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domenica, novembre 08, 2015

Il buono

L'angoscia di vivere è piuttosto semplice da raccontare.
Ti tormenti, ti rigiri, un verme senza occhi si ciba delle tue budella. Le stanze si curvano su loro stesse fino a inglobarti e non c'è nulla di più pesante e cementifico delle lenzuola del tuo letto, al mattino, e non c'è nulla che possa farti alzare, per tutto il giorno.
Il cervello si spegne, si atrofizza il cuore. 
I diari e i romanzi si riempiono di immagini che sgorgano abbastanza veloci da questo male e si prova anche un sottile piacere -destinato a svanire assai in fretta, altrimenti non si sarebbe dei gran depressoni- a decorare fogli di carta e fogli di blog con le proprie grondanti sofferenze.
Raccontare lo stare bene, per contro, è difficilissimo.
Quando si sta bene si vive e basta.
Io immagazzino. 
Colline verdi fluorescenti. Raggi di sole, aria fredda. Un bicchiere pieno di matite colorate, con la punta nuova nuova.
I pavimenti puliti. 
L'autobus puntuale. 
Le scarpe calde e togliersele per giocare con i bambini a scuola. 
Nel profondo del profondo della sofferenza, tutto questo c'è.
Ci sono i prati, ci sono le vetrine con dentro i dolci e i bottoni.
Ma non lo si vede per niente. E quindi, alla fine, si racconta di niente.
Per raccontare bene, credo, si devono provare sia lo stare molto male che lo stare molto bene. 
Tutto questo l'ho pensato mentre imbottivo un pollo con la crema al burro e aromi. 
Si prende un pollo di circa un kg e mezzo (perché quello che ho comprato ieri pesava così. Se ne avete comprato uno da due chili, prendetene uno da due kg). Lo si mette in una teglia di ceramica bianca, ovale, dai bordi alti (la mia preferita. Avete quella rettangolare dai bordi bassi di una sottomarca della Cuki? Va benissimo anche quella).
In un mortaio si tritano: salvia, rosmarino, aglio, sale grosso, maggiorana, prezzemolo, timo e tutto quello che esce dall'armadietto del casino della vostra cucina e vi dia l'idea che possa condire per bene un pollo (sì, comprese le stecche di cannella vecchierelle).
Poi si sceglie una bella ciotolina e vi si versa il trito di erbe. Ci grattate dentro anche la scorza del limone avanzata dalla preparazione della torta di mele del giorno prima. 
Infine recuperate il panetto di burro lasciato fuori dal frigo dopo la colazione. Ne staccate un bel pezzettone e lo mettete anche lui nella ciotolina con le erbe e il sale. 
Impastate con le mani. 
Prendete il pollo con le mani tutte imburrate. Lo spalmate dentro e fuori con 'stintruglio meraviglioso; alzate la pelle, massaggiate le cosce. Quel pollo è stato allevato e ucciso perché voi possiate ora godere della sua carne. Sceglietelo con cura: non allevato in gabbia, poverino. Non da allevamento intensivo, se riuscite. Sceglietelo felice, che abbia fatto una bella vita, e vi ripagherà con un sapore paradisiaco. 
Poi l'ho messo in forno, tutto imburrato e con nel busto conficcato il limone intero dalla buccia grattata.
Sono qui che aspetto che si cuocia. 
Prima di accendere il computer mi sono lavata le mani e il burro ha reso la mia pelle liscissima, quasi impermeabile. 
Ho pensato alla domenica. 
Domenica: ragù, pollo arrosto con le patate.
Ho pensato all'attesa: riposarmi un po' dopo aver pulito casa e fatto da mangiare.
E allo stare bene. All'avere pace, all'avere abbastanza da mangiare.
All'importanza delle pause.
Al metodo. 
I due metodi che sto seguendo adesso, Flylady e una dieta dimagrante, insistono entrambi nel sottolineare quanto sia fondamentale darsi una tregua.
Dopo tre quarti d'ora passati a pulire, perché accanirsi ancora? Hai già fatto a sufficienza. Stendi i piedi su una sedia e riposa.
Dopo sei giorni passati a controllarti molto nel mangiare, perché privarsi di un pasto proprio come lo vuoi? Preparati qualcosa di davvero gustoso e che desideri, e preparalo proprio come andrebbe preparato, e goditelo.
Non c'è nessun vantaggio nel punirsi. 
Non c'è nessun beneficio duraturo che nasca dalla privazione.
Perdònati.
Oggi è partito davvero bene. Mi sono svegliata con accanto il mio nipotino. Ho preparato la colazione, ho salutato bene mia sorella e mio cognato. Ho ricevuto un messaggio sul telefono che ha confermato quanto sia in grado di fare ciò che voglio, e bene, con successo (questa ve la racconto un'altra volta).
Ho farcito il pollo. Ho guardato fuori dalla finestra e sembra aprile, però col cielo intenso dell'autunno.
Ho i miei colori, le mie matite pronte a scatenarsi.
Il mio male di vivere c'è stato, sotto tutto questo c'è ancora.
Ci sono le mattine difficili e la voglia di non alzarsi per niente al mondo. Il dolore c'è, la sofferenza, e mentre io sono qui a cercare di raccontare lo stare bene, a dieci km da casa mia questo dolore si manifesta.
In piazza, Salvini e la Lega, forse pure Berlusconi, chissà. Odiare se stessi porta all'odio per gli altri, porta ad annientare te stesso e gli altri esseri umani; porta al chiudersi accroccati lontani dal mondo, nel diniego della natura stessa dell'esistenza, che è la luce, che è il mutuo soccorso, che è il cercare di costruire, di preparare il meglio, e che sia per tutti. Perdonarsi, perdonarsi, perdonarsi. Se stessi, profondamente, e di conseguenza tutti gli altri. Chissà se i leghisti si prendono ogni tanto una pausa da tutto l'odio becero che provano per se stessi, come faccio ogni tanto io, dalla dieta e le pulizie? Non lo so.
Quando stai molto bene, queste cose quasi non le vedi. 
E quindi, alla fine, si racconta del buono che c'è. 


