venerdì, novembre 20, 2009

Sapevi che ero un gatto quando mi hai accolta!

In questi giorni sono incazzata con tutto e tutti e se mi venite a dire "è perché hai le mestruazioni" vi rispondo "no, non è per quello, anche se ce le ho non vuol dire niente, cos'è, devo essere per forza schiava delle mestruazioni?" e poi vi faccio pulire la sabbietta del gatto.
Tanto, dentro non ci trovereste niente. La Prisci in questi giorni è più incazzata di me: fa certi salti à la Isinbayeva sulle tende del salotto per conficcare le unghione nel punto più resistente del ricamo e lasciarsi lentamente scivolare a terra, lacerando la stoffa come un Fontana in versione felina.
Ravana nella sabbietta lanciando le cacche in giro, ruba il cibo dai piatti (ieri si è fatta fuori un buon centimetro quadrato di pizza casalinga e due f
ette di salame), si cava gli occhi a furia di miagolare per uscire, come se la tenessi segregata in casa senza acqua né cibo (di prima qualità, tra l'altro, che ogni mese mi sveno per comprarle i Bocconcini di Vitello Almo Nature), sventra coperte e morde braccioli (e braciole), si arrampica sugli armadi e si lancia di sotto quando meno me l'aspetto, tenendosi saldamente aggrappata ai miei capelli, facendomi lo scalpo e venire un infarto.
E se provate a dirle "è perché hai le mestruazioni", alza 
il dito medio e vi soffia affanculo, perché lei è sterilizzata (la storia completa qui ).
Certe volte la odio. Come quando alle prime luci dell'alba comincia a mordermi i piedi come se dovesse scardinarli, o quando mentre sto facendo la cacca f
a a pezzi la porta del bagno e sbraita che vuole entrare, ti prego, ti prego apri apri apriiiii ci sono anch'ioooo, e io mi ritrovo a gridare, seduta sul cesso, "Prisci aspetta due minutii!!" e a lavoro finito uscire e trovare mucchietti di schegge divelte. 
Come quando la sera alle undici vuole fare la lotta e giocare coi topini Ezio e Alfio, io glieli lancio e lei li riporta, che manco li cani, mentre vorrei solo crollare sul piumone lei miagola e mi strofina dei topi bavosi sulla faccia.
Oppure quando s'infila tra le gambe e per poco non mi fa 
cadere per le scale, o quando riduce a brandelli i rotoli di carta igienica e trasforma la casa nel set de "La Mummia" dopo un uragano. 
Non oso pensare all'albero di Natale, quando ci sarà. Non oso pensare ai festoni.
I pezzi di paté Gourmet spiaccicati dietro al divano.
I vestiti scaraventati giù dall'armadio. 
Certe volte non la sopporto più, allora la prendo in braccio, faccio una giravolta e la butto mille volte sul letto, fa certi voli e capriole a mezz'aria che la sfiancano, e allora dorme, distrutta dai disastri. 

E allora diventa così:





e io la amo. 



Nella foto, Alfio 

mercoledì, novembre 18, 2009

...comprese le paranoie sulle paranoie


Mentre Marco russa io ascolto pianissimo Goodbye Stranger dei Supertramp, la riascolto mille volte perché l'inizio è proprio fenomenale.
La presentazione è andata bene, io ero vestita malissimo ma il parrucchiere non aveva sbagliato molto, questa volta, e tra Ciccibum vecchia e Alda D'Eusanio giovane sembravo decisamente Alda D'Eusanio, che può sembrare una sfiga, ma vi assicuro che sotto l'aspetto tricologico è meglio.
C'era tanta gente, anche persone allertate dall'annuncio su facebook che non vedevo da una vita, queste facce e capigliature dal passato che profumano di balsamo e figuracce sepolte.
C'era anche mia nonna che il giorno dopo si è sentita molto male. Spero i due eventi non siano collegati in alcun modo.
C'era anche della gente venuta lì per caso, per cercare un libro da regalare a un amico o da tenere sul termosifone del bagno, che si è fermata ad ascoltare e alla fine mi ha chiesto anche l'autografo.
Morozzi è stato gentile: mi ha fatto delle domande alle quali io a un certo punto non sapevo nemmeno rispondere, ma ho risposto lo stesso e mentre lo facevo pensavo "ma a tutta questa gente, parenti e amici e sconosciuti, ma cosa cazzo gliene può importare di quello che penso io sul mio portafoglio, su Bologna, sulla letteratura e i racconti e la musica e la vita in generale?"
Però lo stesso ridevo e continuavo a parlare.
Poi l'amica Stefy mi ha dato un mazzo di fiori con le gerbere arancioni e una piccola coccinella di legno abbarbicata all'ultimo petalo della più bella gerbera, e ha detto
"la fioraia mi ha chiesto se fosse per la scrittrice, io ho risposto sì e allora ci ha appeso la coccinella".
Questo mazzo adesso è dentro a un vaso smaltato di bianco, rosso, verde e blu, e s'intona benissimo con i fiori che ci sono dentro. Quando lo guardo penso a me che non me lo merito, alle persone care che mi sono venute a trovare in occasione della mia prima presentazione bolognese, che dovrei lavorare di Photoshop sulle foto e aggiungere una bella corona d'alloro in cima ai capelli alla D'Eusanio, così circondata da tutta quella gente e col sorriso smagliante sembra che mi sia laureata e almeno anche mia madre è contenta.
Adesso divento scema a cercare recensioni sul mio libro e m'incaponisco sul fatto che una tizia gli abbia dato 2 stelle su 5 su anobii.
Perché non di più? 
Perché fa cagare!
Ed è meglio che la pianti di scrivere.
Trovati un lavoro, scegli una carriera, scegli la vita come diceva Ewan McGregor in Trainspotting.
Scegli di finire l'università e di smetterla con questo gioco della scrittrice, della gente che vuole pubblicare e ti contatta chiedendoti come si fa, delle invidie e gelosie e leccaculi (ci sono in ogni ambiente, coccinella) e metti su casa, fai la sfoglia, il pane, vai a lavorare in un ufficio purchessia e scegli i Tupperware, il riso sottovuoto, la pizza di kamut e un armadio ordinato, ogni sabato il bucato.
Scegli la vita.
Oppure un oceano, e la terra lontana lontana, svegliarsi presto la mattina prima dell'alba e la libertà, è l'esistenza che hai scelto tutti i giorni, ma facendo così, tutte loro le rivedrai?
Goodbye Mary, Goodbye Jane, will we ever meet again?



