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venerdì, maggio 25, 2012

Tutto quanto

Si dice che il lavoro nobiliti l'uomo, lo renda libero completo e consapevole, autosufficiente, indispensabile alla società.
Allora io ho fatto così, ho detto: "va bene, accetto anche questo lavoro, lo prendo nonostante ne faccia già altri tre, anche se non so se sia la persona più adatta e sia in ritardo con le consegne, però grazie, sì, mi va, perché ieri mi è arrivata la combo gas+luce+rusco e sono ben 116 euri e io non sputo sopra a 4 ore di lavoro ben pagato, no".
Mi sono preparata meticolosamente, studiando la notte il catalogo dell'azienda per la quale avrei dovuto fare l'interprete. Mi sono scritta la lista dei vocaboli in italiano e francese, ho cominciato a tremare perché il tempo era poco,
"ma sono una professionista" mi incidevo nella testa,
insieme ai termini più astrusi mai inventati tipo brugola del terzo tipo  (cos'è, dobbiamo aspettarci l'invasione?), ribaltina aperta e chiusa  e zebra piasta (che, se non lo sapeste, è una vite autoforante in bimetallo. No, giusto per rendervelo più chiaro).
Così la mattina e il pomeriggio scrivevo a busso e davo ripetizioni, benedicendo le povere allieve  alle prese con gli anfratti del francese, che mi davano l'opportunità di ripassare, la sera cucinavo e la notte studiavo il catalogo della Wurth.
Mi preparavo al lavoro che avrei fatto in mezzo a mille altri, perché io valgo, e il lavoro pure, e i soldi anche, e so che posso starci dentro, a questo essere pronti.
Mercoledì mattina vado che sono stupenda.
Per una volta ho i capelli a posto, le scarpe adatte, i pantaloni il top che mi fa due tette così, tutto: dentro sento una tensione come tendini di tennisti, tacchetto e mi sento brava, sono brava, je suis perfaite, pronta e multitasking, eccellente nel passare lo strofinaccio nel forno così come intrattenere una conversazione di due ore in una lingua straniera, sono fiera di me, sono professionale e basta.
Lavoro.
Gestisco il panico: il capo d'azienda a cui devo fare da interprete ha 26 anni.
Lo aiuto a comprendere tutto quello che dicono i venditori della ditta che mi paga, sono esaustiva, sorrido, la mia pronuncia è perfetta, je suis parfaite.
Nel capannone dove producono barche mi sento piccola e produttiva, seguo il discorso, so come si dice distributore automatico di viteria, so come si fa ad annuire, cedere la precedenza e camminare per i corridoi della fabbrica.
Andiamo anche alla Ducati, passeggiamo tra le file di operai che mi guardano le tette, io scuoto la testa e arroto la erre così bene che il piccolo capetto mi chiede se io sia francese,
di che parte esattamente?
Posso essere così.
Produrre. Fare soldi con le proprie competenze. Adesso mi metto sotto, finisco l'università e mi dedico a questo, tradurre e interpretare, guadagnare, toccare le viti e sorridere ai clienti, via via via con tenacia sicurezza assertività tacchetti alti.
Sul pezzo, quadrata.
Ormai è andata, sembrano tutti soddisfatti.
Mi guardo nella cimbali del bar Ducati, un posto progettato da qualcuno tipo Pininfarina che sembra un hangar per elicotteri tirato a lucido con la vaselina.
Alzo un sopracciglio mentre accetto un caffè e annuisco ancora, ridendo a una brutta battuta,
questa sono io, professionale. Materiali lustri e volontà d'acciaio.
Senonché.
Ci sediamo nel dehors, discutendo informalmente di chiavi inglesi e aziende che chiudono.
A un certo punto, proprio al centro del pavimento dall'alto si apre un varco nel cielo,
illumina un ficus nell'angolo, gli operai in pausa pranzo, mi fa accorgere che finora c'era stato brutto tempo.
Alla radio è partito l'intro di "Everything" di Alanis Morissette, mi squarcia il cuore.

