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lunedì, aprile 11, 2016

Oggi


Amici!
Insegno inglese a bambini che mi mettono in crisi e mi divertono un casino.
Ho vinto un sacco di lotte e altre ne vengono e verranno. 
Scrivo poco, pochissimo, ma scrivo. 
Un racconto pubblicato in questa antologia
Un articolo perché mi ero incazzata.
Ho tante cose che bollono in testa e nella vita e come dire, ogni cosa sarà cotta al giusto momento.
Non dopo, non prima.
Certe mattine mi sveglio che ho ancora i piatti da lavare, il naso che cola e le ginocchia che gniccano, le ore che si mangiucchiano l'una con l'altra e la biancheria umida in lavatrice, e mi viene da pensare
"forse ho sbagliato tutto nella vita se a quest'ora sono qui a far asciugare le mutande al sole sul davanzale", e non ho tempo di mettermi alla scrivania a scrivere.
Scrivania che era di mio nonno, scrittura che è la mia.
Però so, da qualche particina luminosa dentro di me, che è un caos potente e positivo quello che mi permea. 
Dunque navigo e ballo in questo maelstrom felice, fiduciosa, senza dubbi che ogni mio sogno si avvererà concretamente quando è giusto che sia.
Tutto arriva, tutto.
Ieri l'altro mia sorella mi scrive sul petulante Whatsapp 
"grazie di essere viva".
"La notte che sei stata ricoverata, cinque anni fa, passavano la canzone di Jovanotti Tutto l'amore che ho e adesso ogni volta che la becco in radio piango. Mi ricordo la mamma che piangeva e aveva paura, io che avevo paura e tu in ospedale. Così grazie per essere viva adesso".
Ecco a volte, nonostante tutto ciò che si ha di bello intorno e dentro, non ci si rende conto di essere davvero vivi adesso, e c'è bisogno che sia qualcun altro a ricordartelo.
Grazie di tutto, quindi.
Grazie in ogni momento.

Oggi dalle 19 alle 20 sarò in diretta su Almaradio a parlare con Bob Ferrari nel suo show. 
Ci vado come scrittrice, come tipa che a vent'anni ha deciso di aprire un blog che l'ha portata veramente lontano. A conoscere tantissimi amici, a conoscere il buddismo, a conoscere l'uomo della sua vita, a scrivere due libri e tanti, tanti racconti, a viaggiare, a spalancare le proprie prospettive.
Questo blog che l'ha portata così lontano da essere ancora qui, dopo undici anni di intensissima esistenza.
Grazie a tutti voi che ogni volta che scrivo mi leggete. Vi sento tutti dentro. 
Già che ci siete, quando avete finito aprite la porta?

Per ascoltare la diretta radio di stasera clicca qui





mercoledì, gennaio 07, 2015

Vittorie di fine d'anno

Amici, 
ve la siete passata durante queste feste?
Avete pianto ma anche giocato e amato?  Avete riso, ma anche lasagne e tortellini?
Spero di sì; io mi sono data alle pazze cene e alla pazza bronchite, nell'attesa di buttarmi a pesce in un anno incredibile. 

