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domenica, novembre 15, 2015

Les Autres


Ho acceso tre candele ieri sera; una per il davanzale del tinello, una per il balcone del salotto e un'altra per la camera da letto. 
L'ho fatto perché era bello vedere le fiamme ondeggiare nel buio, perché il fuoco allevia e sterilizza, e perché succede in questi casi un qualcosa di una forza inarrestabile, incontenibile, devastante.
Si ha bisogno degli altri. 
Allora cerco sui canali di informazione, su Sky tg, su France 24, sulla BBC, benedicendo tutti gli anni passati a studiare le lingue, qualcuno che dica "ma ce la faremo". "Ma non è tutto perduto".
"Mais on peut reussir à vivre". 
Qualcuno, un giornalista, un esperto, un professore che faccia da papà nell'emergenza e rassicuri che l'Europa, mai colpita da un attacco tanto grave dalla seconda guerra mondiale, può reagire, è pronta, unita e compatta nell'obiettivo di giungere alla pace.
Quello che trovo è l'ignoranza crassa da fila alla posta di Salvini, che raggruppa tutti, dal bambino libico sbarcato a Reggio Calabria al portavoce della comunità musulmana di Parigi sotto il nome di "terroristi" dai quali difenderci a colpi di lupara; 
è Alfano che scuote la testa dinnanzi all'enormità delle cose che dovrebbe cercare di spiegargli, ma forse non ne ha né il tempo, né la voglia né le capacità.
Il nostro ministro della difesa -una donna, ma voi lo sapevate? E ne ricordavate il nome, prima di ieri?- che dice che in Siria non possiamo andare a bombardare senza sapere davvero cosa stia succedendo, senza avere un piano ben preciso, solo per reagire a un attacco.
Si ha bisogno degli altri, allora vado su Facebook.
Per prima cosa compare la lunga lista di amici che vivono a Parigi e che confermano che stanno tutti bene. 
Mando abbracci virtuali e messaggi di meno male.
Poi, la lista ancora più lunga di amici tristi e di conoscenti del tutto impazziti, inneggianti una contro-jihad che parta dalle loro camerette col piumone di Pluto, a suon di "facciamoli fuori" ed "era meglio se annegavano".
Si ha bisogno degli altri.
Sabato mattina per prima cosa avevo alle otto un appuntamento per recitare, cioè pregare, insieme ad alcuni miei compagni buddisti.
Io non ho molti strumenti. Non ho lo studio dell'assetto geopolitico mondiale, non ho la conoscenza approfondita delle religioni, non ho viaggi in medio oriente alle spalle, e sto entrando solo da pochi anni nel mondo della pratica assidua di una fede.
Ma posso pregare. Ho questo, ho lo stare insieme per sperare che le cose cambino, credendo fermamente che lo faranno, muovendomi perché lo facciano.
Gli altri di cui ho bisogno erano vicini a me nella preghiera, e di questo sono grata.
Gli altri di cui ho bisogno dicono anche che i musulmani sono cattivi, che è inutile provare tanto dolore per i morti a Parigi se poi per gli studenti decapitati all'Università in Kenya non spendiamo una parola, che la religione stessa è inutile, che il dolore stesso è inutile, che scrivere e pensare è inutile, adesso, che bisogna starsene tutti zitti muti e non perdere tempo con sentimenti e preghiere. Che Oriana Fallaci nel suo delirio di odio cristiano aveva ragione e adesso sta a noi scatenare guerre. Che Gandhi o la diplomazia, invece, non hanno ragione mai.
Anche di questi altri ho bisogno.
E ne ho bisogno perché devo capire chi sono io.
In questi momenti più che mai, devo sentire che io sono viva.
Che non ero a Parigi a sentire gli Eagles of death metal venerdì sera, ma a mangiare cibo thailandese in centro a Bologna, seduta accanto alla mia amica iraniana e servita da un cameriere pakistano.
Che sono buddista e fermamente credo, secondo la mia fede, che ogni persona -ognuna, ognuna, ognuna- è un Budda. Che è mio compito considerarla tale. Che è da lì, dal profondo rispetto per tutti - per tutti, per tutti - che parte la pace. 
Che non posso, non voglio, non credo sia giusto stare zitta e celare.
Che se si soffre tanto per i parigini non si soffre meno per tutte le altre vittime del mondo.
Che a Parigi ci sono stata tante volte, che avevo l'albergo proprio in rue de Charonne, che ci ho vissuto, ci ho studiato, ci sono andata per amore e per lavoro; e per tutte le strade e le chiese e i piatti di zuppa e pane che mi sono mangiata ridendo.
Che credo nello studio, nell'avere la mente non aperta, ma spalancata al mondo, che la mia vita ha un valore inestimabile e prezioso come quella di tutti, di tutti, di tutti. 
Allora, che gli altri dicano.
Che raccontino. Che vomitino giudizi, che si perdano dietro le proprie ignoranze, le proprie idiosincrasie, i propri personalissimi o generalissimi rancori e convinzioni. Che si esprimano. 
Perché serve. Serve a capire a cosa teniamo.
Io tengo a che si arrivi ad amarci sempre di più l'un l'altro. 
Tengo soprattutto alla libertà. La più assoluta. La più pura. Di pensiero, di parola, di azione, di cambiare idea.
Tengo al dire, al dire, senza remore, senza paura.
Alla lotta contro la paura.
E se sono sola, non lo so. 
Se sono sola in mezzo a persone che cedono alla via più facile, alla via del razzismo e dell'ignoranza, della censura e dell'autocensura, mi importa.
Non voglio sia così.
Voglio una zattera, e stringermi agli altri di cui ho bisogno.
E per questo non smetto di piangere, e di accendere le mie candele, su tutti i lati della casa, perché dagli altri palazzi qualcuno si affacci e capisca che non è solo. 
Che io ci sono, e ho una vita, ancora, e delle idee, e voglia e necessità e la libertà di esprimerle, e per queste idee e questa libertà io combatto. Per gli altri, contro ogni pensiero di odio mi venga in mente.
E  non smetto di cercare chi ha bisogno di me. Chi le mie idee le vuole rispettare e condividere. Chi vuole accendere candele.
Chi ha voglia di vivere. Chi ripudia la violenza e la prevaricazione sugli altri, in ogni sua forma. 
In ognuna, in ognuna, in ognuna.


mercoledì, gennaio 07, 2015

Vittorie di fine d'anno

Amici, 
ve la siete passata durante queste feste?
Avete pianto ma anche giocato e amato?  Avete riso, ma anche lasagne e tortellini?
Spero di sì; io mi sono data alle pazze cene e alla pazza bronchite, nell'attesa di buttarmi a pesce in un anno incredibile. 

Così come incredibilmente ho portato a termine il 2014, nel senso che per poco non ci rimanevo secca.
Dev'essere qualcosa legato al mio karma, o a superiori piani astrali, non lo so, ma da qualche tempo, ogni fine d'anno porta per me grandi sfide e grandi attacchi tachicardici, eventi al fulmicotone, come se dodici mesi si riunissero tutti nell'ultima settimana prima di gennaio per darmi l'addio, scannandosi come fan premute alle transenne. 
Si dice, d'altra parte, che una lampadina prima di fulminarsi brilli della luce più intensa; che il sole prima di tramontare sprigioni il suo potente raggio verde, che la notte prima di rischiararsi diventi più buia. 
Certo, certo.
Però facciamo che anche basta. Facciamo che i prossimi due, tre, dieci, quindici mesi di dicembre li possa passare a cuore in pace e pancia all'aria, pensando a nient'altro che a ritagliare biscotti e impedire che l'albero caschi sotto gli attacchi felini.
E' chiedere troppo?
E' pretendere l'impossibile non lottare ogni fine d' anno contro malattie mie o altrui?
Può succedere in luglio, forse, anche se cade il mio compleanno.
O a settembre, anche se le passeggiate sono belle.
O a maggio anche se ci sono i pic nic, o tra marzo e aprile, ma si scartano le uova.
Il dolore può arrivare quando vuole, dico io. 
La mattina col profumo della colazione. 
I giovedì d'autunno quando si esce dalla biblioteca con un libro sotto il braccio. 
Oppure a febbraio, nel pieno dell'inverno, tanto si è pronti a guardarlo da dietro le finestre, come la prima neve. 
Sarebbe bello che arrivasse ogni tanto, per cambiare, in un periodo in cui non me lo aspetto.
Invece ai primi di dicembre, come ogni anno, eccolo. 
Eppure quest'anno è stato diverso. Ha portato con sé una grande convinzione. Forse già sapeva, quel dolore lì, di farmi più che spavento, ridere. 
C'hai provato, dolo'. 
Sono stata io, questa volta, a metterti addosso una paura del diavolo. 
Quasi quasi mi ha fatto tenerezza, vederlo rinsecchire come una spugna sotto il sole cocente della mia convinzione che tutto sarebbe andato per il meglio. 
E' stato l'ultimo colpo di coda di un anno tutto speso a imparare a non avere più paura. Di niente. Ma di niente davvero: del giudizio, del rimanere senza soldi, del non scrivere più, della morte, del futuro, di me stessa.
Non temo più niente, ragazzi, sono pronta a qualsiasi cosa. 
Anche a cambiare idea, nello spazio di poche righe, sul non chiedere più una fine d'anno come questa. 
Che vengano, queste preoccupazioni, che venga il dolore. 
Tanto io sono armata fino ai denti.  Quando si hanno le prove che non ci sia niente di più meraviglioso dell'esistenza ogni giorno, quando dopo due anni di lotte si arriva alla convinzione che nulla che non sia fantastico ci attende nella vita, compreso il dolore, perché sta lì solo per essere sconfitto, allora il 2015 ci si apre davanti come un'infinita distesa di albe d'argento.*