E' impossibile cambiare.


giovedì, ottobre 21, 2010

Torcicolloquio (bis)

Parto svantaggiata, il che è sempre una bella cosa.
Che distende.
Ci sono un manipolo di ragazze carine tutte in attesa di sostenere il colloquio.
Forse prima dovrei dire per cosa.
E' il colloquio per venire inclusi nel progetto di Servizio Civile di un Comune vicino a Casa Mia.
(orribile sensazione di "oddio se ne parlo forse non mi prenderanno". E' un periodo di paranoia spinta, non fateci caso).
Io sono vestita così: stivali grossi marroni, pantacalze blu, maglione lungo con le tasche marrone, enorme impermeabile nero bellissimo ma grande come la Kamchatka, borsa dei Beatles con scritto "A hard day's night".
Non proprio il massimo dell'eleganza, ma non son mica lì per diventare segretaria di un notaio.
Son lì per diventare volontaria stipendiata poco e male per un progetto stupendo che prevede che io legga libri a bambini stranieri molto piccoli.
Quindi, le qualità che devono emergere sopra tutte sono:
pazienza
istinto materno
tranquillità interiore
amore per la lettura

Sono convinta di possederle tutte, specialmente l'ultima, ok forse la penultima no, però insomma, a fingere sono molto brava anche se non mi piace farlo.
Comunque, dicevo, parto svantaggiata.
Come mai? Non sono laureata.
Capisco che quest'onta non me la toglierò mai finché non mi deciderò a dare il benedetto ultimo esame e a consegnare la tesi e ad affrontare tutta la burocrazia e le paure e gli ostacoli mentali che m'impediscono di porre la parola FINE a questo strazio del non essere laureata, però nel frattempo sono così, eccomi, sono proprio questo: non laureata.
Perciò ho già un punto in meno in graduatoria di questo manipolo di ragazze carine che attendono il colloquio.
Come sempre, come -se la memoria non m'inganna- succede prima degli esami, nel momento di terrore le differenze si azzerano, e comincio ad attaccar bottone con la tipa dai capelli lustri seduta accanto a me.
"Sei qui per il progetto degli stranieri?"
"No, per l'altro"
"Ah."
...
"Sei laureata?" (vi ho detto o no che è un periodo di paranoia?! E allora, lasciatemi in pace)
"Sì, io ho fatto lingue"
"Ah, ma dai! Anch'io! Cioè, io non sono ancora laureata, cioè devo finire la triennale ancora mi sono arenata, ma ho fatto altro sì ho fatto altre cose e così..."
"Beh dai, ma a marzo ce la fai?"
"Eh? Ah, sì, credo di sì, sì spero. Sto preparando la tesi di angloamericana".
"Ah no, io ho fatto letteratura inglese"
"Ah. E poi, cosa ti piacerebbe fare?"
"Mah....non so...mah...tradurre, forse"
"Bello! Anche a me! Stai già facendo traduzioni?"
"No io non ho mai fatto niente, sto facendo la specialistica"
"Ah ok. Non hai mai lavorato?"
"No no"
"Ok."
... specializzanda sì, ma a 25 anni esperienza lavorativa zero. I pro e i contro del laurearsi in corso.