Nella foto: io sono quella più Choppa. Alla mia destra, una delle mie sorelle. Alla mia sinistra, una delle solerti libraie che hanno ospitato e curato la mia presentazione. Da qualche parte nel mazzo, la coccinella fa la ola.

venerdì, novembre 13, 2009

I wanna get Tisico

Domani ho un'altra presentazione, la prima qui a Bologna.
Sarà una presentazione importante per diversi aspetti:
1) é la prima qui a Bologna

2) verrò presentata da uno scrittore abbastanza famoso

3) grazie a Facebook e al suo polipo modo di fare, saranno presenti decine di amici e parenti che non vedo da anni

3 bis) anche se in un paio hanno già dato buca adducendo malanni suini

4) è in una bella libreria.


A tale evento mi sto preparando nei seguenti modi:

1) strafocandomi di pasta e fagioli preparatami da Marco, sempre attento all'aspetto musicale delle mie performance

2) andando dal parrucchiere, e voi sapete bene cosa significhi per me andare dal parrucchiere. O ne esco Ciccibum vecchia, o Alda D'Eusanio giovane

3) portando al lavasecco i miei stivali scamosciati conditi di olio di pomodorini secchi. Il titolare ha commentato "ah ma questo è unto, io ci posso dar zò con lo spassolino, ma non ci garantisco mica niente, vè! Domani torni e oh, al limite ce li ridò così!"

4) facendomi cogliere dal panico per i seguenti motivi:

a) non ho voglia di rivedere persone che non vedo da una vita, checcazzo di figura ci faccio, e i parenti poi, mioddio nonononono
b) avrò gli stivali unti. UNTI!
c) lo scrittore abbastanza famoso non ha ancora risposto al mio sms di richiesta conferma
d) pensa se non viene
e) ahah che ridere, pensa
f) non può fare una cosa del genere
g) sì che può, certo. Può dire "no non vengo".

5) ingollando goccine su goccine di "Rimedio estremo" del dottor Bach, utile a:

-combattere lo stress post traumatico
-combattere il panico nel bel mezzo di un trauma
-combattere il panico preventivo in previsione di un possibile trauma.

6) guardando "X Factor" tifando per nessuno in particolare, quest'anno mi sono tutti indifferenti

7) facendomi contagiare dall'influenza suina.


Perciò vi aspetto domani tremante, tricoticamente improponibile, calzante olio, spernacchiante dal didietro e tossicchiante catarro infetto, alle 18, alla libreria Coop Minganti di Bologna.

Ci sarà da divertirsi!

mercoledì, novembre 11, 2009

Dreesy

A Diadorim



La parola chiave è "Dreesy".
Ogni mattina della scorsa settimana mi sono svegliata alle sei, cercando di schivare la Prisci al buio per non trasformarla in una tortilla, ho fatto la pipì, mi sono lavata le mani (questo lo specifico solo per fare la figura della persona sana e rispettabile), ho aperto le ante della dispensa e ho sfamato la felina con una scatoletta di cibo "Dreesy".
Poi mi sono vestita, ogni mattina in un modo diverso, scomodo ed elegante (a parte lunedì. Lunedì ero comoda ma un po' volgare, con il maglioncino troppo scollato e lo smalto rosso, recente acquisizione-premio per la fine della mia onicofagia), prendevo la macchina e poi l'autobus e andavo a lavorare, ticchettando sulle scarpine lucide e scodinzolando le code del cappottone nero, all'Accademia Filarmonica, per il biennale Concorso Calvicembalistico.
Due anni fa, tra la débacle emotiva e il solito impegno che la settimana clavicefala richiede, mi ricordo che ero felice.
Quest'anno un po' meno.
Lo scorso concorso andava ancora tutto bene con il mio fidanzato, di lì a pochi mesi saremmo partiti per Parigi, per quello che sarebbe stato il nostro ultimo viaggio insieme. Il mio grado di fuoricorsismo non era ancora così prossimo alla catastrofe come lo è ora.
Non ero ossessionata dall'idea di dovermi dare una mossa e trovare un lavoro serio per cominciare a mantenermi.
Non avevo un gatto da evitare e sfamare ogni mattina.