martedì, ottobre 16, 2012

Mister Luna, Mister me

Dicono: le rughe, i capelli bianchi, le tette che perdono il sostegno antigravitazionale.
Il dimenticarsi le cose, le ginocchia che gniccano, la pelle che pende, gli amici che muoiono.
Le abitudini imprescindibili, le lamentele obbligatorie, suggere il brodo col risucchio.
Del diventare vecchi tante cose sono terribili, e io sto sperimentandone il primo sintomo, che naturalmente, da novizia, mi pare il peggiore: non riesco più a digerire la cipolla.
Non mi fosse mai venuto in mente di tritarne a pezzettoni i gambi flosci nel puré: i cipollotti mi stan ballando la samba tra l'esofago e il duodeno, emetto rutti da annientare un esercito di minotauri.
Sarà lo stress, magari.
I gatti che fanno la pipì sui piumoni, varandone il dispiegamento per l'arrivo dell'autunno.
L'ansia del dover fare cinque lavori per mettere insieme lo stipendio di uno.
Il crescere. Il camminare in giro.
L'aprire tutti i giorni l'email e trovare qualcosa che mi fa sentire ancora più lagnosa e deprimente di quanto sul serio non sia.

Si chiamano "Filosofia".

Sono gli allegati che mi arrivano da Mister Luna.

Mister Luna arrivava tutti i giorni alla stessa ora nella biblioteca in cui lavoravo.
Appena entrava guardavamo l'orologio per essere certi non si fosse sbagliato.
Macché, spaccava il minuto.
Senza dire nulla se ne andava in qualche stanza sul fondo, di quelle dove non passa mai nessuno, in mezzo ai manuali di lavorazione del luppolo, o nascosto dietro a un corridoio, una curva a gomito accanto alla pedagogia.
All'inizio rimanevamo muti. Cosa dire a Mister Luna, che viene puntuale e se ne va esattamente un'ora dopo, a dieci minuti dalla chiusura, e poi tentenna sempre nello stesso punto, guarda in alto, sempre nella stessa angolazione, e poi fa un cenno alzando la solita mano e se ne va, scuotendo la testa come a scacciare una zanzara?