Vediamo sfilare tutta una serie di giovani virgulte in minigonna e Converse, tornare indietro dopo dieci minuti e commentare la loro prestazione con un laconico "Boh, non so, ti chiedono cosa sai del Servizio Civile. Boh, in bocca al lupo".
Poi, come da inquietante tradizione, dopo che la prima ha usato quella formula, TUTTE la ripetono uguale. Incredibile.
"Boh, non so, ti chiedono cosa sai del Servizio Civile. Boh, in bocca al lupo".
Per cinque volte di fila.
In giro c'è paura di cambiare, ve lo dico io.
(e di pensare con la propria testa, ma questa non è una novità).
Alla fine tocca a me, e tanto per non smentirmi, appena chiamano il mio nome mi accorgo che un cordino del mio immenso impermeabile è rimasto impigliato nella sedia; così, mentre tutte le ragazze carine prima di me al suono del loro nome scattavano in piedi fluttuando chiome e flautando "eccomi", io sono stata costretta a biascicare un "arrivo, un momento" da un'improbabile posizione semi accovacciata mentre cercavo freneticamente di liberarmi dal cordino malefico.
Giusto per iniziare con stile, ecco.
La commissione è composta da quattro individui del Comune dei quali scordo immediatamente sia nome che cognome che incarico.
Una sacrosanta verità è:
"non importa quanto tu ti senta tranquillo: se ti trovi al di qua di una cattedra, e al di là ci sono delle persone che ti interrogano, le tue prime parole saranno SEMPRE tremolanti".
Così, ecco com'è andato il colloquio:
"Buongiorno io sono &%£"$"£)£= e al Comune faccio la %&£$"&""(£="
"Bbbbuuuuoooonnn gggiorrrno"
"Allora, cosa sai del Servizio Civile, come ne sei venuta a conoscenza e perché hai scelto proprio questo progetto?"
"Il Servizio Civile è...ènnnnato...come alternatttttiva alla leva obbbbligatoria, e quando questa non è stata più tale, ai ragazzi è stata data l'opportunità di prendersi un impegno per essere utili alla società" (sapevo cosa volevo dire ma mi sa che non l'ho capito).
"Lo conosco perché alcune mie amiche l'hanno fatto, in altri Comuni, ed è stata una bella esperienza...volevo provarla anch'io, perché mi sembra interessante sia dal punto di vista formativo che lavorativo leccata di culo e leccata di culo e scambio culturale bambini li adoro leccata di culo".
"Molto bene. Hai avuto altre esperienze simili prima d'ora?"
(In che senso? Se quattro persone mi hanno interrogato mentre ero avvolta da un involucro impermeabile che mi arriva alle caviglie? No, non mi pare)
"Sì, ho partecipato al progetto Semenzaio, un corso di cucina per favorire l'integrazione di donne straniere".
"Ah, bene, in questo Comune lo organizzo io. E che ruolo avevi?"
"Seguivo il corso"
"Dovevi parlare anche lingue straniere?"
(State attenti perché questa è importante:)
"Sì, specialmente il francese...c'erano diverse donne marocchine, ed essendo il tasso di analfabetizzazione molto alto, spesso non riuscivamo a comunicare, nemmeno scrivendo...quindi usavamo alcuni termini francesi per capirci"

"Bene. E conosci questo?"

Un tizio alto che mi pare sia il bibliotecario tira fuori da sotto la cattedra una busta di cotone con stampato sopra il logo di Nati per leggere.

"Sì! E' Nati per leggere! Un'iniziativa per i bambini dagli 0 ai 6 anni che promuove l'uso della biblioteca e la lettura in generale attraverso letture, coinvolgendo i pediatri"
"Tu saresti contenta di lavorare con i bambini in un contesto del genere?"
"Sì certo! Io amo la letteratura per l'infanzia e bla bla scrivo un libro per bambini bla bla bla molto importante per me la cultura sin da subito interessante bla bla sensibilità à gogo e bla bla"
"Bene"

Poi parla un tipetto occhialuto, che mi fa, sbirciando il curriculum:
"...e l'Associazione Clavicembalistica Bolognese? In che modo potrebbe darci delle referenze su di te?"
Dice proprio così, Associazione Clavicembalistica Bolognese col corsivo.

(State attenti perché anche questa è importante:)
"Eh sì, è un po' curioso, eheh...ecco io mi occupo di bla bla bla e allora potrebbero dirvi che parlo bene le lingue e ho buone capacità organizzative e bla bla"

"E come te la cavi con il computer?"
"Ho la patente europea ECDL"
"Ah, bene"
"Sì, quindi pacchetto office, conoscenze di programmi di video scrittura, internet..."
"Bene. Allora, se arriva uno straniero e chiede...non so, dove trovare su internet il permesso di soggiorno, che è una cosa che mi capita spesso, cosa faresti?"
"Gli farei vedere come andare sul sito dove trovarlo"
"Sì, e qual è?"
"mmh...non lo so"
"Pensaci, dove può essere?"
"mmmh...nel sito...mmmh...del Governo?"
"no"
"mmmh...della pro...vincia?"
"No!"
"mmmh...co...mune?"
"No, della questura!"
"Ah, certo, della questura! Beh, in ogni modo, se non conosco il sito come in questo caso, gli faccio vedere come cercarlo sul motore di ricerca"
(FIGURA DI MERDA. Sì. Come ha fatto a non venirmi in mente la Questura dopo tutti i racconti della mia amica Ting sulle tragedie per il permesso di soggiorno, dio solo lo sa. Pazienza. Salvata in corner).