Quest'anno sì.
Per tutta la scorsa settimana io, le mie unghie rosse e le tettone tenute malamente a bada dal maglione, ci siamo barcamenate come al solito tra giovani concorrenti, spartiti da riordinare, assurde pretese da parte degli illustri giurati ("ecco, signorina, lei che parla molto bene le lingue...non basta che dica Johann Sebastian Bach. Deve dire JoHHHHHHan Sebastian BacHHHHH, con l'acca che si senta", questo detto mentre stavo contemporaneamente curando la febbre di un candidato, pulendo il cestino della carta straccia, organizzando gli intricatissimi orari di studio incrociati su due cembali per l'indomani e preparando i programmi di 13 schizzatissimi  clavicefali in semifinale). 
Sono tornata a casa ogni sera sfinita dalla responsabilità, dal freddo e dalle preoccupazioni per il giorno dopo. Con Marco che, alle dieci, nonostante fossi già in modalità cadavere da due ore, reclamava un pasto caldo come un uccellino il suo paté di vermi. 
Poi, ogni sera sono crollata sul letto (sfatto, perché nessuno pensava a mettere in ordine durante la mia assenza), con ancora qualche grumo di matita abbarbicata agli occhi, che anche se spendo gli ultimi 15 minuti di lucidità a sfregarmi la faccia con le salviette struccanti Vichy, chissà perché, il trucco non viene mai via del tutto.
E per tutta la settimana, il mattino dopo, ho sfamato la Prisci con una scatoletta "Dreesy".

Il Superillustre Presidente della giuria, poche ore dopo essersi congratulato con me perché
"rispetto a due anni fa, signorina, la vedo veramente molto più carina. Fa piacere avere una segretaria così piacente", ha pensato bene di umiliarmi in pubblico per una futilità.
Certa gente, semplicemente, non....

E quello che ho provato è stato come un bambino che salta su un laccio di cuoio appeso per un capo a un polmone e per l'altro al cuore, un doiiiiiiing che mi ha fatto schizzare organi e sangue al cervello. Come ci si può permettere di trattare così una persona che lavora, per renderti felice e fare in modo che tu non debba muovere di un centimetro le tue pallide chiappe da susina, dodici ore al giorno per sette giorni consecutivi, senza avere neppure il tempo di mangiare, come si fa a dirle davanti a tutti con aria da Goebbels "Signorina mi ha tirato proprio un bello scherzetto" e a farle una ramanzina di un quarto d'ora davanti a quaranta persone  solo perché non avevo avvertito mia nonna di un cambio di appuntamento?!

...Il Superillustre Presidente ama mia nonna. Per tutta la vita hanno fatto lo stesso mestiere: suonavano il clavicembalo. Solo che mia nonna ha insegnato al Conservatorio, ha fatto i suoi seminari e concerti,  ha sposato mio nonno, si è fatta una famiglia e una vita e poi è andata in pensione, mentre il Superillustre Presidente ha basato la sua intera esistenza su questo strumento obsoleto con i tasti all'incontrario, è diventato una delle massime autorità mondiali in materia, non ha sposato nonne, non ha avuto famiglia, nè pensione, nè vita.
Amava mia nonna.
E il fatto che io non l'avessi avvertita, tra le appena cinquecento altre cose necessarie perché il Concorso procedesse senza intoppi, del cambio d'orario del loro appuntamento, mi rendeva ai suoi occhi una donnetta infida e senza valore, una perfida arpia disposta a scombinare i piani del destino, una Kali capricciosa che si diverte a scombinare i suoi piani per una serena vecchiaia.

Non sopporto essere trattata male in pubblico, soprattutto se ingiustamente.
Anche in una cosa che non mi appartiene, che non mi è mai appartenuta, come il Concorso, come quel mondo di ossessionati dalle semicrome, ho sempre messo l'anima, il cuore, le lacrime, tutta la passione possibile, perché mi piace lavorare.
Mi piace rendermi utile. 
Mi piace che la gente, concorrenti e loro parenti, pubblico melomane e curiosi occasionali, mi stimino. 
Mi piace camminare sui pavimenti vetusti dell'Accademia Filarmonica, e vedere la mia pelle cremosa riflessa sugli enormi specchi ossidati, illuminata dalla luce rosea dei vecchi lampadari.
Mi piace accompagnare i ragazzi alla prova finale.
Si chiama "basso continuo", e consiste nella lettura a prima vista di un piccolo brano del settecento, da eseguire con una cantante, e nell'improvvisazione di un accompagnamento.
Quando tocca alla prova del basso continuo, devo chiudere i concorrenti, a uno a uno, in uno stanzino, insieme al solo branetto, una sedia e una matita, per quindici minuti.