(potente, eh? Lo so, quest'immagine poetica vi è offerta gratuitamente dalla Choppa, ispirata da una colazione combo Snickers della Befana + mandarino e dal fatto che tiè, brutta stronza di una emorragia cerebrale senza speranze di guarigione, mia nonna  si è ripresa da Dio. Ti adoro, nonna. Ti adoro, Snickers. 
Adoro il fatto che io non abbia mai dubitato che ce la facessi).
E che la vita, così come il cioccolato, non mi abbia delusa.





sabato, maggio 24, 2014

Campagna elettorale



Mi erano avanzate due melanzane in frigo. Prima che appassissero del tutto le ho fritte e poi scolate in una padella già piena di soffritto di cipollotti e capperi, poi ho aggiunto il pomodoro, l'aceto, il sale, lo zucchero e alla fine pure cinque o sei foglie di basilico colte dal mio rigoglioso balcone. 
Ho cotto il tutto per mezz'oretta finché le melanzane non si sono bell'e spappolate, ben integrandosi al sugo e al contesto politico attuale. 
Domenica si eleggerà il sindaco anche nel mio paesino, che agita le fronde e scalda i tratturi, assistendo con ottimismo stoico al proliferare di cartelloni e supporti metallici, banchetti informativi e imbarazzanti volantini di blanda propaganda.
Diciamo pure che il mio paese se ne frega. Non in senso cattivo, non come in quella poesia di Montale sul male di vivere dove l'unica a essere felice è la statua perché dei dolori terreni, come solevano dire gli ermetici, se ne sbatte. 
No, il mio paese cresce. Ha i meli che piantano le radici sulle strade. Sulla faccia del sindaco uscente balla l'ombra del fogliame. 
Sono stati un inverno e una primavera piovosi, il fiume è pieno, ma non ha mai minacciato gli argini. Se si cammina lungo il suo corso ci si sporcano le scarpe e non si vede il municipio se non da dietro le magnolie. 
Il suo mercato è quattro bancarelle di vestiti e una di pesce fresco. 
Alcuni candidati dicono che sarebbe ora di rimodernarlo, prospettando joint ventures di contadini biologici e casari del territorio. Altri invece sostengono che non ci sia niente da fare, che il possibile è già stato fatto anzi forse persino l'impossibile, coi pochi soldi che ci sono. 
Le colline cambiano colore a seconda delle ore del giorno. 
Un anno è passato il Giro d'Italia. 
Qualcuno aveva colorato di rosa una baracca lungo il percorso dei ciclisti, e i miei vicini di casa hanno esposto uno striscione con su scritto in gigantesco 
"Ai nostri bei atleti in bocca al lupo",
ripreso  in diretta europea da tutte le reti mentre le ruote sfrecciavano e per poco i bei atleti non si schiantavano contro il guard rail, sulla scia della curva o dell'errore ortografico, non so.
Attorno alla piazza deturpata da un cantiere lasciato a metà, a sinistra delle macerie, si vedono spesso bambini giocare a pallone. 
Poco prima delle elezioni, l'amministrazione ha assoldato un muratore che con una ruspa ha cercato di portare via qualche mattone, e mentre la gente era in macchina in coda, osservava la scena con la bocca all'ingiù.
Dietro le case rosse ci sono delle arnie con le api regine. 
Hanno aperto un ristorante che vende carne argentina e un distributore di detersivi che per un periodo è stato chiuso per accertamento fiscale; poi tutto a posto, Bollicino è ritornato a funzionare.
Verso aprile arrivano gli autoscontri, le mosche e gli spettacoli al palazzetto dello sport. I bimbi e gli anziani si ritrovano insieme a rovesciare gelati. 
Ogni mezz'ora passa l'autobus che va in città e dondola accanto alla cartoleria e alla sala da tè, al fornaio nell'edificio in stile tirolese, al negozio di sementi e mangimi per animali, alla scuola guida con i branchi di adolescenti, alla pizzeria d'asporto che fa anche il kebab e al parcheggio del prete con il tavolo da ping pong. 
Qualche sera proiettano un film in biblioteca, o c'è un incontro sulle piante officinali. 
I film parlano tutti di guerra e distruzione, cose difficili da curare con la lavanda. 
Quì la resistenza si sente ancora molto. 
Certi giorni dell'anno si innalzano sui lampioni le bandiere. 
Nelle strade secondarie sono nate schiere di casette tutte uguali con un bel giardino e spaziose tavernette.
Gruppi di gatti riposano insieme. 
Nel mio paese si sente, ad ascoltare bene, un rumore come un gorgoglìo che però non è il fiume; non è la moto del postino né lo strillo delle multe o il fruscìo dei sacchetti pieni di pane, e non sono le serrande delle botteghe, né il fumo sottile delle lamentele in fila.
E' un suono che si avverte di pazienza eterna, di panchine di legno al sole; l'impercettibile altalena dei salumi appesi nei garage. 
E' un sottofondo di calma, di tempo che cammina, un respiro profondo di terra che continua. Di gente che non la smette di nascere. Di persone nuove. Di ragù e cous cous. Hai voglia a fare finta che nulla succeda. Hai voglia a tentare di ignorarne il suono. 
Il mio paesino cresce, i bambini fanno amicizia. 
Ieri ne ho incontrato uno con la faccia dipinta da puma. Dal niente, mi ha preso la mano e mi ha salutata prima di andare con sua mamma a fare la spesa alla coop. 
Fino a martedì Faccia da puma non andrà a scuola. Ci sono i seggi, le bidelle puliscono per tre giorni dopo le elezioni. 
Ma il suono non andrà via nemmeno con la varechina. 
Nel mio paese, ogni giorno c'è chi supera in macchina il limite di velocità.  
Ogni giorno è ricco di una profonda meraviglia.  




mercoledì, maggio 08, 2013

Vantaggi ortaggi (miraggi?)

Per ora la spesa al mercato mi ha fruttato un'immagine su tutte, qualcosa che renderebbe impagabile la fatica dell'impresa, se ci fosse stata, che invece non c'è.
Fare la spesa al mercato è il massimo che si possa chiedere allo shopping. Questo in primavera, credo anche in estate, vedremo in autunno e inverno se la penserò allo stesso modo.
L'immagine che da sola varrebbe la fatica che non c'è, è la mano di Marco che inzuppa un pezzo di focaccia alta e morbida nella ciotola dei pomodorini pieni di menta basilico e olio d'oliva, e poi la porta alla bocca e fa "mmmmh!!" roteando le labbra e allargando le narici, e poi ne strappa un pezzo ancora e lo re-inzuppa, prosciugando tutto il sugo fresco, riempiendosi la bocca di fettine rosse sottili, dolcissime e sugose dei datterini del mercato. Semini scivolosi gli colano sul mento.
Mi chiede se domani gliene preparo ancora, e se magari ho intenzione di ricomprare la prossima settimana quelle zucchine piccole e saporite da preparargli al forno, ripiene di ricotta delle mucche di Guglielmo. Zucchine! Lui che prima non le buttava giù nemmeno fritte nello strutto.
Macina pomodori e focaccia come non dovessero bastargli mai, e infatti non bastano.
"Lunedì prossimo li devi ricomprare. Incredibile, non mi fanno acidità! Ne potrei mangiare mille, mi ricordano le merende di mia zia da me in Calabria".
Marco che mangia la verdura.