"E poniamo il caso che siamo nello studio di un pediatra, fuori c'è una famiglia straniera con dei bambini piccoli e noi dobbiamo spiegargli, in inglese o francese, cos'è il progetto Nati per leggere. Cosa diresti?"
"In inglese o francese?"
"Come vuoi tu"
PORCA MERDA.
"Nati per leggere is a progect det uos born sam iars ago, for little people (LITTLE PEOPLE!) from ziro tu sics iars ov eig, tu meic dem gioin riding end ius de laibrari".
"Ok"
...
dopo tutto ciò che ho detto, traduzioni inglese francese perfetto uh lalà moi je suis internationelle, ho parlato talmente male che persino l'integerrimo bibliotecario è diventato tutto rosso.
MEA CULPA. MY FAULT. MA COULPE.

Dopo qualche altra domanda su cosa volessi fare da grande, sulla mia conoscenza dei servizi bibliotecari, sul mio grado di puntualità, beh, arrivederci e grazie molte.

Alzandomi, grazie a dio non mi re-incastro nella sedia.
Ora, a parte la Questura e l'inglese reso ballerino dall'ansia, credo sia andata bene.
Credo, eh.
Boh, non so.
Mi hanno chiesto che cosa so del Servizio Civile.
Boh, in bocca al lupo.

domenica, ottobre 17, 2010

Sorry, chen iu spik slouli, plis?


La notizia buona è che sono riuscita a entrare nella cabina, avvenimento per nulla scontato: chi aveva idea di come fosse fatta una VERA cabina per interpreti a norma ISO 4043?
Ecco, appunto. Velocemente documentatami su internèt circa le reali dimensioni della stessa, ora ho la certezza che anche un ciccione può entrarvi comodamente come dimostrabile dalle -innumerevoli- fotografie che mi sono state generosamente scattate dal simpatico individuo presente al congresso come "simpatico individuo addetto alle foto del congresso".
Il fatto che la cabina dove lavoravo fosse adibita all'uso di DUE interpreti, mentre io lavoravo sola, è assolutamente irrilevante ai fini della mia tesi.
(Li voglio vedere, DUE interpreti ciccioni a lavorare nella stessa cabina per 7 ore di fila, se stanno davvero comodi, ma tant'è: io ho avuto tutto lo spazio per sistemare agevolmente due bottigliette d'acqua frizzante, cartellina per gli appunti, cartellina con materiale del congresso, programma del congresso, mio corpaccione e svariate biro. Nonché borsa con cellulare spento, fazzolettini e portafoglio-portaerei che mi tiene sempre compagnia).

La mattina del primo giorno, verso le 7 e mezza, avrei voluto vomitare. No, prima scappare. Vomitare E scappare, e tutto questo mentre ero già alla guida della mia sbrilluccicante Chevrolet Kalos incrostata di fango e cadaveri di serpi.
Nonostante il buon infermiere/organizzatore dell'evento in un incontro al vertice da McDonald's mi avesse fornito tutto il materiale necessario a spiccicare (e spiaccicare, visto lo stile salsero degli hamburger) almeno due parole nelle cuffiette dei relatori, all'alba del primo impatto con tali cuffiette io non sapevo una beata mazza.
Non sono laureata e, anche se lo fossi, non ho studiato alla Facoltà d'interpreti.
Ho studiato Lingue e Letterature straniere, che è BEN diverso. Lì ti insegnano a leggere "Neuromante" in lingua originale ("Neuromancer", signore e signori) cavandoci qualcosa di più di un ragno cibernetico dal buco spazio-temporale, a coniugare i verbi spagnoli e a fare la parafrasi dell'opera omnia di Margaret Doody, e NON a tradurre a una platea di soli olandesi cinque medici della Svizzera francofona che parlano di chirurgia maxillo-facciale simultaneamente nei diciotto dialetti dei quattro cantoni, compreso il ladino.
Sono cose un po' diverse.
Mi stavo cagando addosso.
In programma, come dettomi addirittura la sera prima alle otto, come primo intervento ci sarebbe stato il discorso di benvenuto di due sindaci della bassa padana.
"Che non parlano una parola d'inglese, quindi per favore se puoi pensarci tu, grazie".
Così, a secco.
Se fossi sopravvissuta a quella prova suprema, avrei poi dovuto seguire sei tavole rotonde vertenti sull'avvincente tema dei vari sistemi di Triage in occasione delle maxi emergenze.
Poi, se fossi stata ancora viva, pausa pranzo.
Poi, altre tre ore di dibattito sull'annoso problema dei pupazzetti da usare durante l'esercitazione del Triage in occasione delle maxi emergenze.
Poi, a casa a piangere perché non sono capace di fare niente.
Il giorno dopo, uguale daccapo con la sola variante di una dottoressa Kosovara al posto dei sindaci padani.