Quando prestavo i libri ogni tanto ci pensavo, fantasticavo che un giorno ne avrebbe preso uno, e allora avrei saputo il suo nome, e dove abitasse, o addirittura magari avrei dovuto iscriverlo al servizio e fargli la tessera, così avremmo scambiato due parole, scoperto le rispettive età, la professione.
Addirittura, col tempo, se avesse cominciato ad abituarsi, avrei potuto tenere sotto controllo la lista aggiornata dei titoli preferiti, e ci avrei scommesso sarebbero stati sempre gli stessi, presi in prestito letti riportati, ripresi in prestito riletti riportati ancora.
Mister Luna.
Quando se ne andava senza salutare, io e F. ci mettevamo una mano sul cuore.

Poi un giorno l'ho visto, io sulla mia macchina verde e lui a camminare sul ciglio della strada con le mani in tasca a guardare per terra.
Nel mio paesino, a 10 km dalla biblioteca.
Possibile avesse camminato fino lì? Una mattina alle otto, in mezzo alla settimana?
Lo raccontai a tutti: "Ho visto Mister Luna, era vestito così e camminava con lo stesso sguardo"
"Ma in un diverso contesto!"
"Una cosa strana!"
"Chissà da dove viene, cosa fa".
Mister Luna che penserà forse alle Leggi dell'Universo, forse alla Storia, forse a ucciderci tutti.
Forse anche ai casi suoi, chi lo sa.

Ogni giorno arrivava in biblioteca, ogni giorno stesso corridoio, orario, sguardo.
E io però l'avevo beccato all'aperto.

Poi un giorno è arrivato da me.
Mi ha detto: "Scusa tu lo sai usare il computer?"
"Sì"
"Se io volessi scrivere una cosa, non so, una pagina che ho scritto a mano, se la volessi copiare al computer. Come faccio per esempio a scrivere i miei diari e poi andare a capo, cosa c'è, un programma? Non so".
"Te lo dico io" -gulp- "te lo faccio vedere".
Gli ho insegnato Word, giusto due cose, come andare a capo e salvare ("davvero così resta?" "sì davvero").
Poi lui se n'è andato, alla solita ora, e io sono tornata su nella saletta dei computer.
Non gli avevo insegnato a uscire dal programma.
Non apposta, lo giuro, ma ho letto qualche parola.
Lo raccontai a tutti. "Mister Luna mi ha chiesto di insegnargli a, e ha scritto questo, non sarebbe bello sapere cosa scrive tutto intero?"
"Sarebbe magnifico, cosa non darei"
"Vorrei il quaderno dal quale ricopia"
"Magari un giorno lo lascia qua"
"Magari lo dimentica"
"Chissà".

Poi un giorno l'ho rivisto ancora fuori contesto, di nuovo nel mio paese, però quella volta eravamo tutti e due a camminare.
Abbiamo parlato di come ci chiamiamo, del perché eravamo lì e che lui aveva saputo che io avevo scritto un libro.
"Sì l'ho scritto, ma non è niente di speciale"
"Ah ma io non faccio caso a come è scritto, a me piace vedere cosa pensa la gente".

Siamo diventati amici.
O non lo so.
Se ci incontriamo ci salutiamo.
Lui mi ha detto che il suo campo è il pensiero, che il mio libro è carino, che camminare fino al mio paese gli piace perché ci sono i calanchi.
Che non gli interessano i discorsi.
Poi mi ha detto che scrive le cose che gli vengono in mente mentre cammina dalla biblioteca ai calanchi, e nei boschi, cose sul Tempo, sull'Universo (allora era vero!), sull'esistenza tutta di ogni creatura, dalle balene alle formiche.
"Poi le mando a degli indirizzi a caso, come a Le Monde, o a un negozio in Spagna"
"A caso?"
"Sì"
"E perché?"
"Mah, così"
 E io non lo so dove ho trovato il coraggio, ma gli ho chiesto
"E perché non li mandi a me?"
"A un indirizzo vero?"
"Sì"
"Tu li leggi?"
"Certo"
"Allora sì, te li mando se li vuoi".