Questo, scusate, batte tutti i Mulini Bianchi del mondo.
(e non mi ha tuttavia impedito, ieri, di strafogarmi di fette biscottate e Nutella con la sorellina. La cosa positiva è che non ho sentito sensi di colpa; anche questo è, in un modo del tutto privo di auto indulgenza, naturalmente, un grande vantaggio).


ps: presto vi farò un'analisi più approfondita del cosa significhi comprare solo al mercato, ma come sapete mi faccio prendere dalla foga dei momenti, che alla fine raccontano più di tanti resoconti analitici, che io comunque non so fare. Infatti. Non li faccio, va'. Continuo a raccontarvi come al solito dei fatti miei, poi voi carpite quello che volete carpire.

lunedì, marzo 11, 2013

Senza parole

Stamattina ho ancora il fritto di sabato nei capelli, non me ne vogliate, sabato cucino per gli amici e mi è venuto in mente di fare le cotolette, e il giorno dopo ho avuto troppi impegni, altri amici, una chiamata improvvisa la sera tardi, non ho fatto in tempo a lavarmeli.
Leggo Astra solo una volta all'anno, nemmeno lo compro, lo trovo nelle ceste natalizie a casa dei parenti. In mezzo al torrone e le lenticchie, un anno di fraintendimenti.
Quest'anno Astra diceva che mi sarei dovuta scontrare con quello che avrei voluto fare davvero nella vita, che avrei dovuto lasciar perdere qualsiasi cosa cozzasse con i miei desideri.
Brezsny l'ha ribadito, in termini un pelo più contorti, sull'Internazionale della scorsa settimana.
Quindi non ho scuse: oroscoparolo di Astra + Brezsny che dicono la stessa cosa = forse sarà vero.
Ci rimugino da un sacco di tempo, ci rimugino troppo come sempre, affogo nei rigagnoli dei miei dubbi e dell'apatia, del non sentirmi abbastanza brava, pulita, meritevole per scrivere e basta, scrivere un nuovo libro, mollare lì il resto e andare avanti senza uno stipendio fisso.
Nessuna rete di salvataggio, solo uscire qualche volta a camminare sulla strada del maneggio dietro casa per farmi venire le idee e buttarle giù sul computer nuovo che ho comprato con gli ultimi risparmi, questo già ve l'ho raccontato.
La paura blocca i polmoni il cuore le pompette vitali tutte, l'ansia il non sentirmi in grado; ci sono giorni che mi sento incastonata nella pietra da tanto non riesco a credere di potercela fare.
Allora non faccio, al diavolo Brezsny e i chiromanti, c'avevano ragione a presagire stalli.
Poi non lo so cosa succede.
E' come se mi montasse della panna dentro, della panna elettrica, che mi riempie dalla pancia fino al cuore, e poi arriva alla testa, e lo zucchero e la luce di cui si nutre scende nelle gambe e mi illumina le ginocchia, i polsi, la sento battere nel petto nei capezzoli,
Essere convinti di meritarsi la felicità è la cosa più difficile che possa esistere al mondo.

Per esempio stamattina, ho lasciato il cellulare a casa:
esco di fretta devo andare da Maria, non mi lavo i capelli manco adesso, tutto di corsa non riesco, e arrivo e lei mi apre la porta in pigiama,
"ti ho mandato un messaggio non l'hai letto?"
"ho lasciato il cellulare sul letto"
 mi prepara il tè facendomi scegliere la bustina tra cinquanta diverse varietà, io ho la prima maglia che ho trovato nell'armadio (troppo leggera), i capelli sporchi (sanno un po' di fritto lo so è orribile ma cosa vi devo dire, mi piace cucinare per gli amici non ho avuto tempo, e ho fatto le cotolette), lei la casa bellissima colorata col bagno arancione, il mio bagno andrebbe distrutto e ricostruito da capo c'ha il lavandino scheggiato che non funziona e una minacciosissima macchia d'umido che disincrosta l'intonaco del soffitto, poi Maria ha comprato anche un nuovo bollitore per gli infusi all'Ikea e io invece quando ho ospiti per offrire il tè devo mettere sul fuoco il pentolone, lo stesso degli spaghetti.
Allora guardando il sentiero che porta dalla casa al capanno degli attrezzi, la ghiaia ordinata che attraversa il cortile, ho ascoltato Maria che mi parlava di lei e della sua vita, gliel'ho vista nelle dita, mi ha detto seria che domani compie gli anni, poi ha aperto un biscotto al cioccolato confezionato in una plastica che non si può riciclare, l'ho ascoltata ancora parlare e poi alla fine del tè sono andata in bagno e poi mi ha detto
"vogliamo recitare?"
E siamo andate a farlo, e mentre ripetevamo il nostro mantra il capanno degli attrezzi era sempre là, la ghiaia pure, i miei capelli unti, il bagno rotto, la sua sfida, i presagi astrologici,
ma c'era anche un fischio,
una sorta di sibilo,
tanto che a un certo punto si è fermata : "Hai sentito un telefono, qualcosa?"
"Credo sia la nostra vibrazione" le ho detto, e allora abbiamo sorriso e senza che nessuna delle due l'abbia detto,
il pensiero era lo stesso.

Sono tornata a casa che mi son scordata di comprare il latte, e quando ho acceso la radio c'era Vasco, che diceva "e ho cercato di convincermi che tu non ce l'hai"
Eh. E ho guardato dentro casa tua, e ho capito ch'era una follia, avere pensato che fossi soltanto mia. E ho cercato di dimenticare, di non guardare.
E ho guardato la televisione, e mi è venuta come l'impressione che mi stessero rubando il tempo e che tu, che tu mi rubi l'amore, e poi ho camminato tanto fuori c'era un gran rumore, e non ho più pensato a tutte queste cose"
Ho pensato a Maria e a me e ho pianto di gioia sullo stradone, e Vasco allora ha detto
"E ho guardato dentro un'emozione, e ci ho visto dentro tanto amore che ho capito perché non si comanda al cuore, e va bene così, senza parole"
poi sono tornata a casa ho dato da mangiare ai gatti, ho scritto su un post it "tu te lo meriti" e me lo sono appiccicata sul petto pieno di panna, all'altezza del cuore.



lunedì, gennaio 14, 2013

Colpa di manzo

Ho fatto il polpettone con gli avanzi. Non so dove, ma recentemente ho letto che qualcuno ha detto "è un errore preparare il polpettone o le polpette con la carne comprata apposta. Il polpettone e le polpette sono piatti da farsi esclusivamente con gli avanzi". Così adesso non sono più capace di aprire una confezione nuova di macinato e prepararmi un polpettone senza sentirmi in colpa.
Allora, per mettere a tacere i morsi del difetto e della fame, ci sminuzzo dentro della mortadella avanzata, una carota un po' annerita, del petto di pollo rinsecchito.
Poi schiaffo tutto in forno a cucinare a fuoco lento, per quanto sia possibile, visto che il mio forno Ikea, un po' come Naomi Campbell per meno di 10.000 dollari,  non scende nemmeno dal letto per meno di 180 gradi. 
Il polpettone con gli avanzi viene più buono, non c'è dubbio. 
Il problema principe, però, è che in casa mia di avanzi ce ne sono sempre pochi. 
Mangio molto, si sa, soprattutto carne. Vivrei di sole proteine: se non fossi golosissima di pane e biscotti sarei la musa della dieta Dukan, e allora quando mi prende voglia di polpettone non ho mai una striscia di pancetta ingiallita, né una tomaia di bistecca, né un wurstel che spunti gelido dalla confezione di plastica strappata coi denti e decimata in un pomeriggio d'ansia e solitudine, da ficcarci dentro per insaporirlo a morte.
Quando ho voglia di polpettone, lo programmo.
Non lo improvviso.
Scongelo apposta il macinato (sacrilegio!) e spesso non aggiungo altro. 
C'è questo problema dentro, solo apparentemente secondario rispetto a quello della mancanza di carne vecchia, che è questa cosa della colpa.
Ma perché devo sentirmi da meno se preparo il polpettone nuovo nuovo?
Perché se faccio le cose di testa mia, se scelgo liberamente, se prendo le decisioni della mia vita in base al sentimento, e alla voglia, e non va bene agli altri, allora tentenno?
E tentenno solo quando qualcuno me lo fa notare. 
"Secondo me avresti dovuto fare così"
"Secondo me invece qui hai sbagliato, e faresti meglio a tornare indietro"
"Io alla tua età"
"Se mi dessi retta qualche volta"
"Non pensi sia il caso di"
"Ascolta me"

Non so mai come replicare agli appunti degli altri. Perché io sono sempre la prima a farmi domande su come mi comporto, e su quello che faccio. Analizzo tutto, troppo: perché non sopporto la superficialità, il fare le cose tanto per compierle, e perché ascolto sempre i consigli.
Però sto piano piano imparando che se sono così, con tutte le scelte sbagliate o ponderate, ragionate o d'impulso,  riciclate o nuove nuove, vado benissimo lo stesso. 
Anzi, sono tanto più autentica quanto più scelgo di testa mia. 
Allora secondo me, io ho scelto bene così
Secondo me ho fatto giusto, e farei meglio ad andare avanti
Io alla mia età e a tutte quelle che ho avuto e che avrò
Se mi dessi retta sempre
Penso sia proprio il caso di
Ascoltare me. 