Insomma, cos'è successo.
E' successo che io, con la mia giacca nera a tre bottoni di ordinanza (che mi fa sembrare uno dei camerieri pinguini di Mary Poppins), mi sono presentata con l'aria scafata di chi ormai ne ha viste di tutti i colori a una congrega di infermieri, dottori, capi della Protezione Civile, ricucitori di membra e sterminatori d'infezioni senza tradire il minimo segno d'ansia.
(E per questo devo dire GRAZIE al correttore Revlon).
Mi sono infilata nella cabina, ho infilato le mie brave cuffiette, ho acceso il microfono e sono partita.
Via.
Fondamentalmente, per non cedere alla tentazione di scappare via urlando di terrore, continuavo a ripetere tra me e me:
1) "mi pagano un casino"
2) "va sul curriculum!"
3) "è tutta esperienza"
4) "il pranzo è compreso"

Quello che posso dire è che in qualche modo me la sono cavata. I sindaci non c'erano, quindi il primo intervento, fatto dal simpaticissimo dottor B. dell'Ospedale Maggiore di Bologna, che parla inglese come Aldo Biscardi, mi ha rilassata parecchio.
E' venuto fuori che tra tutti, solo due medici fiorentini dall'aspetto arcigno avevano costantemente bisogno della traduzione, sia per capire che per parlare.
E provateci voi, a tradurre all'istante a una platea di svedesi, australiani e olandesi, la barocca parlata fiorentina.
E' come dover trasformare un Botticelli in un Warhol in mezzo secondo.

Durante la pausa pranzo avrei voluto nascondermi, perché non conoscevo nessuno e detesto mangiare da sola in pubblico, invece due anime buone mi hanno accolta accanto a loro in un tavolone rotondo e ho avuto l'opportunità di capire tante cose.

1) le case fatte arrivare in Abruzzo dal Trentino, quelle belle di legno che non deturpano l'ambiente, costruite apposta per i terremotati, al momento dell'inaugurazione erano completamente avvolte da lenzuoli recanti insulti a Berlusconi. Nessun programma le ha fatte vedere, nemmeno Report, né Presa diretta, costringendo trentini e terremotati a tacere e far sparire gli striscioni. Ciò mi è stato detto dal capo della Protezione Civile di Trento, ometto dagli occhi azzurri che ingurgita pasta al sugo come una pompa idrovora un fiume in piena.

2) Se arrivi a L'Aquila proprio dopo la prima notte di terremoto, e sei un infermiere di Bologna che per due giorni non ha fatto altro che tirare fuori persone dalle macerie e ricucirne gli arti, e a un certo punto vedi avvicinartisi una signora con in mano un sacchetto della spesa contenente tutto ciò che è riuscita a recuperare dalla sua casa distrutta, e ti chiede "hai mangiato?" , e tu le rispondi "no" e lei ti regala il suo sacchetto, pieno di soli cracker, allora ti commuovi ancora, anche se sei a un congresso e stai parlando con una finta interprete davanti a un piatto di pasta al sugo.

3) Sentite me: è meglio MAI, e dico MAI, avere come commensali persone abituate a ricomporre budella. Si rischia che, al primo morso di pollo, si cominci a parlare di organi trapiantati e poi rigettati, pus e punti di sutura, senza che nessuno si sogni di smettere di ciucciare le ossa del pennuto al forno, contribuendo al racconto con effetti sonori di sicuro effetto.

Tra fischi di microfono, frasi lasciate in sospeso (e dire che mi ero documentata: "Quali sono gli errori che un interprete deve ASSOLUTAMENTE evitare, cascasse il mondo crollassero le montagne?" Risposta di tutti i siti esistenti sulla Terra: "lasciare frasi a metà, sovrapporsi a chi parla, dimenticarsi di accendere il microfono, ruttare nel microfono". Io li ho commessi TUTTI, compreso il rutto, anche se ben dissimulato),
sono arrivata alla fine, con mia estrema soddisfazione.
Sono capace di fare qualcosa.
Di reggere da sola una due giorni di intensa interpretazione di due lingue, di sembrare professionale, di lavorare bene sotto pressione.