E allora da qualche giorno ricevo queste email che parlano delle cose che pensa e me le manda proprio lui, Mister Luna, e io privilegiata a poterle leggere e piangerci sopra.
Sono cose grandiose, potenti, tutte dentro l'allegato, le camminate, il suo corpo minuscolo che partorisce pensieri maestosi.
Cose che dici: ok il crescere l'invecchiare, l'ansia da futuro e lo stress, però invece ecco qua.
Ecco cosa succede attorno, se solo fossi come Mister Luna me ne accorgerei e smetterei di lagnarmi ogni volta.
Sempre alla stessa ora, sempre uguale.
Facendo sempre gli stessi gesti, come a scacciare una zanzara.






venerdì, maggio 25, 2012

Tutto quanto

Si dice che il lavoro nobiliti l'uomo, lo renda libero completo e consapevole, autosufficiente, indispensabile alla società.
Allora io ho fatto così, ho detto: "va bene, accetto anche questo lavoro, lo prendo nonostante ne faccia già altri tre, anche se non so se sia la persona più adatta e sia in ritardo con le consegne, però grazie, sì, mi va, perché ieri mi è arrivata la combo gas+luce+rusco e sono ben 116 euri e io non sputo sopra a 4 ore di lavoro ben pagato, no".
Mi sono preparata meticolosamente, studiando la notte il catalogo dell'azienda per la quale avrei dovuto fare l'interprete. Mi sono scritta la lista dei vocaboli in italiano e francese, ho cominciato a tremare perché il tempo era poco,
"ma sono una professionista" mi incidevo nella testa,
insieme ai termini più astrusi mai inventati tipo brugola del terzo tipo  (cos'è, dobbiamo aspettarci l'invasione?), ribaltina aperta e chiusa  e zebra piasta (che, se non lo sapeste, è una vite autoforante in bimetallo. No, giusto per rendervelo più chiaro).
Così la mattina e il pomeriggio scrivevo a busso e davo ripetizioni, benedicendo le povere allieve  alle prese con gli anfratti del francese, che mi davano l'opportunità di ripassare, la sera cucinavo e la notte studiavo il catalogo della Wurth.
Mi preparavo al lavoro che avrei fatto in mezzo a mille altri, perché io valgo, e il lavoro pure, e i soldi anche, e so che posso starci dentro, a questo essere pronti.
Mercoledì mattina vado che sono stupenda.
Per una volta ho i capelli a posto, le scarpe adatte, i pantaloni il top che mi fa due tette così, tutto: dentro sento una tensione come tendini di tennisti, tacchetto e mi sento brava, sono brava, je suis perfaite, pronta e multitasking, eccellente nel passare lo strofinaccio nel forno così come intrattenere una conversazione di due ore in una lingua straniera, sono fiera di me, sono professionale e basta.
Lavoro.
Gestisco il panico: il capo d'azienda a cui devo fare da interprete ha 26 anni.
Lo aiuto a comprendere tutto quello che dicono i venditori della ditta che mi paga, sono esaustiva, sorrido, la mia pronuncia è perfetta, je suis parfaite.
Nel capannone dove producono barche mi sento piccola e produttiva, seguo il discorso, so come si dice distributore automatico di viteria, so come si fa ad annuire, cedere la precedenza e camminare per i corridoi della fabbrica.
Andiamo anche alla Ducati, passeggiamo tra le file di operai che mi guardano le tette, io scuoto la testa e arroto la erre così bene che il piccolo capetto mi chiede se io sia francese,
di che parte esattamente?
Posso essere così.
Produrre. Fare soldi con le proprie competenze. Adesso mi metto sotto, finisco l'università e mi dedico a questo, tradurre e interpretare, guadagnare, toccare le viti e sorridere ai clienti, via via via con tenacia sicurezza assertività tacchetti alti.
Sul pezzo, quadrata.
Ormai è andata, sembrano tutti soddisfatti.
Mi guardo nella cimbali del bar Ducati, un posto progettato da qualcuno tipo Pininfarina che sembra un hangar per elicotteri tirato a lucido con la vaselina.
Alzo un sopracciglio mentre accetto un caffè e annuisco ancora, ridendo a una brutta battuta,
questa sono io, professionale. Materiali lustri e volontà d'acciaio.
Senonché.
Ci sediamo nel dehors, discutendo informalmente di chiavi inglesi e aziende che chiudono.
A un certo punto, proprio al centro del pavimento dall'alto si apre un varco nel cielo,
illumina un ficus nell'angolo, gli operai in pausa pranzo, mi fa accorgere che finora c'era stato brutto tempo.
Alla radio è partito l'intro di "Everything" di Alanis Morissette, mi squarcia il cuore.