E andare a spegnere il forno che il polpettone è già pronto. 


giovedì, dicembre 20, 2012

Cose che mi perderei se domani Finisse il Mondo

1. La castrazione del mio gatto piccolo
2. L'arrivo della prima bolletta del riscaldamento
3. Il nuovo disco di Elio e le Storie Tese
4. Il nuovo libro di Bill Bryson
5. Il cotechino con le lenticchie alla menta a Capodanno
6. Il primo dente di mio nipote
7. L'arrivo del Gohonzon a casa mia
8. La faccia di Marco quando arriverà il Gohonzon a casa mia
9. Le nuove puntate di Nigella's Christmas
10. Le chiacchiere con le mie amiche
11. La laurea della Mari
12. La mia laurea
13. Parecchi bucati da caricare
14. Tantissimi piatti da lavare
15. Diversi viaggi
16. Una decina di grandi pianti
17.Le sere davanti alla stufa nella casa  dei miei
18. Il possibile vis à vis con un cinghiale fuori dalla casa dei miei
19. Il nuovo libro di Fannie Flagg
20. Giri in macchina di notte per l'Appennino dopo una mangiata colossale alla trattoria Belletti
21. I bagni in mare
22. Le cocenti sconfitte
23. Le rivincite
24. Il saggio del corso di canto
25. La visita di controllo dal ginecologo
26. I cannelloni della Lisa
27. Il nuovo colore delle pareti nella mia stanza da letto
28. Il matrimonio di mia sorella
29. I filmini del matrimonio di mia sorella
30. Le infornate di biscotti
31. I libri presi in prestito in biblioteca
32. Gli elenchi
33. La nuova serie di Mad Men
34. La nuova serie di Game of Thrones
35. L'invidia
36. Il colore del fiume che cambia alla fine dell'inverno
37. Le passeggiate con la Valentina
38. Il cambio degli armadi
39. L'invasione delle zanzare nei vasi del balcone
40. L'incertezza
41. Le fasi ormonali
42.Scrivere insieme all'Alice
43.La neve
44. Perdere il treno
45. L'attesa
46. Il freddo
47. Un cappotto nuovo
48. Le cose per caso
49. La sedia con le rotelle che si alza e si abbassa e non ho mai avuto

mercoledì, dicembre 12, 2012

Figure di Pepparkaka

Siccome l'uscita di "Anita friggeva d'amore" (Fabbri editori) si avvicina, l'ufficio stampa della casa editrice e la mia agente mi hanno ingiunto di aggiornare più spesso il blog.
E alla mia domanda "Eh ma se non ho niente da raccontare?"
c'è stato un generale giramento d'occhi e palette nei bicchierini di caffè.
In effetti cari amici vi ho abituati a tanti di quei post scritti sul niente che ormai non dovreste nemmeno farci caso. E se ci fate caso, insomma, mi limiterò a girare gli occhi e il cucchiaino nel caffè.
Così ora vi racconto del mio periodo pre natalizio, che in questi giorni è quasi obbligatorio.
Innanzitutto ho pochissimi soldi, i capelli bianchi, un appuntamento mondano questo sabato, la società consumistica che mi morde le chiappe e l'herpes.
Allora so già che, in funzione dell'evento mondano, spenderò tutto ciò che ho per una tinta marrone scuro dal parrucchiere e comunque avrò un aspetto di merda per via dell'herpes.
Mi salva il fatto che i regali che faccio, solitamente, sono sempre sentitissimi e preparati in casa. Biscotti, fotografie incorniciate, cioccolatini preparati con lo stampo di silicone: amo spendere il mio tempo in cose che abbiano un cuore. Invece che lavorando, per dire. O invece di spendere soldi per cose inutili come regali pronti (o una tinta per capelli).
Amo anche fare l'albero.
Quest'anno l'ho addobbato con le solite cose, più qualche novità.
Le solite cose riposano per un anno ficcate nell'armadio in un enorme borsone blu che sa un po' di muffa, in attesa di uscire a dicembre e prendere altra muffa sull'albero di natale rachitico per l'età e il peso delle responsabilità.
E le solite cose sono:
pupazzi di lana a forma di pupazzo di neve, babbo natale marrone e angelo paffuto;
palle ignobili costruite dagli alunni di mia mamma, mezze sbilenche e coperte di cotone idrofilo che si stacca e si sparge da tutte le parti;
minuscoli bambolini di legno raffiguranti bimbi su cavalli a dondolo, altri babbi natale e altri pupazzi di neve, tutti nei toni del bianco e del rosso, molto chic;
un set di palle nei colori dell'autunno e crema, anch'esse molto chic, mio acquisto impulsivo di qualche anno fa da Mario il Cartolaio;
qualche metro di festone filante rosso e oro, più simile a un boa di piume di uno dei protagonisti di Priscilla, la regina del deserto che a un addobbo natalizio;
qualche chilometro di lucine intermittenti gialle, rosse, verdi, blu e fulminate;
una stella cometa piccola e solitaria in cima, originariamente destinata al presepe e da un po' di tempo promossa a puntale.
Queste sono le medesime decorazioni che si beccarono il commento impietoso dell'amica di famiglia Kendo:
"Ah ma cos'è, siamo a Pigalle?"
Le nuove cose invece sono le Pepparkaka Figurer, una serie di biscottoni allo zenzero e cannella forati al centro a forma di cuore e stella, 1 euro da Ikea la confezione da otto.
Ieri mi sono messa a spacchettarli e a farci passare in mezzo fili di spago e rafia, e poi li ho appesi ai rami ancora spogli (pochini, per la verità), dell'albero.
Ora girano su se stessi per gli spifferi e stanno stringendo amicizia con la palla più brutta dell'albero.
Così adesso quando entro in salotto sembra sempre di essere a Pigalle, ma almeno c'è un odore buonissimo.



domenica, settembre 30, 2012

Bagno di

Scusate, mi scrollo di dosso le tapas e ritorno nel mondo reale fatto di spinaci al microonde e pioggia fradicia.
Domani mi attende una dura giornata di scrittura di soggetto teatrale per la mia amicona di sempre Greta che adesso fa l'attrice e mi chiede di scriverle dei testi teatrali per il giorno prima.
Così, out of the blue.
E poi dovrò camminare per le strade del centro come non mi succede da una vita per andare a iscrivermi a un corso di canto presso il teatro del Navile, che meraviglia, è da tanto che penso di dedicarmi al canto seriamente, chissà se ne sarò in grado, però pensa che emozione varcare la soglia minuscola del teatrino di via D'Azeglio, rendermi sottiletta per entrare di sbieco dalla porta, odorare l'aria dei locali intrisi di storia, di cultura, di arte! Io con il mio passo fiero di donna che crea, che immagina, che è piena di vita e voglia di fare, di idee, di ispirazione!
Quanto il cielo mi apparirà sterminato nel suo vigoroso capolino dai portici, quanto la musica mi aprirà nel cuore una sensazione di immen...
i gatti  hanno appena pisciato sui materassi. Dovrò imbiancare le coltri di talco e bicarbonato, nella speranza che l'effetto assorbente castri l'impulso a ulteriori exploit fuori contesto.
Dovrei trovare una polverina altrettanto mitigatrice dei miei velleitari spiriti.
Possibilmente che non sia la stessa che ha condotto John Belushi alla morte.