Quest'anno non sapevo dove metterli. Tutte le sale dell'Accademia erano occupate da giovani orchestrali, mastodontiche pile di spartiti, conferenze, strumenti d'epoca.
Quando ormai stavo per ripiegare sull'ascensore, un Responsabile in tweed mi ha detto:
"c'avrei uno stansino che é in ristrutturassione, se le va bene!"
Va bene.
Un pianoforte a mezza coda, un soffitto affrescato con putti e dei.
La veneziana abbassata, il pavimento in discesa, una sedia. 
Un'enorme impalcatura di metallo, con sopra un rullo, un pennello, qualche straccio
e una lattina vuota di "Dreesy".
Ero appena stata trattata di merda dal SuperCapoMegaStimatoDelMondoClavicefalo, avevo ancora un po' di macchioline rosse su un'unghia, ero stanca.
Era tutto sulle mie spalle da una settimana, ero esausta e non ne potevo più e volevo solo andare via e invece c'era ancora tutta l'ultima giornata da affrontare, la finale, il concerto, i verbali, gli esclusi da consolare le congratulazioni il catering i problemi dell'ultimo minuto da risolvere nell'ombra e in un secondo, ma quella scatoletta
-con un po' di macchioline bianche sul lato-
e il pensiero che il restauratore avesse un gatto e che dovesse stare attento a non pestarlo ogni mattina, prima di andare al lavoro e arrampicarsi su un'altra impalcatura,
mi ha messo in pace con il mondo.
Non importa se l'uragano in cui ti trovi sono i compiti scomodi, un lavoro che non ha più senso per te, la malinconia, l'incertezza, oppure sei tu.
C'è sempre altro: c'è quello che ti aspetta a casa, l'affetto, un abbraccio, gli oggetti che ritrovi, un animaletto da sfamare pescando col cucchiaio nella melma al tacchino, c'è altro, c'è la sensazione che attraverso il quotidiano- e una lattina di Dreesy- ti stai costruendo una vita - e una felicità -  che non dipende da una telefonata mancata, o un'acca non pronunciata, che se è fragile è solo perché è nuova nuova, da sondare, da prendere e far ripartire dal tuo altro, dai tuoi successi, dal tuo letto sfatto, da un miagolio insistente ogni mattina.

Ho chiuso la porta della stanza, e ho chiamato la prima candidata.

"Entrez, Cécile, c'est à vous"

Sorridevo. 







domenica, novembre 01, 2009

Alla fine (the end is the beginning is the end)

Non ero così male. Stavo bene anche in ballerine. 
A dirla tutta, i numerosi anziani assisi dietro alle briscole mi hanno anche riservato qualche sguardo penetrante. Peccato che, comunque, nelle foto della presentazione risulti sempre la solita balena col rossetto.
Che due coglioni.
Aspetto a parte, mi devo rendere conto.
Mi devo rendere conto che:

1) Ho effettivamente scritto un libro. E' incredibile, e mi sembra una cosa da niente, e se lo tengo in mano adesso e per caso mi viene in mente la disgraziata idea di leggerlo, lo odio. Mi sembra una cosa estranea a me, una sciocchezza, e ieri sera, addirittura, tale Alfredo coinquilino dell'amico Francesco mi ha detto "complimenti davvero", e io ho risposto: "ma io non ho fatto niente".

2) Prima e dopo ogni presentazione, firmo autografi con la faccia e i sentimenti di una che chiede scusa. La gente mi si avvicina, mi parla, mi chiede cose e mi fa complimenti. Ieri una signora mi ha detto che si è immedesimata in un personaggio del mio libro. E io...me ne devo rendere conto, tutto qua.

3) Sto vivendo una vera e propria avventura. Per me è un'avventura anche solo riuscire a prendere il biglietto dal casello autostradale senza dover scendere dalla macchina (o andare dal ginecologo o buttare la spazzatura o tagliarsi i capelli o fare la spesa), pensate cosa dev'essere partire per posti nuovi, sedermi davanti a gente sconosciuta e sbrodolargli addosso me stessa. 

4) Quando si scrive un libro, si comincia. Non è finita affatto: bisogna trovare i posti per presentarlo e poi presentarlo, leggerlo ad alta voce, parlarne, sviscerarlo senza pietà, e mi devo rendere conto. 
Che.
La fine di questo libro è stato un inizio di cui solo ora...mi sto rendendo conto.
Le persone che ho potuto conoscere grazie alla sua fine, gli incontri, le emozioni che si condividono inevitabilmente, anche quando vorresti startene in un minuscolo cantuccino a ripetere ossessivamente "ho solo scritto un centinaio di pagine di cazzi miei ho solo scritto un centinaio di pagine di cazzi miei ho solo scritto un centinaio di pagine di cazzi miei".
Mia nonna, dopo averlo letto, ha deciso di scrivermi una lettera.
Mia madre vuole parlarne ogni giorno.
Ricevo messaggi ed email e commenti di apprezzamento e richieste di spiegazioni che io non posso dare. 

5) Tutta questa giostra mi dà l'idea che sia appena cominciata. Lo voglio da quando avevo sei anni, scrivere, conoscere gli addetti ai lavori, raggiungere le persone grazie a quello che dico, lettori che mi dicono "grazie" e lacrime e applausi e squali dai quali salvarmi, lo voglio.
Ma l'idea che sia appena cominciata, mi rende euforica e terrorizzata.