E' impossibile cambiare.


sabato, febbraio 04, 2012

In Bianco

Non riesco a stare granché ferma; fare la casalinga mi gratifica e diverte ma solo per i primi due giorni: il resto del tempo, a pavimento sgombro e ragnatele estirpate, mi annoio (quest'affermazione avvalla non poco la tesi del presidente Monti sul fatto che fare sempre lo stesso lavoro sia tediante. Immagino cosa debba significare ritrovarsi con un incarico da diecimila euro al mese A VITA come ha lui. Tremendo!)
E così ho chiesto a una cara amica libraia di prendermi per un po' a lavorare con lei, per imparare la catalogazione senza Dewey della libreria più bella del centro di Bologna (e d'Europa, e Del Mondo, se volete il mio parere).
Mercoledì scorso venivano giù i primi fiocchetti di neve, ma io felice mi sono lasciata le pentole da scrostare alle spalle, ho preso il mio bravo 83 e sono andata in centro a scovare libri per le rese.
Mercoledì era anche l'anniversario mio e di Marco. 
I libri da rimandare indietro, quelli che non ha comprato nessuno a causa di un titolo poco accattivante, o un autore poco conosciuto, o una copertina gnegna o un argomento oscuro, si nascondono per non farsi acchiappare. Sembrano dire: "no dai possono ancora prendermi, posso ancora stare qui, su che anche il cinema afghano della prima metà del 900 può essere interessante! Pino Losoìo ha ancora molto da dire sugli amorazzi degli australopitechi femmina! Lasciami qui, lasciami qui!", ed è sempre una lotta riuscire a scovarli tra le pile dei bestseller e i monoliti di fotografia. 
Ed è sempre un misto di dolore e soddisfazione quando ne afferri uno dopo ore di ricerca e lo piazzi sulla pila dei rispediti al mittente. 
Mercoledì ci ho messo anche più del solito a trovarli tutti, perché con un occhio guardavo gli scaffali e con l'altro la strada fuori, cercando di calcolare mentalmente la proporzione "fiocchi di neve che cadono : probabilità di uscire a cena a festeggiare il nostro anniversario. 
L'ho chiamato, mollando per un attimo le rese, che tutte insieme hanno tirato un sospiro di sollievo, pensando di averla scampata.
"Amore, com'è la situazione lì? Riesci lo stesso a venire? No perché qua sta venendo giù bene eh"
"Tranquilla, ce la faccio, ci vediamo davanti all'indiano alle otto"
E ho ripreso a cercare manuali di chimica per principianti.
Dopo mezz'ora di dragaggio una coltre prepotente si è stesa su tutti i ciottoli, e allora l'ho richiamato
"Ma senti qua è tutto bianco, che dici? Torno a casa?"
"Ma se ti ho detto che vengo, vengo! Sta' calma, ce la faccio"
"Ok allora sto tranquilla, io son là alle otto ok?"
"Sì! Ci vediamo dopo"
"No aspetta...Marco per favore dimmi se non ce la fai, che esco prima, prendo l'autobus"
"Opporc...ascolta, ci vediamo là davanti, adesso metto giù che devo andare in bagno"
"Ok, ok. a dopo. Ah, senti..."
"EH!"
"Ok no niente, volevo solo dirti che sono contenta che siano già tre anni. Non sembra, vero?"
"No, sembra di meno...anzi, di più...anzi di meno...non lo so. Non conto"
"E' questo il bello"
"Penso di sì"
"A dopo amore"
"A dopo"

E niente, è finita che non ce l'ha mica fatta, ad arrivare.
Da noi erano già caduti 30 cm di neve, le catene non si montavano, le gomme slittavano, i lupi ululavano e gli spazzaneve non passavano e l'83 neanche e allora sai che c'è? Non vengo. 
Io ci ho messo due ore e mezza per fare due chilometri verso la stazione dei taxi, e un'altra ora prima di prenderne uno, bestemmiando nel gelo al telefono brutto s****proprio oggi e io che te l'avevo chiesto tre volte, non una, TRE, se riuscivi a passare, porc@%**** vado a dormire da mia sorella!!
Il terzo anniversario del nostro amore incoronato da svariati fanculi.