martedì, giugno 05, 2012

Forza e coraggio

Ci sono, sono viva, e così la mia Prisci, i miei muri e i miei oggetti, e Marco e in generale la mia piccolissima città. Città? E in generale il mio piccolissimo paese. Piccolissimo? E in generale il mio medio paese. Altrettanto non si può dire di altri medi paesi nel modenese, e nel ferrarese, e nel bolognese, e delle case di miei amici che abitano là. A tutti loro mando dal mio blog un FORZA grande come una casa (costruita con criteri antisismici). In questi casi ho sempre paura di fare più danni che opere buone, allora il mio piccolo aiuto si è tramutato in sms di conforto e offerta di vitto e alloggio, un pacco mega di biscotti e uno supermega di fette biscottate, 6 tetrapak di latte a lunga conservazione, un ordine da 1 kg di parmigiano. Non sopporto chi fa l'elenco dei danni e delle opere buone. "Io vado là e tu no, pèntiti". "Io mando solo sms e biscotti di conforto, però non mi pento" "E fai male" "E faccio l'unica cosa che so fare!" "Comprare cibo!" "Sì! Poi lo regalo!" "E vorrei vedere, mi sembra il minimo!" "No per me non c'è un massimo e un minimo, c'è quello che uno si sente di fare!" E via così, da tre settimane, campo a pane e dialoghi di questo tenore (tutti avvenuti nella mia testa, ovviamente). Poi volevo dirvi che il mio nuovo libro uscirà a ottobre con il titolo "Anita friggeva d'amore", e parla di quest'Anita qua che (frigge) cucina, e che sa ricondurre a ogni sapore una memoria, e c'ha un nonno belga matto che le insegna a coltivare la sua passione, e poi c'ha anche una nonna musicista che un giorno... vabé non vi racconto più niente perché altrimenti vi tolgo la sorpresa. Comunque sono ancora solo a pag.20 della revisione e, per dire, entro lunedì prossimo dev'essere completo. Quindi, cari miei, e con buona pace dei Wu Ming, mi tocca lavorare, terremoto o non terremoto, e a pieno ritmo, sempre vestita di tutto punto anche alle tre del mattino, con il piede sull'acceleratore, perché sì va bene lavorare con lentezza, e riprendersi il tempo ora che l'immensa forza della terra ci sbatacchia le priorità, però qui s'ha da realizzare una cosa che aspetto si realizzi da tre anni, e niente mi può fermare. Tranne forse il blog. E la pausa caffè.

mercoledì, maggio 16, 2012

Un mese, un giorno, come al solito come mai

Pasta alla puttanesca, involtini e tortino di alici, fragole con i limoni, è maggio ma non fa caldo, si riesce a cucinare senza condire gli impasti col sudore; per una volta non mi manca il non abitare al sud(o), dove ci sia il mare. Per andare a Milano ho preparato i brownies al cioccolato, prima volta che li facevo, poi li ho chiusi nella scatola di latta vinta con i punti del pane mulino bianco che ho infilato nella borsa e mi è caduta sul piede del mio dirimpettaio di treno, che ha emesso un gemito di dolore. In effetti sì sono buoni e facili da fare ma vantano un peso specifico da far invidia al calcestruzzo. Mi sono messa un vestitino giallo scollato con sopra un maglioncino perché mi vergogno della scollatura, le ballerine bianche sporche di migliaia di giri e ho corso fino al palazzone di RCS arrivando quattro minuti prima l'orario stabilito, ansante e sbatacchiante brownies e aspettative, che poi alla fine tutto è andato bene e mentre i capi parlavano di come sarà il mio libro, quando quanto dove e perché, ho scoperchiato la scatolina di latta del mulino bianco ed è uscito un profumo primordiale da stordire gli uccelli in volo. E poi sono veramente facili da fare: basta mischiare 200 gr di cioccolato fondente, due uova, 100 gr di farina, 100 di zucchero, 70 di burro, una manciatina di nocciole poco tritate, mettere tutto in una teglia e cuocere per mezz'ora, fatto.  Molto soddisfatta dei miei dolcetti, insomma. Molto meno della mia mise, del tutto inidonea all'ambiente irto di tacchi e tailleurini lustri.
Mi adeguerò? Non lo so.
Poi ho fatto un reading con l'Alice in un locale di Bologna che si chiama Vapian, e prima di tale reading c'era un buffet con aperitivo mastodontico completo di cous cous e salsina al tonno che a casa non faccio mai ma quando la trovo nei locali finisco sempre la ciotola, il che è stupido, perché da fare è veramente facile: metti in una ciotola tre cucchiai di maionese, uno di ricotta, una scatoletta di tonno, una manciatina di capperi e frulli tutto con il minipimer, fatto.
Però spesso il tonno in alluminio mi fa venire l'acidità, solo quando sono a casa però, fuori no.
A casa adesso lavoro molto, tra libro da sistemare, cose da tradurre, ripetizioni in nero da dare, oltre alle solite faccende da massaia mamma di gatto moglie amica amante, così il tonno non lo compro mai.
Poi ho letto un libro veramente interessante che si chiama L'arte di non dire la verità, di Adam Soboczynski, che oltre a essere intelligente, amaro e gelidamente illuminante riguardo le sorti della società contemporanea, ha anche l'indiscutibile pregio di avere come autore uno con un nome che nemmeno i commessi di Feltrinelli saprebbero pronunciare mai, e dunque per una volta potete domandarlo senza tema di venire squadrati dall'alto in basso da uno di quegli odiosi sguardi prezzanti degli addetti vendita.
Poi ogni giorno pulisco, lavo, stiro, stendo, cucino, insomma quelle robe lì.
Sento al telefono l'editor che mi segue nel lavoro, che ogni tanto mi dice "brava fantastico, ottimo paragrafo, consegnami il resto domani" e altre invece: "no non va bene riscrivi tutto. Per ieri, per favore".
Ho avuto anche il tempo di passare la domenica insieme a mia sorella, nella sua casetta in montagna, con il cane quattro gatti la polvere e la sua panciona incinta di otto mesi del mio nipote futuro, la vita che preme l'aria convessa.
Così penso di vivere almeno fino a giugno: con le cose da scrivere, le cene da preparare, qualche lettura ad accompagnarmi, la montagna da osservare e il nipote da aspettare, le noiosissime riunioni da tradurre e le pile di roba da stirare.
Così ancora per un mese, con me che faccio mi spendo preparo lavoro guardo osservo leggo attendo, però di certo una cosa la devo dire, e cioè che prima che anche 'sto mese passi, magari il blog lo aggiorno più spesso.
Se muoio, invece, non so.


lunedì, aprile 16, 2012

Today is...




Piove ed è primavera, il che mi ricorda moltissimo i pomeriggi e le mattine di quando andavo ancora a scuola, che mi sembra un tempo insieme vicino e lontano, non riesco ancora a decidere quale delle due.
Per prendere l'autobus che mi riportava a casa percorrevo i portici tutti appiccicaticci con i pavimenti ricoperti di melmina umida, uno schifo, e considerando che io spesso portavo scarpe da ginnastica piatte e sottili che lasciavano passare tutto anche d'inverno, pensate un po' come mi ritrovavo i piedi, alla fine.
Mia mamma mi ha anche raccontato una volta che negli anni 70 da ragazza girava scalza a Bologna con le unghie smaltate ognuna di un colore diverso, quindi nel disgusto ecco ciò che penso: la storia si ripete.
A volte andavo a casa di Isabella che era la mia amica dell'epoca, ci dipingevamo le scarpe sottili con gli Uniposca, ascoltavamo io i Rancid e lei i Pantera e dell'altra roba metal inascoltabile, mangiavamo le piadine fredde con i wurstel e la maionese, poi litigavamo io leggevo di nascosto il suo diario lei il mio, ci scazzavamo di continuo non mi ricordo perché, aprivamo la finestra e urlavamo qualcosa oppure semplicemente ce ne stavamo in camera a piangere o a raccontarci che tutto era abbastanza schifoso, che la scuola era schifosa e allora perché andarci, però intanto ci innamoravamo, accendevamo gli incensi, ci vestivamo di velluto e magliette dei Rancid e dei Pantera e di altra roba importabile.
Un giorno abbiamo fatto una festa per il suo compleanno e io ho fatto finta di dormire tutto il tempo.
Quello che non sapevamo è che i giorni sarebbero passati in fretta e a volte ci avrebbe ricordato di quei giorni là, quel pomeriggio in cui ci siamo fatte le canne tornando dal videonoleggio sotto il ponte di via Mazzini, e anche a casa non ci fermavamo più, poi abbiamo lasciato tutto sventrato sul tavolo, le sigarette i coltelli e il tagliere, tutto il tabacco spippolato in giro, e nonostante le finestre aperte e l'aria da docili fanciulle i genitori avrebbero poi visto e capito e detto "però avreste anche potuto pulire",
ma intanto saremmo state già lontane, da qualche parte, sotto i portici umidicci o a studiare scienze della terra o altra roba instudiabile.
Era un tempo in cui comunque, sia che ci sentissimo sole che piene che vive che morte che quasi invisibili che troppo evidenti che sporche che eteree, eravamo già l'embrione in controluce di quello che siamo adesso.
E oggi che c'è questa pioggia e il grigio e si vedono più le macchie sui vetri, me lo sono ricordato.