6) Non so dirla meglio di così. Proprio io, che mi vanto di saper buttar giù qualsiasi cosa, devo prendere in prestito una metafora di Marco:

"Hai buttato un sasso nell'acqua. Vedrai, piano piano i cerchi attorno a lui si allargheranno. Prima stretti, poi sempre più larghi, distanti, ampi e coinvolgenti, finché non spariranno. Allora tu getterai un altro sasso, magari più lontano, e tutto ricomincerà, e così via finchè avrai voglia di buttarne".

7) Il primo sasso è stato gettato, è affondato, finito.  

8) E tutto è cominciato.

sabato, ottobre 31, 2009

These Boots are made for Walking...

E venne il giorno.
Oggi pomeriggio ho una presentazione del libro in quel di Argenta (FE).
Dovrei divertirmi, mi dico, è nell'ambito di una fiera dell'editoria indipendente.
Figo...stempererò l'ansia da presentazione girellando per bancarelle, sfogliando romanzi di autori giovani senza rischiare lo shock culturale di trovarmi i versi di Wislawa Szymborska a stretto contatto con le ponderose opere di Federico Moccia.
L'unico problema, come dicevo nel post precedente, è il vestito, come sempre. 
Ma anche questo annoso dilemma sembrava essere accantonato. Sembrava. Appunto. E' un caso che 'sto tempo di merda si chiami "imperfetto"? Noi di Voyager pensiamo di no.
Da quando mi sono felicemente rifidanzata ho ritrovato l'allegria, la voglia di cucinare e i sette chili persi l'anno scorso, quindi i pantaloni sono da escludere. O non mi si chiudono proprio, e in quel caso vengono accuratamente piegati e riposti nella scansia "Better times" in attesa di tempi più snelli, oppure, dopo una sinfonia di ansimi e gemiti, asola e bottone riescono a congiungersi nello sforzo supremo e ad avvertire con voce strozzata la cerniera: "guarda che se non vieni su ti strappiamo tutti i denti".
In questo caso, anche se la cerniera dovesse farcela a raggiungere gli strenui compagni di sventura, riuscirebbe a stento a contenere il mio panzone, e produrrebbe una specie di doppio cavallo convesso che parte due centimetri sopra l'ombelico e finisce a filo di figa, creando un effetto alla Pavarotti infoiato che, per quanto interessante da un punto di vista antropologico, non è proprio indicato al palesamento. 
Ci sarebbero i pantaloni cagaroni...ma, incredibile, ingrassano di tre taglie persino me.
La soluzione? I benedetti fuseaux. Neri, asciutti, elastico in vita, perfetti sotto all'abitino nero che ho intenzione d'indossare, e soprattutto, perfetti da mettere dentro agli stivaloni scamosciati stile Ugg's.
Una bella giacchetta di velluto nero (o forse, per spezzare, sarebbe meglio quella verdolina?), trucco, ed è fatta, dovrei essere pronta.
Benedetti fuseaux, lo ripeto. Benedetti stivali scamosciati stile Ugg's, che anche se c'hai due pandori Bauli al posto dei piedi come me, ci entri e ci sguazzi anche, e sembri pure alla moda.
Perfetto.
Sì.
Come no.


L'altro giorno vado a trovare la W. 
Come al solito, ci spariamo una megamerenda (lei) e un pranzo (io) a base di merendine e similNesquik (lei) e panino e caffè (io).
Il panino lo faccio con quello che mi offre lei, a volte arrosto di tacchino, salame, una roba un po' viscida che si chiama Tenerone, altre volte una fetta di pecorino o emmenthal svizzero, e tra un bicchier di coca ed un caffè tiriamo fuori i nostri perché e proponiamo i miei però.
L'altro giorno, no. Niente salame, niente Tenerone, niente però.
Tonno e pomodorini secchi sott'olio. 
"Che buono W., grazie!"
"Prego" chomp chomp.
Finito di ungermi il grugno con il sandwich capolavoro, mi accingo a giocare con la W. a una partita a minigolf sulla Play.
Mi siedo. 
Alzo i piedini miei delicati sul poggiapiedi della poltrona Poang. 
E lì, amici...il DISASTRO.
Una gocciolona malefica pregna d'olio di strutto sudato dai pomodorini è colata sullo stivale scamosciato sinisitro in stile Ugg's.
Così, PAH, lacrimona indelebile dell'Uomo Pizza.
E giù di talco, di strofinate con lo straccio, di sacramenti e giaculatorie, e la macchiona è ancora lì.
Ora.
Senza gli stivali in stile Ugg's, tutta l'idea dei fuseaux + vestitino crolla.
Devo mettermi le perfide ballerine segapiedi, che mi fanno due inguardabili caviglie da Miss Piggy, e perdipiù sono ormai fruste e rifruste, con la gommina del tacco che se ne sta andando per sempre, salutandomi con uno strascico di bavetta appiccicosa.
E' un dramma.
La mutter dice che dovrei comprare della TRIELINA al lavasecco e cercare di strofinarla sull'orrida macchiona, e se il piano dovesse fallire, allora almeno lucidare le ballerine fruste.
Ok che tanto tutta la gente sarà ipnotizzata dal mio inquietante doppio mento, ma mi preoccupo lo stesso. Forse perché è Halloween: almeno il giorno della mia festa voglio essere carina...