Poi il giorno dopo era tutto bianco; mi sono alzata rantolando dal divano letto della sorella maggiore che avevo ancora i capelli un po' umidicci, a Bologna silenzio, i treni fermi, l'autobus stipato preso col cognato e le vecchine urlanti "devo scendere non faccia salire più nessuno, autista! AUTISTA! BRISA FER AL STRANZ, BOIA D'UN MAND LEDER!", e ci ho messo altre tre ore per arrivare a casa trascinandomi dietro una signora piccolina che non sapeva come raggiungere Casalecchio.
"Venga con me", le ho detto
e con il mio impermeabilone le ho fatto strada attraverso una città che sembrava uscita da un documentario sulla Kamchatka. 
Sono arrivata che lui era lì, io grondavo umido e neve, era rimasto a casa dal lavoro perché di autobus non ne era passato neanche uno, e appena mi ha vista coi piedi gelati le mani crepate la borsa ripiena di pive mi ha stretta e mi ha detto
"Mi dispiace tanto".

Da tre giorni andiamo avanti a "oooh guarda che bella neve, come scende, ce n'è un sacco!" e zuppe di fagioli, ci inventiamo i pasti raschiando gli anfratti del frigo e lanciando occhiate sempre più fameliche alla Prisci, riscaldandoci nel piumone e osservando con sgomento i balconi diventare soffici. 
Ieri ho preparato lo spezzatino con il purè senza burro con l'ultimo latte rimasto, ieri l'altro la pizza senza pomodoro un po' perché ci fa acidità e un po' perché non ce n'era più, e stasera credo che abdicheremo a un kebab portato eroicamente da un fattorino delle nevi, mentre beviamo l'ultima lattina di guaranito rimasta in frigo da tre spese fa. 
E' il più bell'anniversario di sempre, lungo una settimana, noi due in mezzo alla bufera: da soli senza possibilità di uscita, una vera prova di resistenza emotiva. 
Sei il mio guanto di lana impermeabile nella neve, quello che voglio inventare, supercarino fatto a maglia che però non si bagna mai, e sono così felice di stare con te.

Però magari la prossima volta AVVERTIMI PRIMA!





giovedì, luglio 07, 2011

Novità

Ed eccola qua, in tutto il suo aroma di impiallacciato imballato, forno alto e maniglie di un lucore abbagliante: la mia nuova cucina Ikea.
Dopo un mese in cui nulla è stato facile (dal pagamento con assegno -"ma io non ho mai fatto un assegno!"- al montaggio delle spine "signora, l'Ikea non vende elettrodomestici con le spine"), ora mi godo tutti i pensili, i nodi del legno, il bianco immacolato del lavabo di ceramica.
Ogni singolo interstizio è stato accuratamente lavato, disincrostato, passato al vaglio di elettricisti idraulici muratori e montatori che hanno distrutto aggiustato sistemato imbiancato spostato modificato richiuso sigillato certificato e approvato con il timbro SOCCMEL e la ceralacca dello scatarro (per fortuna depositato entro gli appositi spazi).
I vecchi mobili (anche se "vecchi" forse non è l'aggettivo adatto. "Vetusti" sarebbe meglio. "Marci", forse, il più veritiero) hanno fatto la fine temuta dai più: a pezzi, portati via dall'Hera in un grosso camion alle cinque del mattino, verso la discarica più vicina. Almeno non erano soli nel momento della dipartita: io c'ero, a guardarli andare via logori e lerci appesi al braccio del container mobile. Le occhiaie sotto i piedi, la bocca impastata e un profondo senso di colpa nel sollievo provato a lasciarli andare così, i testimoni di 25 anni della mia vita, fedeli compagni di epiche cene, litigate, feste e lavate di piatti. C'è persino una foto a dimostrazione della nostra amicizia: io devo avere circa cinque anni, ho i capelli cortissimi e un vestitino a fiori. Sono in piedi sul panchetto che mi permette di arrivare al lavabo e ho la testa voltata sulla spalla destra, sorpresa dal papà mentre lavo una forchetta.
La luce che arriva dalla porta finestra fa brillare la posata, che sembra un satellite nelle mie mani cicciotte e piene di schiuma.
Già allora mi piaceva lavare i piatti, mi dava gusto riuscire a togliere le croste appiccicate a tutte le stoviglie, farle tornare bianche (e ingurgitare, prima, tutti gli avanzi). Mi piacevano l'odore del detersivo e la vasca del lavabo, e forse è per questo che un mese fa, al momento di scegliere i mobili nuovi, ho voluto la ceramica, nonostante i funesti moniti degli amici a future spaccature e segnacci neri.
La vecchia cucina era bianca con le maniglie gialle, allegra, plasticosa, tipicamente anni ottanta.
La nuova cucina invece è tutta di legno color caramello, con le maniglie larghe di acciaio, i materiali autentici, il rubinetto bianco lungo ed elegante come il collo di un cigno.
Persino le piastrelle sembrano diverse, più ricercate: invece sono le stesse, con ancora qualche residuo di cricca decennale nonostante lo sforzo disinfettante costato due pomeriggi di strofinamenti e quattro paia di guanti.
Non voglio insinuare che sia cambiata anch'io.
Non voglio azzardare paralleli tra la messa a nuovo di una stanza e la presa di coscienza di me stessa.
Non voglio pensare che la trasformazione di una cucina da semplice e alla buona a raffinata e borghese (sì, ho detto raffinata e borghese NONOSTANTE sia dell'Ikea), rispecchi una mia ricerca di pulito, buono, di raggiungimento di uno status da casalinga comme il faut, che tutto questo rientri nella mia atavica dicotomia (sì, ho detto atavica dicotomia NONOSTANTE abbia delle macchie di sugo sulla maglia) di selvaggia per bene.
Ora i miei sportelli si richiudono lentamente, in modo magico, da soli, così da non sbattere.
Ogni ripiano è perfettamente pulito e organizzato.
Il forno è alto, splendente, odoroso di aspettativa.
Ogni mobile è richiuso da uno zoccolo.
Il piano di cottura ha griglie in ghisa di qualità superiore.
E io sono ancora la bambina a fiori che si arrampica sul panchetto e ride quando è colta di sorpresa.