domenica, aprile 15, 2012

destroy (2)

Sì mi sono un attimo fermata con il blog così sembra che non stia succedendo nulla, invece vi confido un segreto che è questo qua: uno se scrive meno sul blog (o su facebook) vuol dire che gli succedono più cose.
Così adesso per farvela breve la mia situazione è questa: ascolto in loop Eclipse dei Pink Floyd che come sapete  m'ispira sempre, e intanto cerco di riprendermi a suon di schitarrate, viaggi in macchina, scatarrate, panini alla nutella marchio Coop, dalla settimana appena passata.
I suoceri arrivarono e io li rimpinzai di agnello fritto.
Colazioni pranzi cene merende caffè senza soluzione di continuità, e nel mentre lavare i piatti e passare l'aspirapolvere, e per i suoceri era tutto buono e bello tranne i piatti che non andavano bene in quanto troppo spessi e io che non andavo bene in quanto troppo spessa anch'io (già sapete).
Poi la sorellina si ammalò, poi finirono i croccantini del gatto, poi diedi ripetizioni poi cambiai tutta la mia casa e comprai all'Ikea una lampada di nome Boja, e devo dire sono molto soddisfatta della mia nuova casetta, degli acquisti, dei soldi dell'anticipo già spesi prima che arrivino, però almeno vuoi mettere? Vivo in un bell'appartamento commentato dalla mutter così:
"è proprio bello, chissà come te lo godrai, brava!"
e dalla suocera così:
"è troppo pieno di roba, ci sono tante cose da sistemare, ha dei bei mobili ma certo qualcuno va restaurato".
E pensare che ho passato due settimane carponi a buttare, sistemare e restaurare tutto come un'ossessa.
Tutto ciò mi ha spiegato che: (mentre Roger Waters dice "and everyone you meet"- EVERYOOONE YOU MEEET)
l'unica persona che vale la pena di compiacere è:
te stesso.
Poi al Carrefour, dove non vado mai in quanto rappresenta per me tutti i gironi dell'inferno in Terra, mi sono comprata un libro di Wislawa Szymborska, poetessa polacca oggi molto di moda in quanto morta, che ha scritto una poesia su un gatto che resta solo nell'appartamento in quanto i suoi padroni muoiono, poi ne ha scritta anche un'altra sullo scrivere il curriculum diventata molto di moda anch'essa in quanto declamata da Roberto Saviano alla tivvù, e piano piano tutto il libro della Szymborska me lo sto leggendo e lo trovo veramente bello e forte, si chiama "Vista con granello di sabbia" ed era in sconto al 25% su un banchetto dentro la Feltrinelli del Carrefour.
Ho anche fatto la cacca nel bagno del supermercato commettendo il gravissimo errore di utilizzare lo scopino per pulire la tazza, trovandoci dentro resti etruschi, volendo subito dopo morire e vomitare insieme, diventando anch'io di moda come la Szymborska per la mia prematura dipartita nel cesso di un centro commerciale.
E' morto anche un calciatore a 25 anni d'infarto, ho visto, e poi dicono che nel calcio il doping c'è sì ma solo fino a un certo punto, e comunque niente di grave.
Poi, dicevo, la sorellina è stata male e allora ho passato un po' di tempo all'ospedale, dall'altra parte 'stavolta, da spettatore, e nella sala d'aspetto della medicina d'urgenza c'era un frate francescano con il saio, la flebo e dei pantaloni verdi della tuta che pregava tutto il giorno insieme alla sua amica suora francescana, e appena restava solo si metteva a smadonnare alla grande dicendo "porcodio che vita di merda".
Ho anche registrato con il My Sky HD il film "Mangia, prega, ama" ma purtroppo la protagonista Julia Roberts a un certo punto parte per l'Italia in cerca di buon cibo e trova una signora che riempie la vasca da bagno con l'acqua riscaldata nella stufa e una casa con il soffitto tenuto su da un'impalcatura tarlata.
Anno di ambientazione della pellicola: 2003.
Anno in cui pensano che viviamo in Italia: 1946, così ho spento e mi sono vista la nuova puntata di Mad Men, mia nuova passione, che almeno so per certo essere ambientato nel 1966 così mi evito brutte sorprese.
Ho comprato anche delle cose nel negozio della mia amica che sta per chiudere e vende tutto a 5 euro, compresi dei meravigliosi scaldini da microonde alla lavanda a forma di papera.
Ho avuto le mestruazioni.
Da Milano non mi hanno ancora chiamata.
Allora aspetto, che già sapete è una delle cose che detesto più fare ed è quella che mi capita di fare più spesso,  però nel frattempo insomma non è che me ne stia con le mani in mano.
Ah, entro la fine di questo mese poi fonderò un'associazione culturale con la mia amica Alice Keller così continueremo a fare quello che già facciamo da un annetto circa, però in più avremo uno statuto che ci legittima davanti al Comune, il che la dice lunga sul significato della legittimazione.
Io continuo a elencare, pensare, comprare, leggere, scrivere, fare poco di conto, creare e distruggere, e vedere.
E voi?

martedì, aprile 03, 2012

Piano, forte

Una cosa che non mi capita mai di fare e che invece ho appena fatto è andare su Google maps a guardare le foto del satellite. Mio padre invece lo fa sempre, ne è entusiasta, nutre quella passione dal sapore lievemente autistico per le cose che si muovono, i treni, i luoghi, le immagini dall'alto, le linee suburbane, le superstrade, gli aerei che volano basso. Cliccando a caso sono capitata sull'Isola del Giglio ed è venuta fuori la foto del porto, con 'sta nave mega gigante rovesciata su un fianco, e ho pensato : "porca miseria che brutto, me n'ero già scordata", e anche: "forse questo è il dramma odierno, sappiamo troppe cose tutte insieme in un secondo, non abbiamo il tempo per comprenderle e lasciarle decantare", e ci voleva la Concordia affogata a metà che ci metterà anni forse secoli forse sempre a sparire del tutto, per simboleggiare l'importanza della lentezza nell'assimilare le cose.
In tutto questo, sto anche facendo le pulizie di primavera (e d'autunno, e d'inverno, e delle prossime tre primavere),  in previsione dell'arrivo dei suoceri per Pasqua (Natale con i tuoi, Pasqua con i suoi), il che in casa mia principalmente significa svuotare scatoloni di roba da buttar via, riempirli di altra roba da buttare via, buttare via la roba, buttare via gli scatoloni, perché l'accumulazione nella mia poetica e nella mia casa si spreca, e da qualcosa l'avrò pur presa, e non dalle mie letture né dagli insegnamenti, ma dalla mia natura di uccello che fa il nido con gli scarti, e dal mio appartamento, che a me piace ma ai suoceri forse no e allora ho chiamato l'imbianchino, ho spostato i mobili, tolto nequizie di vario genere quali calzini vecchi pieni di polvere da sopra gli armadi, poi ho svuotato la libreria l'ho ripulita e ririempita e adesso ho tutti i libri allineati per tema e collana, e mi ritrovo con una parete arancione in salotto, quattro pareti crema in corridoio e quattro bianco siderale nella camera degli ospiti, che era camera dei miei, che aveva un sacco di oggetti dentro inutili per me e fondamentali per mio padre, che oltre alla passione per i treni coltiva anche quella per gli oggetti che non si muovono, e allora mi sa che ha passione per tutto, che io devo ritrovare invece, e non so se ci sia un'immagine  forte come quella della nave ad aiutarmi a riscoprirla.
Una forza d'urto dal basso che la rimetta in piedi.
Marco adesso c'ha la fissa dei divani addossati al muro, che non si devono addossare perché chiamare l'imbianchino ci è costato eccome, e io capisco che diventare adulti significa preoccuparsi per i muri e i rigacci neri, sapere andare dall'elettrauto senza farsi prendere dal panico quando ti chiede di accendere la macchina per controllare i fari, dosare le forze e la razionalità.
Io sto ancora imparando, mi sa, perché stamattina ho immaginato di mettere in moto e spataccare il signor Lelli contro il muro della sua officina, e non riesco a decidere il tempo di non pensare a niente e quello di fare, il tempo per rimettere a posto il letto e quello per andare su google maps a guardare le foto dall'alto, e spesso confondo incombenze e tranquillità, e penso che allora sarò felice, se mai sarà, quando i tempi coincideranno e non avrò bisogno di immagini di navi che affondano pian piano per convincermi a prendere la vita a piccole stille.

sabato, marzo 17, 2012

Sette per quattro?