lunedì, ottobre 26, 2009

Giochi

Oggi hanno pubblicato una mia intervista sul sito "Giochi di lingua".
Ok, il nome per esteso è "Giochi di lingua italiana", ma detto così è più equivoco e, come ha detto l'amica Chiara, "più adatto a te, purzèla!".
Se volete leggerla, ecco qua


e domenica 31 sarò alla Prima Fiera dell'Editoria di Argenta (Fe) per presentare il mio librino.
Il che mi costringe a declinare l'allettante invito della mica Lilla, che prevedeva di andare a Gardaland a vedere la sfilatona di Halloween.
Uffa, quanti sacrifici per vendere un paio di copie in più!
...Scherzo, sono felicissima. Sto cominciando ad abituarmi all'idea di aver pubblicato un romanzo.
Ora resta solo da decidere cosa mettermi...forse potrei travestirmi da Shakespeare, o da patata, non so...
si accettano suggerimenti!




domenica, ottobre 25, 2009

Scrivere è...

...un apostrofo rosa tra le parole "auto" e "sputtanarsi".


giovedì, ottobre 22, 2009

Diario di una Praga (Parte II)

Venerdì 9

Dopo esserci scorticati piedi e gambe, decidiamo sia giunto il momento di scorticare anche il portafogli, rilassarci, metterci in panciolle e fare quel cacchio che ci pare. Cosa credi, soldato, che sia una fottuta guerra? E' una vacanza, perdio!
La mattina saliamo al castello per vedere la mostra di Capek: tutto un ritratti lanosi, futuricubismo, suggestioni della Cecoslovacchia tra le guerre. Il posto, la vecchia scuola di equit
azione, è magnifico, il caffé che sorseggiamo al cospetto della cattedrale di S. Vito ancora di più (e molto meno caro di quello di Starbucks). 
Mentre ci allontaniamo per visitare meglio il comprensorio reale, una tipetta allegra ci piazza davanti al naso un registratore, e ci chiede un parere sulla mostra per la radio ceca.
Uau. Un'anticipazione di quello che dovrò affrontare da lì a due settimane...
In un inglese cucito con lo spago, raffazzono un paio d'impressioni e me ne vado contenta di aver fatto anche 'stavolta la parte della saltimbanco.
Marco annuisce e saggiamente tace.
Finché non gli balza per la mente l'idea di visitare DAVVERO il comprensorio reale. Io pensavo fosse una battuta, un modo di dire. Come: "dopo magari andiamo al cinema", ma poi piove e a casa si sta così bene che alla fine non si va.
No.
Qui, ci si va sul serio.
Biglietti che costano un occhio (ma noi riusciamo a strappare un super sconto togliendo a Marco sei anni d'età e trasformandolo da operatore call center/bassista a studente universitario fuori corso), e ausilio di un'enorme audioguida a guisa di mazza medievale, da scarrozzare comodamente lungo i 3 km del percorso.
E si va!
Cattedrale di S. Vito (magnifica. Peccato il temporaneo imbottigliamento tra qualche decina di culi teutonici impegnati a rimirare gli splendori asburgici), 
Castello, Vicolo d'Oro, torre Diaborka (prigione medievale dall'evocativo nome), corsetta veloce per restituire in tempo il mazzafrusto uditivo e via lungo la Nerudova, a osservare preziosi
 manufatti di artigianato turistico e rifocillarci dove già ci rifocillammo, memori dei piatti strabordanti a prezzi abbottonati.
Verso sera, comunque schienati, ripariamo all'hotel, ove ci accoglieranno le calde coltri a tre stelle e un paio di panini freddi all'insalata russa e salame sovietico, acquistati in un Potravyny (alimentari) dall'aria appena meno equivoca del bowling cinese di quartiere, ma giusto appena.


Sabato 10

Scade il biglietto della metro ma non il proposito di prendersela comoda ("non è mica una fottuta guerra" eccetera).
La vacanza è quasi alla fine. Spiace.
Per tenerci stretti gli ultimi lembi di Praga, visitiamo la mostra di Mucha. 
Tutto, all'ingresso, sembra urlare "Vi Frego!": nello stesso stabile, proprio ai piedi della cattedrale di Tyn ("dannate guglie" eccetera), una mostra di Dalì permanente con improbabili busti di Andy Warhol in cartongesso, a 10 metri un ristorante per turisti, cartelli che promettono souvenir kitsch a prezzi Belle Epoque. 
Invece, l'esposizione al secondo piano è sobria e interessante, ben studiata, e i lavori di Mucha lussureggianti.
Dopodiché, signori, è tempo di togliere il freno a mano alla bestia affamata di shopping che alberga in noi.
Nel mercatino di via Havelska, già teatro di un pranzo mai digerito, compriamo giocattoli di legno, segnalibri, quadri, un golem-pezzo d'arte e ricordini di vario e dubbio gusto.
Pranziamo in un bel ristorante a base di Schnitzel e cavolo acido (per dessert, una deliziosa Fiesta vecchia con mezza pesca sciroppata e una sburratina di panna baveuse).
Gironzoliamo fino a via Jilskà e in uno splendido negozietto compriamo due tazze favolose e un magnete per il frigo.
Bona.
Torniamo in albergo a riposare, e a riprenderci dal freddo che oggi attanagliava, forse un modo della città di tenere stretti noi, che ce ne stiamo per andare.
In albergo, cena a base di Potravyny più equivoco di quello della sera scorsa (il pane non aveva nulla da invidiare in gusto e  consistenza ai busti di Warhol nel museo Dalì).