E anche se pare che il mio nuovo manoscritto sia noioso e forse non diventerà mai un libro, anche se non so come andrà il colloquio di mercoledì per entrare a far parte del Servizio Civile, anche se non ho un futuro chiaro in mente (ancora no, alla mia età...), anche se stasera mi sono presa un cazziatone da un fonico durante un concerto di Marco, e solo perché ho applaudito al momento sbagliato (e vabbè, cacchio, mica eravamo alla prima della Scala...sgrunt, sarei voluta sprofondare nelle viscere di Golconda),
ANCHE SE,
comunque so che riesco a cavarmela.
In qualche modo.
Credendoci, impegnandomi, concentrandomi, sorridendo, come tutti.
Dissimulando, come i rutti.



domenica, novembre 30, 2008

Veritas

L'alcool è come
l'amore: il primo bacio è
magico, il secondo è intimo,
il terzo è routine. Dopo, la
spogli e basta. (R.Chandler)


Dunque, le cose stanno così:
entro stasera devo terminare la traduzione di una prefazione scritta in una prosa agile e sciolta come la corsa di un tetraplegico colpito da emorroidi,
i pannelli informativi che ho tradotto per la mostra di Roma sono stati un vero successo.
Di critiche.
Diciamo che il curatore, un ragazzo alto bello e scanzonato di nome Michele, appartenente a quella schiera d'iperattivi in grado di sposarsi felicemente a 22 anni, fare mille lavori tutti diversi e stimolanti, laurearsi in corso, viaggiare mezz'America zaino in spalla e auto a nolo e non prendere su nemmeno un etto dopo le abbuffate natalizie, mi ha chiamata per dirmi:
"Choppa! Dopo tanti complimenti, arrivano le prime lamentele..."
e io, con già il groppo amaro della premonizione in gola:
"Ah, sì?"
E lui:
"Sì, una professoressa d'inglese di Roma 3 ha notato che un passaggio è fraintendente".
"Ah. Cristo. Mi dispiace un sacco. E qual è?"
"Uh non chiederlo a me, io d'inglese non ne so mezza".
"..."
"Comunque non ti preoccupare, i rompicoglioni si fan sempre vivi. Vieni alla serata di chiusura?"
"Beh...se trovo una mise adatta all'occasione...voglio dire, se riesco a trovare un tailleur fatto di plexiglass, in modo che mi scivolino via le manciate di merda...allora sì"
"Ma dai piantala, la gente è fatta apposta per criticare. Te sei stata brava a far tutto da sola in poco tempo e gratis".
"...certo che se avessi fatto tutto da sola, in poco tempo, BENE e gratis sarebbe stato meglio".
"ahahahah che tajo che sei".
"mh. Ci vediamo il 14 allora".
"alla grande! Ti saluto che vado a cucinare gli spaghetti alle vongole con la mia mogliettina, che stasera arrivano degli amici e non ho ancora messo in ghiaccio il Moet per brindare alla nostra relazione perfetta e alla vita in generale, che è tanto bella. Ciao Choppa, in gamba eh".
"sì."
Fatemi aprire un'altra Guinness, per favore.
Le bottiglie le metto in fila sul davanzale, così al mattino il sole gioca con il loro profilo, girando caleidoscopi celtici sul muro giallo della mia stanza, rendendomi felice.
Alcuni lo chiamerebbero "principio d'alcolismo".
Altri, "un modo liquido di dimenticare le pene della vita".
Il direttore di Studio Aperto lo definirebbe "la piaga dilagante della gioventù bruciata e ingrata che cerca euforia passeggera ai free drink, non accontentandosi come dovrebbe dei semplici piaceri della vita, quali il calcio e il culo nudo della Canalis elargiti a piene mani dal nostro telegiornale ONLUS di pubblica utilità".
Io invece la vedo così: la vita adesso è un tantinello complicata, priva com'è di certezze granitiche, e quindi almeno nel weekend le mie quattro birrette (più pessimo cocktail "Basilito" trincato ieri alla Locanda,ma è stato un errore), lasciatemele allineare sul terrazzo.
Che poi, faran così male?
Faran peggio di un matrimonio felice a 22 anni e delle granitche certezze a 50?
Questa è TUTTA da dimostrare, accidenti.
Mentre ci rimuginate su, vado a sfamare il fantasma di Edgar Allan Poe, che aleggiando dietro la mia spalla destra ammicca compiacente al mio futuro di etilista.