Al momento c'è la Prisci che russa sulla sedia accanto a me e al momento sono le 3:45 di notte: non dormo perché Marco mi ha fatto vedere Seven
"Non è possibile che tu non abbia mai visto Seven, lo devi vedere"
"No io da piccola ho visto il pezzettino del ciccione che muore di cibo e da allora non l'ho più voluto vedere"
"No ma tu devi"
"No io dopo poi non dormo!"
"Macché non dormi dai, ti abbraccio io tutta la notte"
"E vabé, vediamolo"

Dunque alla mia sinistra potete osservare la schiena di Marco che ronfa immobile e spavalda nel suo pigiamino, alla mia destra la Prisci che russa beata sulla sedia e nel mezzo del letto io, a scribacchiare sul wonderful blog, con in mente chiarissima la scena del tipo mezzo morto putrefatto e una paura folle del buio oltre la porta.
Poi alle quattro, quattro e mezza mi sentirò in qualche modo salva, perché il peggio della notte sarà passato, il che è un pensiero stupido perché le cose brutte e tragiche e disumane tipo il serial killer che entra e mi lega al letto e mi rende un essere mezzo morto putrefatto possono succedere a tutte le ore del giorno e della notte, però qualcosa mi dice: vedrai che a poche ore dall'alba le cose diventano più sicure. 
Nel tentativo di calmarmi poi ho anche pensato a come preferirei morire, se proprio proprio dovessi, potendo scegliere tra i modi del film. 
La prima risposta naturalmente è stata: in nessuno di quei modi lì, e devo dire che non ho mai pensato veramente alla morte e a come vorrei crepare, se come tutti spaparanzata su un divano o se sia meglio affogata o bruciata o in un incidente stradale, però una cosa la so di certo:
non investita mentre attraverso la strada fuori dalle strisce pedonali.
Quello mi sembra un modo stupido sul serio.
Allora per esorcizzare un po' la mia fifa e cercare di dormire farò così, penserò ancora per qualche minuto molto intensamente alle scene peggiori del film, fino a che non diventeranno solo fotogrammi marginali nel turbinio di idiozie e rivelazioni delle quattro del mattino, e poi deciderò come vorrei morire se fossi una vittima di Kevin Spacey, e anche se per un momento mi sono immaginata a schiattare felice con la testa immersa in un bidone di pasta alla Norma, devo dire che forse il miglior modo sarebbe quello del cane alla fine del film, forse di caldo forse di fame forse investito da un furgone, non si sa; una morte non chiarita e presente solo perché funzionale a uno scherzetto di sceneggiatura, per rendere l'assassino per un attimo anche simpatico, che dice "no quello non l'ho ammazzato io".
Una morte in più ma giusto per ridere, ecco. 

E comunque il film non mi è piaciuto.


giovedì, dicembre 29, 2011

GoodYear

No io adesso non riesco, che mi scuoce la pasta, a dirvi in modo sereno ponderato equilibrato quello che è stato per me questo 2011, ci sto provando da mezz'ora, il tempo che l'acqua bolla che butti le patate sbucciate che cuoci le farfalle e siano pronte e le condisci con il pesto, a scriverlo, e tutte le volte viene fuori una roba o troppo sdolcinata o pesa come ferro fuso.
Io, ecco, volevo solo dire che questo è stato finora il più bell'anno della mia vita.
Ciò che lo distingue dagli altri anni belli, tipo quello dove ho ricevuto in regalo il frigo di Barbie, è che non è che ci sia stato UN episodio grandioso (tipo scoprire che il frigo di Barbie conteneva anche lo scomparto freezer!), ma è stato lui stesso un unico, grande, enorme e lunghissimo (eppure troppo breve) episodio grandioso.
Insomma non so voi ma io un anno in cui guarisco brillantemente da un tumore, partecipo a due matrimoni in qualità di fidanzata del testimone e amicona degli sposi, compro e installo e usufruisco di una cucina megagalattica nuova, incontro nuovi amici, consolido i vecchi, ne perdo altri a cui penso sempre, trovo un lavoro che voglio fare da tutta la vita e che dura proprio il tempo di quest'anno qui, imparo a farlo, faccio passeggiate lunghissime accanto al fiume, firmo un contratto con un'agenzia letteraria megafìga, vivo sola col mio fidanzato e col nostro gatto e non si sa chi ami più chi, e non c'importa di saperlo, porto avanti l'atelier di scrittura che ho seguito tanti anni fa con un gruppo di persone che lo trova bello come lo trovai io tanti anni fa, conosco un'illustratrice bravissima che decide di disegnare le mie storie e diventa pure mia amica, vado alla fiera dell'editoria per ragazzi e in tv, e a quella per adulti a Mantova e conosco Christopher Moore, e leggo le mie cose in una libreria insieme a un'altra scrittrice bravissima che diventa pure amica mia, e le leggiamo in radio, e faccio sporcare i bambini ai laboratori, e decido di aprire un'associazione, e scrivo, e festeggio la Pasqua in montagna dai miei e il Natale qui da me e divento buddista, e pratico pregando dei mantra, e faccio piangere e ridere chi mi ascolta, e non ho più invidia, e scateno una faida familiare a 900 km di distanza, e scopro che il mio ex fidanzato si è rifidanzato e divento amica della sua nuova metà, e imparo a fare bene il pane e la posizione del cane, e a scegliere e risparmiare, imparo a respirare, in cui faccio di tutto per me e non per gli altri, per stare bene, imparo a ricoprire i libri e non a strapparli, a costruirne di nuovi e non a distruggerli, insegno italiano agli stranieri e ne sono in grado, e che sono brava, e che diventerò zia,
ecco io
un anno così non l'ho mica mai vissuto prima, poi non so voi eh.
Ma la fine del mondo può anche baciarmi il culo.

martedì, ottobre 04, 2011

Racconto del mattino dall'Alice

Stamattina tornavo da casa dell'Alice tutta contenta perché c'è un progetto divertente che sta partendo, ovvero io e l'Alice che ci vestiamo a righe e andiamo nelle biblioteche e nelle scuole a leggere delle fiabe ai bambini, poi l'Alice suona il suo violoncellone gigante, io mi invento delle scenette e alla fine i bimbi son contenti e noi stanche morte ma felici e, se càpita, con qualche euro in più da infilare nella custodia del violoncello e nelle tasche del capo dell'Hera.
Alcuni bambini mi piacciono, altri invece gli sparerei a vista con il bazooka caricato a pellet.
Il più delle volte, quelli a cui sparerei a vista hanno dei genitori allucinanti del tipo che non chiede scusa né permesso e urlano in biblioteca, mettono a soqquadro la stanzetta dei bimbi vuotando tutto il contenuto delle mensole per terra come fossero a casa propria e vanno via senza dire neanche "arrivederci", lasciando aleggiare le loro scie di casalinghitudine come petardi di peti al broccolo.
Però io e l'Alice abbiamo deciso lo stesso di donare qualche ora di gioia ai loro figli, che chissà a casa con quelle mamme orrende come soffrono.
Allora stamattina zompettavo per la via del centro centrissimo dove sta la sua nuova casa, che è poi uno di quegli appartamenti groviera tipici di Bologna, pieni di muri gialli e luce gommosa e i buchi affittati agli inquilini-studenti- topi che si annidano tra balconcini vista pakistano e trincee di calzini conquistanti la vetta di colline d'indumenti variamente stagionati.
Il suo buco, devo dire, è splendido: ha il parquet vecchissimo a spina di pesce, uan libreria di legno scuro di quelle senza ante, costruite da un inquilino vecchio almeno quanto il parquet (chissà se anche lui perde schegge di se stesso e si conficca nei piedi di chi lo calpesta...mi piacerebbe succedesse anche a me), un letto comodo e gniccante e la connessione flat; in più dal suo balconcino si vede anche il negozio di un parrucchiere.
Quelli che vivono con lei ancora non li conosce granchè bene, però sa che suonano tutti.
Stamattina ho anche fatto la cacca nel loro bagno e quando stavo ancora sulla tazza e ormai il danno era fatto mi sono accorta di una mancanza grave, ovvero la finestra.
No finestra, no ventola di aerazione: non è a norma! Com'è possibile tutto ciò?
Infatti la finestra a guardar bene c'era, sottoforma di pertugio chiuso da una grata velata da una tendina di cotone a garza, talmente piccola che l'avevo scambiata per un pezzo di carta igienica.
Comunque, a missione compiuta, ho spalancato la feritoia, mi sono lavata le mani con il Dove al cetriolo della Lidl e sono uscita alla chetichella.
Dopo cinque secondi è entrato un coinquilino musicista in bagno e chissà che aroma.
Sono morta di vergogna, ma non ha detto niente.
D'altra parte è una cosa naturale.
Dopo aver parlato con l'Alice di come fare per lasciare esplodere la nostra creatività in un mondo duro e arido che da noi vuole solo soldi e risultati
(nel mio caso, devo dire, per il momento ero già esplosa abbastanza ma lasciamo perdere),
tutta contenta l'ho abbracciata e abbiamo deciso di rivederci per preparare un bello spettacolino ai bimbi, la settimana prossima, salutandoci con un:
"ok allora in gamba, forza, facciamo quello che dobbiamo fare, liberiamoci (ehm...), pochepippe e siamo noi stesse con le nostre idee, viscere (ariehm), e tutto ciò che abbiamo dentro (che avevamo, dentro), che non serve altro per essere felici e fare quello che ci va".
Poi sono uscita e lungo la sua via ho trovato una bella pozza di vomito di quelle spesse quattro dita, qualche decina di bottiglie e lattine sparse ai piedi di una campana del vetro, insomma un inside-out bouleversè, ciò che di solito è meglio sia celato buttato fuori così, spatasciato a fiotti negli altrui gabinetti e per la strada, in bella vista, il manifesto del pudore lacerato.
Sono sempre stata così anch'io, e ogni post che ho scritto da cinque-sei anni a questa parte ne è la conferma: sono fatta che se mi succede qualcosa, bella o brutta, la devo raccontare, far vedere, la devo esprimere senza preoccuparmi delle reazioni che suscita.
Disgusto o diniego, rifiuto curiosità o attrazione: tutto ma non l'indifferenza.
E' tutto ciò che chiede una persona che per vivere si esprime: guardate bene, guardatemi dentro, più a fondo, da quest'angolazione è meglio, badate che adesso arriva il peggio, rifocillatevene,  poi reagite.
Magari dentro gli appositi spazi, se riuscite.
E adesso tutti siamo così, anche chi non ci è nato, adesso il mondo si è abituato a dire al resto che è fidanzato, divorziato, che si è appena lasciato con quello che una volta ha tanto amato, e che lavoro fa che cosa ama, cosa detesta, cosa pensa di qualsiasi cosa, cosa gli passa per la testa: adesso andrà a finire che chi si espone non è l'eccezione, e il trattenersi e il celare, e l'intimità, diventeranno la frontiera infantile picassiana da cercare e riscoprire e tentare di valicare per tutta la vita.
Comunque,
aspettando l'autobus per tornare in biblioteca a lavorare, sotto il portico dei Garganelli una vecchina col golfino rosa si è fermata e mi ha chiesto:
"quanti anni hai?"
e io ho risposto:
"ventisette"
e lei ha detto:
"perché hai un così bel vis... VENTISETTE? Non li dimostri mica sai, affatto. Auguroni, vè".
Non ho capito se prenderlo come un'offesa o un complimento.