sabato, aprile 16, 2011

Look primaverile

Io sembro una caciotta morta, ma almeno il mio blog è bello primaverile.
Rinverdito, rinvigorito, semplice e naturale, mi auguro sia di buon auspicio per i post e le avventure a venire.
Intanto aspetto la cugina Wally, bevo un bicchierone di caffellatte (l'italiano corretto è questo, "caffellatte", ma io lo odio, la doppia elle è ridondante, stucchevole, e io solitamente lo prendo senza zucchero), sprimaccio i piumini insalsicciati nel completo nuovo a righe blu e aspetto anche di rinvasare i fiori. Tra qualche ora avrò i balconi pieni di fiori invasati. Dovrei già cominciare ad attrezzarmi per trovare il numero di un buon centro di neurodeliri per gerani e azalee.

sabato, aprile 09, 2011

Tabelle marce



Sto preparando del pollo al vino, sfidando l'incombente arrivo dell'estate.
Signora mia, non si fa tempo a dire che è arrivata la primavera che eccoci qui ad asciugarci il sudore che cola dalla fronte (nel pollo al vino), contemplare allarmati i gommoni Firestone cresciuti invernotempo sulle cosce e desiderare di riempire di gerani il balcone, peraltro già stipato di ruschi che, come le cicce, si ammonticchiano sulle terrazze nei mesi invernali.
In effetti è proprio quello che si prefiggeva la mia tabella di marcia del sabato (sì, ho una tabella di marcia del sabato, il che- lo so benissimo, non occorre vi premuriate di farmelo notare- è esattamente il segnale di una demenza degenerativa che porterà nel giro di pochi anni a obbligare chiunque entri in casa mia a togliere le scarpe e infilare le pattine).

1) Alzarsi molto presto
2) Pulire la cucina
3) Cucinare il pollo al vino
4) Andare al vivaio a comprare i gerani
5) Comprare il cibo per la Prisci.