Domenica 11

Una bella mattinata sotto l'acqua, al riparo dei portici di Mala Strana.
Visto il tempo, rimandiamo la visita alla collina di Petrin alla prossima vacanza a Praga; prendiamo l'ennesimo caffé da Starbucks (ancora due frappuccini e ne diventeremo azionari), e ci incamminiamo verso la piazza di Malta, location ampiamente utilizzata da Milos Forman per il suo "Amadeus".
Piove di brutto.
Poco lontano c'è il museo della music
a ("No, Choppa, questo non è il museo della musica! E' il museo Hudby". "Ah. E cosa vuol dire Hudby?" "Uh eh...della...musica").
Ci infiliamo dentro e veniamo travolti dall'impressionante assenza di visitatori e presenza di strumenti antichi (Marco viene travolto dalla presenza di un prototipo di sintetizzatore, che lo terrà incollato alla sua teca per circa tre quarti d'ora. No, non è facile per niente).
Usciamo ringalluzziti e ci facciamo l'ennesimo giro per Mala Strana. 
Ponte Carlo (addio, Ponte Carlo, mi mancherai come sempre) e pranzo a Stare Mesto a base di ginocchio di porco, che , come un parente sgradito, si rifarà vivo a scadenze regolari fino al mattino dopo.
Cena in albergo a base di rutti al maiale e panino raccattato in giro. Ai peperoni. 
Quando ci si vuol fare del male, che almeno ce la si metta tutta.
(Nota Bene: prima di dormire, ci spariamo due ore di "Ceko Slovenska Super Star", versione cecoslovacca di American Idol, o più probabilmente un modo per cominciare ad apprezzare lo stridio delle unghie sulla lavagna).

Lunedì 12

Ultimo giorno.
Il tempo volge al diluvio.  Cerchiamo di corrompere il recezionista panzone per poter stare qualche ora in più in albergo. Ne, alle 12 sloggiare.
Poco male, vorrà dire che un'altra passeggiatina corroborante a meno quattro non ce la negherà nessuno. Dannato recezionista panzone. 

E comunque.

Che bella vacanza, che bella Praga, i suoi scorci, la sua intimità, e che belli noi, al nostro secondo viaggio come se fosse il primo, come se fosse l'unico.
Sei anni fa, quando ci venni la prima volta, la città si stava risvegliando all'alba della consumistica democrazia, e ora sguazza in panciolle nella siesta dell'avvenuta trasformazione da Capitale dignitosa e abbottonata a Metropoli mcdonaldiana senza ritegno. 
Sono contenta di averla vista ancora convalescente, con le sue campagne spoglie, i tram radi e lenti, le facce scorbutiche, e di vederla ora così, quasi uguale a mille altre nell'efficienza dei servizi e nella ricchezza delle vetrine, e unica, diversa da tutte, nell'aria gravida di ricordi e ferite ancora sporche di mercurocromo.



martedì, ottobre 20, 2009

Diario di una Praga (Parte I)


Lunedì 5 ottobre

Seguendo le istruzioni riportate sulla prima pagina della Routard, ci rechiamo dall'aeroporto Ruzyne all'albergo Quality, nel quartiere Vinohrady. Sì, fa rima. Sì, è l'unica cosa allegra in questo momento. 
Sono le nove del mattino: ci sono dieci gradi, una pioggerella gelidina e quattro pesanti valigie ai nostri piedi. Le nostre membra intorpidite dal clima ceco già pregustano il tepore della camera che ci attende, le lenzuola asciutte, le saponette intatte sul ripiano di cristallo del bagno.
Ci avviciniamo fiduciosi al panzone del receptionist.
La stanza non sarà pronta prima delle 14.
Partiamo vitali come amebe sciroppate alla volta della città.
Giretto a Mala Strana coi piedi gonfi e strascicanti, pranzetto leggero a base di zuppa d'aglio e stufato di goulash in una taverna vuota d'habitués, passeggiatina digestiva sul Ponte Carlo intasato di turisti zainati e mezzo mangiato da una serie di lavori in corso, e rientro in albergo, dove moriamo per risorgere solo sette ore dopo, in tempo per ingurgitare una corroborante cotoletta con maxipinta di Musketyr in un pub nella zona dell'hotel.