(al posto di dove una volta andavo a far lezione di francese, quattro anni fa, adesso c'è la sede del Rotary. Anche questo è un segno dei tempi, mon dieu).

lunedì, agosto 15, 2011

Parto

Domani parto, vado in Liguria in un paesino che secondo l'autorevole sito Tripadvisor è molto bello, speriamo lo sia anche per me.
Devo ancora fare le valigie e trovare la macchina fotografica.
Non ho soldi.
In Liguria devo ricordarmi di rilassarmi e di portare il costume che per una volta che non sembro proprio un tendone da circo ma solo la mongolfiera di Fogg, allora tanto vale che.
Spero di stare bene, di non essermi ammalata di nuovo.
Meno male che ci ospitano gratis.
In cambio di niente.
Devo ricordarmi anche di comprare la crema solare.
"Io sono così, sono una persona solare"
Speriamo ci sia il sole e riesca a fare il bagno.
Nel paesino dovrebbe esserci anche un fiume e delle gigantografie delle opere di Luzzati appoggiate alle pareti, e anche il teatro della Tosse, che come nome fa un po' ridere.
Speriamo di non stare male ancora se no mi devono rioperare, non ne ho molta voglia.
Ogni giorno rivivo in loop tutta la trafila dell'ospedale da quando sono entrata a quando sono uscita ad adesso, e oggi leggevo un vecchio numero di Vanity Fair, di prima che andassi in ospedale, in cui l'autorevole Lory Del Santo diceva così:
"Io faccio finta che il bimbo che è morto cadendo a cinque anni da un grattacielo non fosse mio figlio, mi convinco che non lo conosco, che era figlio solo di suo papà, non mio, e così riesco a vivere"
E allora forse io dovrei dire "no questa malattia non era attaccata alla mia ovaia, era quella di un'altra, a un'altra hanno detto allora non possiamo dimagrire un po', una bella dieta? prima di aprirla in due e toglierle un tumore di sedici chili",
Così forse potrei andare in vacanza in Liguria e smetterla di pensarci sempre,
ma poi penso anche che io col cavolo che mi faccio l'auto lobotomizzazione del cervello e faccio finta di niente, io alle cose non ci passo attraverso, io ci vado in fondo, le scandaglio, così poi se ritorno in superficie almeno sotto so cosa c'è (un tumore di sedici chili).
Così.
Non devo nemmeno scordarmi il phon, se riesco.
Poi devo passare a prendere anche il mangiare della Prisci.
Spero di non stare male di nuovo e dovrei chiamare il ginecologo, però dai lo faccio quando torno dalla Liguria, vediamo come va.
Dai.
Buone vacanze, poi quando torno vi dico cos'ho trovato sul fondo dentro sotto sopra di traverso, se riesco, se vi va


mercoledì, luglio 27, 2011

Per stare bene

Avrei bisogno di un piatto di rigatoni al ragù, e tali rigatoni dovrebbero essere non troppo grossi, cotti bene al dente, di consistenza callosa e non collosa, separati l'uno dall'altro, con ognuno il proprio buco straripante di suddetto ragù.
E il suddetto ragù dovrebbe essere di manzo macinato e maiale, soffritto a fuoco vivace in un battuto di cipolla, sedano e carote, con poco olio d'oliva dal profumo forte di terra, e poi cucinato per tre ore nei suoi stessi umori.
Il tutto dovrebbe essere ben mescolato in un pentolone di ghisa e poi servito in un piatto bianco dai bordi decorati con sottili linee azzurre, utilizzando un mestolo bucherellato chiamato ramina.
Poi avrei bisogno di un bicchiere di vino rosso fermo, caldo, e un tovagliolo di stoffa scura da sporcare a piacimento.
Poi un divano soffice dove riposare.
Poi un libro da lasciarci le ditate di sugo unto sull'angolo in alto a destra delle prime pagine che leggerò, prima di appisolarmi.
Poi un gatto ciccione che mi si accoccoli in grembo e decida di poltrire con me, e cullarmi con le sue fusa.
Poi che tutti i dispositivi elettronici della Terra esplodessero in un colpo solo, lasciando muto il mondo, però in silenzio, di uno scoppio idrofilo, per lasciarmi dormire.
Poi che il raduno di centauri che si svolge ogni giovedì alle ore 23 sotto casa mia venisse inghiottito in una voragine di melma e si risolva in un dramma della sparizione analizzato da tutti i peggiori programmi di retequattro ogni martedì alle ore 2 di notte in tutte le case degli italiani e degli immigrati all'estero.
Poi che venisse dichiarato fuori legge il gesto dello scaccolarsi.
Poi che uscisse un nuovo libro di Stefano Benni, però stavolta bello come Elianto.
Poi che tutte le persone che detesto diventassero amabili, le persone con cui ho litigato mi perdonassero e facessero la pace con me, ma solo quelle delle quali m'importa, poi che qualcuno si dimentichi una sporta di Duplo in ufficio e che il Duplo non facesse ingrassare, poi che nessuno mi vedesse quando mi vergogno e divento rossa, poi che il mare fosse anche a Riale, poi che la benzina fosse gratis e le macchinette delle merendine generose come nonne.
Poi avrei bisogno di te, che sei lontano, e che tutti sapessero a memoria quello che ha detto Kant, che era un tipo che passava di qua:
"Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo (come cioè egli si immagina il benessere degli altri uomini), ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo".


ma questo è chiedere troppo, già lo so.

sabato, luglio 23, 2011

27

Non ho una J nel nome e non sono una rockstar, dunque al momento potrei anche non morire.

L'anno scorso scrivevo "dalla parte sbagliata dei 20". Ora posso solo dire che sto cucinando una quantità esorbitante di pizze per chi mi passerà a trovare.
Della linea d'ombra superata sfornando una teglia di wurstel incappucciati, invece, parlerò domani.

Sono grande. Tanti auguri a me.