuo corpo
(dell'angoscia dell'angoscia dell'angoscia)
loro che hanno negli occhi le notti di corsa nei sottopassaggi pisciati e le bombole spray decapitate attorno.
Loro se mi notassero non mi riconoscerebbero mai, ma io sì
(ti riconosceresti?), perchè sono gli stessi. Ma non si accorgeranno mai di me perchè parlo a voce bassa, Keith Flint a troppo alta e adesso sto bene, incastonata nel contesto.
Non più disadatto abbozzo di tentativo di donna, ma ragazza serena
(apparentemente, tutto all'apparenza, l'angoscia l'angoscia) che chiacchiera con un amico e una pinta di birra in mano, che si sente a suo ag...
CRASH.
Un'orrida macchia di birra e vetri si stampa sul pavimento di cotto, così, come un fatto compiuto.
La solita me
(sei uguale)
ha fatto cadere il bicchiere. Tutti si voltano per un attimo, compresi i miei ex popolarissimi rappresentanti d'istituto in disuso, ovviamente.
Che mi riconoscono al volo, ovviamente.
"Ah, ciao Choppa,...come va?"
"Ehm eh beh....di tempo ne è passato e io...."
"Attenta a non ferirti ahahahahhah".
"ah."
Ferirmi.

La sera dopo passo in rassegna il bollettino dei superstiti del frigo: due confezioni di seppie, due uova, una piantagione di prezzemolo, un barattolo di pangrattato.
Preparo le seppie ripiene. Le dischiudo delicatamente con le dita bagnate d'olio e le colmo di una farcia preparata con tutti gli ingredienti, più due spicchi d'aglio tritati, sale pepe e un'altra cosa che non dico. Sono cuori che non straripano per un pelo, sono bocche sull'orlo del rigetto, sono ferite.
Ferite.
Sembrano vulve, wounds, che a dire le due parole di seguito la forma delle labbra quasi non cambia.
Sono buchi da nascondere sotto gonne abbastanza lunghe.
Basta un soffio, un morso, una distrazione per disvelarli, un'
(lasciarsi andare)
angoscia passeggera dal passato lontano, il fuoco per un attimo troppo alto e il danno è fatto.
Ci si riapre e tutto, tutto, rischia di tracimare.