sabato, settembre 27, 2008

Credo di aver pensato che tu Avessi quel sapore

Mi affascina la distanza tra le orecchie e le spalle di Brian Molko, lo trovo un vuoto intenso.
Tra i vari castighi terrestri, Paola Maugeri e la sua history of rock su Virgin Radio sono forse due tra i più sopportabili. Perlomeno, a volte risollevano dalla purea dei neuroni qualche pezzo imbalsamato nei ricordi dell'adolescenza che fu, tu ne resti avvinto per qualche settimana, lo ascolti in loop su deezer.com se il copyright non ha pensato di stroncarlo prima, vedi il video su youtube se un video è mai stato girato, lo passi ai tuoi amici, lo promuovi, ti ci perdi per un po', cerchi d'identificarti negli accordi e di applicare la tua vita alle liriche, poi ti stufi e lo rianneghi sperando si rifaccia vivo tra diversi anni.
Il pezzo riesumato del momento è "Special Needs" dei Placebo.
Lo trovo autunnale, plumbeo, mercurialmente scontato nella sua frustrazione tipicamente diciannovenne, con quell'inciso che, se inchiodato sotto le suole degli stivali, ti fa camminare fluido sotto i portici.
Sotto i portici.
Non vado in centro da settimane.
Non mi piace Bologna in estate, è troppo sicura di sè. E' come se ti dicesse: "guarda che ogni cosa che ti hanno detto su di me è vera, se vuoi che lo sia".
Cammini e respiri acqua e riverberi.
In agosto non ho nessun potere sulla mia città: sono in completa balìa della sua carenza di suoni. Ho capito perchè durante la stagione calda i concerti, i festival, i bonghetti si moltiplichino come madri di stupidi: perchè in giro c'è troppo silenzio.
E si ha sempre bisogno di riempirlo, nessuno riesce a sopportare l'assenza di rumore, di chitarre distorte, di tacchi, di fretta, nessuno riesce a fare i conti con la pura e semplice musica di se stesso.
Senza colonna sonora non hai nessun potere.

Adesso fa freddo.
Metto gli stivali che mi ha portato Stefi da Manchester.
Era Manchester o Liverpool?
Metto nella borsa un biglietto del treno e metto play, di nuovo, su "Special Needs".
Vado a tradurre una conferenza all'associazione clavicembalistica.
In centro.
Un minimo di potere ancora ce l'ho.

lunedì, agosto 11, 2008

Lacrime di Terrore

Traduzione (come sempre a modo mio, se no non son contenta), della bella canzone dei Tears for Fears "Mad world", già citata in cotale blogghetto un anno fa in quanto colonna sonora di uno dei film che mi hanno più colpita ultimamente, "Donnie Darko". Nel film la versione era quella più malinconica di Gary Jules, ma non so perchè -forse per la dicotomia tra ritmettino leggero e testo scorticavene- preferisco questa.


Intorno a me ci sono visi familiari,
luoghi distrutti, visi distrutti:
pronti e brillanti per la quotidiana corsa
vanno da nessuna parte.
Le lacrime riempiono i loro occhiali
non hanno espressione.
Nascondo la testa, voglio annegare il dolore
non c'è domani, non c'è domani.

E lo trovo divertente e un po' triste:
i sogni migliori che faccio sono quelli in cui muoio.
Lo trovo difficile da spiegare, difficile da capire:
quando la gente cammina in tondo...è davvero un pazzo mondo.

I bambini aspettano il giorno in cui stanno bene,
"buon compleanno! buon compleanno"!
e stanno come ogni bambino dovrebbe:
seduti e zitti.
Sono andato a scuola ed ero molto agitato
nessuno mi conosceva.
"Salve maestra, mi dica qual è la mia lezione
e mi guardi dentro, mi guardi dentro".

E lo trovo divertente e un po' triste:
i sogni migliori che faccio sono quelli in cui muoio.
Lo trovo difficile da spiegare, difficile da capire:
quando la gente cammina in tondo...è davvero un pazzo mondo.



sabato, luglio 05, 2008

Should I Colìt or Should I go?

Dunque, è il mio un ritorno all'adolescenza?

Sì.

E cosa facevo io quando ero adolescente?

Niente di costruttivo tutto il giorno e pere su pere di punk rock, direttamente nel cervelluccio sabbioso.

Vogliamo dunque celebrare il momento anacronistico? Celebriamolo.

Darling you got to let me know, Should I stay or should I go?