Martedì 6 

Mattina: colazione in hotel a base di yogurt, pane e burro e cioccolata calda. Dopo una rapida occhiata al bancone self service opteremo, le prossime mattine, per un più congruo pasto a base di uova strapazzate allo strutto, salsicce e caffè paludoso.  Opzione che diventerà imperativa una volta svenuti davanti alla Torre dell'Orologio, in preda alla rota di grassi saturi, tremando per il progressivo abbassarsi del livello di caffeina attendendo lo scoccare del mezzogiorno. I soliti italiani.
Giretto per la piazza di Stare Mesto.
Seconda colazione riparatrice a base di grassi saturi e caffeina da Starbucks (dove un caffè "solo", alto mezzo dito, costa come un pasto intero a base di stinco di bue e caviale di storione del Danubio).
Ulteriore giretto per la piazza, dove ci lasciamo incantare dal botteghino ambulante che vende biglietti per escursioni turistiche. Ne compriamo due per la città di Konopiste e la fabbrica della birra autoctona Velkopopovicky Kozel, così buona che ne bevi una pinta in meno tempo di quanto te ne occorra pronunciare  le parole Velkopopovicky Kozel.
Poi,  la città vecchia, a zonzo per il quartiere ebraico e partenza verso il castello,che da lassù invita tutti i visitatori a mollare la frenesia che permea le classiche vie del turismo e raggiungere la vetta del quartiere Hradcany per goderne lo splendido panorama.
Goduta dello splendido panorama e pranzo in via Nerudova.
Mangiamo porco come porci.
La sera, passeggiata sul Ponte Carlo un po' meno intasato di turisti zainati, e ancora nella città vecchia...quelle guglie della cattedrale di Tyn non la smettono di stupirci.
Che romanticismo, che atmosfera, che angoscia nel correre all'hotel pensando che l'indomani, alle 10 mattutine, ci aspetta l'escursione...


Mercoledì 7 

Cosa credi, che sia una vacanza? Questa è una fottuta guerra, soldato!
Il pulmino che dal vistoso botteghino ambulante ci porterà  al castello di Konopiste, residenza estiva di Francesco Ferdinando d'Este, e da lì alla fabbrica della Velkopopovicky Kozel, ospita un altro paio di coppiette piene di aspettativa e una guida che parla un inglese temperato con l'accetta.
Dopo una mezz'oretta di viaggio attraverso la meravigliosa campagna ceca, così dolce e ppure dura, così ricca eppure scevra (niente a che vedere comunque con i dintorni di Zola....quelli  che son posti...) , punteggiata da meravigliosi cartelloni pubblicitari cechi e lussureggianti fabbriche di pneumatici cechi, arriviamo al castello Konopiste, passando accanto a uno stupendo bosco con laghetto che farebbe la gioia di qualsiasi locationist.
Visitiamo il castello assieme a un gruppo di cariatidi in libera uscita; vediamo splendide sale e rifiniture, impressionanti collezioni di trofei di caccia (orsi appiattiti su parquet centenari, corna, musi appesi, sembra La casa delle libertà).
Nella stanza da letto reale, un albero genealogico della famiglia asburgica illustra come l'incesto sia diventata pratica proibita, nonché alcune chiare discendenze con alcuni delle suddette catatoniche cariatidi.
Dopo la visita, giusto il tempo di pisciare quei tre/quattro litri di birra che ormai ristagnano in noi come acquitrini mai spurgati e siamo pronti a stufarci nel pulmino (riscaldamento fisso in modalità "bollitura goulash"), alla volta della fabbrica di birra.
Visita alla fabbrica di birra, con annessi e connessi quali: enormi essiccatoi, silos di rame, odore d'orzo e operai indefessi. 
Assaggio di birra (pessima. La Kozel è buona solo scura, ora lo so).
Ritorno a casa con piedi cotti e azzannata clandestina di panino sul pulmino.
Non paghi, giriamo per la Città Nuova e io mi pappo un altro panino con polpette da Subway (del tutto superfluo). 
Giro in centro e cena (ormai perdendo lembi di carne come i lebbrosi), nei pressi di piazza Venceslao. Dietro di noi, pronti ad affrontare, prima di crollare a letto, diversi piatti deliziosi a base di manzo sugoso, passa una delicata signorina che c'impartisce un'estemporanea lezione di storia: "Eh pecché qui me sa scé stata...'a primavera de Praga. Penzo".
Piombiamo in un sonno senza sogni.


Giovedì 8

A braccetto con i postumi della gita, ci rechiamo alla scoperta del quartiere ebraico.
Così pieno di storia, di significato, di cultura, di studentelli con le pigne nel cervello che ciondolano sui gradini delle sinagoghe scrostando i tasti dell'I-pod e i maroni di chi è costretto a scavalcarli per entrare nei luoghi di culto. Comunque.
La Kippah obbligatoria vola continuamente via dalla testa della metà maschile (Marco), e c'è uno scazzo per le insistenze a stare attento e avere rispetto del luogo da parte della metà femminile (io), cosicché il cimitero ebraico vede, come se non bastassero gli strati di morti, anche un pezzetto del nostro idillio amoroso incrinarsi un po'.

Nel pomeriggio, dopo una lenta riappacificazione, visitiamo la sinagoga spagnola e pranziamo nel self service a buon mercato e pessimo grado di digeribilità dietro Stare Mesto, giriamo per le bancarelle strategicamente piazzate a portata di coppie irritabili e dentro un negozio di vestiti di seconda mano.
Altra visita al castello sotto la pioggia, la cattedrale che cola acqua come inchiostro, il Vicolo d'Oro deserto come una speranza disattesa, e per non disattendere neanche il mood della giornata, litighiamo di nuovo, per fare pace poco dopo baciandoci sulla Tomasska (non è troppo scandaloso; non come farlo sulla Karmeliska, comunque).
La sera, Città Vecchia (dannate guglie, vi amo) e, ancora ruttando aglio dal pranzo, ceniamo in un ristorante vuoto e buonissimo (involtini di pollo e salmone affumicato sublimi), lasciando svariate corone di mancia alla cameriera simpatica e in lacrime. 
Giornata umida.