Grazie a dio o a chi per lui, ecco quello che sta realmente accadendo:

1) ci siamo alzati a mezzogiorno meno un quarto
2) la mia cucina rigurgita bucce e tazze colate di caffè secco
3) il vivaio sarà onorato della nostra presenza se e forse, visto che con 29 gradi esterni non credo sia una brillante idea infilarsi in una serra
4) la Prisci va avanti a tonno del discount e rancore
5) Nekocherry mi ha chiamata per vedere i disegni su certi racconti che ho scritto, e quindi
6) passerò da lei a bere a dismisura e bearmi della sua casetta e dei suoi acquerelli sbafando una pizza a domicilio.


L'unica cosa che parrebbe attenersi alla tabella, finora, è il pollo al vino.
Il che è assolutamente sufficiente ad appagare il mio coté organizzativo.

ps: intanto fuori c'è davvero quel caldo venato di dolce brezza che a tutto può far pensare e che a me specialmente fa venire in mente i portici deserti della città agostana, i prati, l'odore dell'erba e la fine imminente di qualcosa di costrittivo, tipo la scuola. Mi fa venire in mente la libertà, e la leggera ansia da prestazione che sempre l'attraversa.



nella foto, la Prisci serba rancore su un davanzale prossimo a esser riempito di gerani

domenica, aprile 03, 2011

Riuscire

Dicono che la malattia che ho avuto ti succhi un sacco di energie. Qualsiasi tipo di malattia ha la brutta abitudine di succhiartele, in verità, ma pare che questa sia particolarmente idrovora.
Solo adesso che non c'è più (e qui sono, siamo, siete tutti invitati a toccarvi, visto che domani avrò la prima ecografia di controllo per vedere, chissà, se magari è tornata abbarbicandosi all'ovaia superstite), mi rendo conto di quanto sia vero.
In biblioteca partecipo a un progetto al quale ho dato il prosaico nonché piuttosto equivoco nome di "Imparlando", che consiste nell'incontrare e far incontrare persone di diversa nazionalità desiderose di migliorare l'italiano parlando di attualità, politica, libri e cacchi loro.
Una delle partecipanti a "Imparlando" è una signora con il naso perennemente tappato dall'allergia, dai modi adorabili e profumata di verdure cotte che fa smodato uso del verbo "potere" anche quando potere non si può.
"Io posso parlare italiano non bene".
"Tu puoi avere tempo per me".
"Berlusconi può fare ridere ma non è bene quell'uomo".
Potere invece di riuscire, che poi è quasi la stessa cosa: il confine degli usi e significati è così sottile che non sempre lo correggo.
E io, da quando sono libera da Cisto Macisto, posso:

-camminare veloce per un'ora senza avere il fiatone
-pulire tutta casa in meno di metà mattinata
-riordinare gli armadi
-cucinare ogni sera per gli amici
-alzarmi dal letto senza aver voglia di rimanerci invece sepolta per sempre
-ballare
-lavorare per sei ore, fare la spesa, andare a una riunione, scrivere, e poi fare tutto il resto della lista.

Dicono che una volta che hai avuto una malattia di entità un pelino superiore a un attacco di diarrea, e passi un po' di tempo in ospedale, e sopravvivi, e ti rimane una lunga cicatrice e ti ritrovi con un pezzo in meno e parecchi ricordi in più, allora anche le cose più piccole ti appaiono uniche e speciali. Che ti rendi conto che vale la pena di vivere anche solo per sentire il fiato del tuo gatto al mattino (tonno e vongole marca Monge stamattina alle sei, per la precisione, altro che Napalm. Apocalypse Miao), per vedere il sole che brilla, le coccinelle o la gente che passa.
Io non lo so.
Sono sempre stata un'esagerata: il fiume che scorre e un soffione, il cielo, l'arrivo della primavera, la finestra della cucina e una torta di mele mi hanno sempre riempita di gioia, anche quando ero piena di malattia. Adesso è uguale, penso, adesso non è che sia cambiato, e adesso ho anche un po' paura di quello che posso contenere.
Perché c'è molto più posto.

venerdì, marzo 25, 2011

Meraviglioso

Troppo esaltata, troppo felice, troppo al lavoro per scrivere per bene di ieri sera,
comunque sappiate che ho conosciuto una persona che fa cose meravigliose, e la cosa più meravigliosa di queste cose meravigliose è che tali cose meravigliose le faremo insieme.
Il che è assolutamente meraviglioso.

Questa persona è

LEI



Meraviglioso, no?


Adesso mi sego le ali e vado a catalogare i DVD.