If you say that you are mine I'll be here 'til the end of time

So you got to let me know...Should I stay or should I go?

It's always tease tease tease , you're happy when I'm on my knees

One day is fine, the next is black so if you want me off your back

Well come on and let me know.....Should I Stay or should I go?

Should I stay or should I go now? Should I stay or should I go now?

If I go there will be trouble...An' if I stay it will be double!

So come on and let me know...

This indecision's bugging me, If you don't want me, set me free

Exactly who'm I'm supposed to be , don't you know which clothes even fit me?

Come on and let me know...Should I cool it or should I blow? Should I stay or should I go now?Should I stay or should I go now?

If I go there will be trouble....and if I stay it will be double

So you gotta let me know should I cool it or should I blow?

Should I stay or should I go now? If I go there will be trouble and if I stay there will be double...

So you gotta' let me know!

Should I stay or should I go???

sabato, giugno 21, 2008

Qualche chicca di Chiacchierata (Some Candy Talking)

Idea tipica da primo giorno d'estate.
Che evidenzi la mia voglia di fare un cazzo a parte dormire, mangiare finocchio crudo e panini, svegliarmi alle sette di sera per impiastricciarmi un po' la faccia e uscire a sbronzarmi con i primi amici che mi raccattano.
Funziona così: scelgo su you tube una canzone che in questo periodo mi strazia, ne daunlodo il video, lo carico sul blog faticosamente, nel frattempo mi faccio un caffè, poi cerco il testo, LO TRADUCO, e ve lo piazzo sotto al video come post, TRADOTTO, ovviamente, alla mia maniera.
Così, senza nemmeno concedervi il gusto di un karaoke.
Voi vi sparate alcuni dei pezzi più significativi del trentennio, io faccio pratica con l'inglese, voi siete esonerati dal leggere i panegirici che vi propinerei sul mio stato attuale, io sublimo con liriche altrui.
Così, bella paracula.
Mi sembra perfetto.
La prima canzone-paracula dell'estate è "Some candy talking" dei Jesus and Mary Chain, dall'album che sto ascoltando un minimo di sette volte al giorno (percui sì, esatto, lo ascolto anche mentre dormo), Psychocandy.
Prima di godervi il tutto, prego notare bene:
1) le capigliature
2) la solitudine che trapela tra le righe
3) lo sfiorare un suicidio imminente secondo me evitato solo grazie alle schitarrate finali
4) la pura casualità del riferimento a fatti e persone realmente esistenti ed esistite
5) la bellezza estrema del complesso di musica, scazzo e parole: una storia di solitudine, ricerca, bisogno suonata e cantata con l'indifferenza di un bagnino sadico
6) Ho tradotto "candy" con "dolcezza", anche se sarebbe stato più opportuno farlo con "chicca", per rendere di più l'ambiguità tra sesso e droga. Vabè, fate vobis, se volete cogliere lo stesso cogliete, altrimenti attaccatevi. Non faccio mica Pivano di cognome.


Sto andando in quel posto laggiù, stanotte

A vedere se riesco a prenderne un po’,

di quel sapore,

Quel sapore di qualcosa di caldo e dolce
Che ti scuote le ossa e alza la tua febbre


Sto andando in quel posto là, stanotte
Quel posto marcio e affamato.
Dovessero brillare tutte le stelle del cielo, stanotte
Non potrebbero smorzare lo scintillio dei tuoi occhi.
Ma è così dura essere l’unico
A toccare, provarci, ad essere obbligato a farlo solo per divertimento.
E’ troppo pretenderlo da un giovane cuore,
Perchè i cuori sono la cosa più facile da rompere.

Dico porcate e me ne vado via,
In ginocchio dentro me stesso,
Eppure ne voglio ancora di quella roba,
Di quella roba… Di qualche parola dolce…
Qualche parola…E io voglio
Io voglio…
Qualche parola dolce
Qualche dolce chiacchierata.

Amo il modo in cui cammina
Amo il modo in cui parla
E’ colpa del modo in cui cammina
E’ solo il modo in cui parla...

E io ho bisogno...
Di tutta quella roba
Dammene un po’
Di quella roba
Voglio la tua dolcezza,
voglio la tua dolcezza,
Ne ho bisogno,
Dammela,
La tua roba,
Dammela,
Voglio la tua dolcezza, voglio la tua dolcezza.
Voglio la tua dolcezza.
Voglio la tua roba.