Così come incredibilmente ho portato a termine il 2014, nel senso che per poco non ci rimanevo secca.
Dev'essere qualcosa legato al mio karma, o a superiori piani astrali, non lo so, ma da qualche tempo, ogni fine d'anno porta per me grandi sfide e grandi attacchi tachicardici, eventi al fulmicotone, come se dodici mesi si riunissero tutti nell'ultima settimana prima di gennaio per darmi l'addio, scannandosi come fan premute alle transenne. 
Si dice, d'altra parte, che una lampadina prima di fulminarsi brilli della luce più intensa; che il sole prima di tramontare sprigioni il suo potente raggio verde, che la notte prima di rischiararsi diventi più buia. 
Certo, certo.
Però facciamo che anche basta. Facciamo che i prossimi due, tre, dieci, quindici mesi di dicembre li possa passare a cuore in pace e pancia all'aria, pensando a nient'altro che a ritagliare biscotti e impedire che l'albero caschi sotto gli attacchi felini.
E' chiedere troppo?
E' pretendere l'impossibile non lottare ogni fine d' anno contro malattie mie o altrui?
Può succedere in luglio, forse, anche se cade il mio compleanno.
O a settembre, anche se le passeggiate sono belle.
O a maggio anche se ci sono i pic nic, o tra marzo e aprile, ma si scartano le uova.
Il dolore può arrivare quando vuole, dico io. 
La mattina col profumo della colazione. 
I giovedì d'autunno quando si esce dalla biblioteca con un libro sotto il braccio. 
Oppure a febbraio, nel pieno dell'inverno, tanto si è pronti a guardarlo da dietro le finestre, come la prima neve. 
Sarebbe bello che arrivasse ogni tanto, per cambiare, in un periodo in cui non me lo aspetto.
Invece ai primi di dicembre, come ogni anno, eccolo. 
Eppure quest'anno è stato diverso. Ha portato con sé una grande convinzione. Forse già sapeva, quel dolore lì, di farmi più che spavento, ridere. 
C'hai provato, dolo'. 
Sono stata io, questa volta, a metterti addosso una paura del diavolo. 
Quasi quasi mi ha fatto tenerezza, vederlo rinsecchire come una spugna sotto il sole cocente della mia convinzione che tutto sarebbe andato per il meglio. 
E' stato l'ultimo colpo di coda di un anno tutto speso a imparare a non avere più paura. Di niente. Ma di niente davvero: del giudizio, del rimanere senza soldi, del non scrivere più, della morte, del futuro, di me stessa.
Non temo più niente, ragazzi, sono pronta a qualsiasi cosa. 
Anche a cambiare idea, nello spazio di poche righe, sul non chiedere più una fine d'anno come questa. 
Che vengano, queste preoccupazioni, che venga il dolore. 
Tanto io sono armata fino ai denti.  Quando si hanno le prove che non ci sia niente di più meraviglioso dell'esistenza ogni giorno, quando dopo due anni di lotte si arriva alla convinzione che nulla che non sia fantastico ci attende nella vita, compreso il dolore, perché sta lì solo per essere sconfitto, allora il 2015 ci si apre davanti come un'infinita distesa di albe d'argento.*

(potente, eh? Lo so, quest'immagine poetica vi è offerta gratuitamente dalla Choppa, ispirata da una colazione combo Snickers della Befana + mandarino e dal fatto che tiè, brutta stronza di una emorragia cerebrale senza speranze di guarigione, mia nonna  si è ripresa da Dio. Ti adoro, nonna. Ti adoro, Snickers. 
Adoro il fatto che io non abbia mai dubitato che ce la facessi).
E che la vita, così come il cioccolato, non mi abbia delusa.





domenica, maggio 12, 2013

Son tutte belle, ma...


Non parlo spesso di politica, qui.
Su facebook un po' di più. Sarà che mi piace commentare le notizie, sarà l'animo pasionario, sarà che non sopporto le ingiustizie, il razzismo, le cafonerie e la bassezza intellettuale e intellettiva che si insinua nelle decisioni di chi dovrebbe garantire, a tutti, diritti e servizi sanciti dalla Costituzione.
Sarà che ho voglia di dire la mia, sempre -altrimenti non scriverei.
Sarà.
Sarà che a Bologna il 26 maggio si vota un referendum per decurtare i finanziamenti alla scuola privata e paritaria e convogliarli nella scuola pubblica. E io non posso votare, abitando fuori città, essendo un referendum destinato ai soli residenti.
Allora ho voglia di dire tante cose, tante. Che la scuola dev'essere laica e libera, che non ha senso in un paese che si professa democratico e laico finanziare le scuole cattoliche, che a Bologna un sindaco che si professa democratico non può mandare a casa dei genitori una lettera in cui apertamente si indica come votare (e cioè, contro ogni logica, principio e articolo costituzionale, per il mantenimento dei fondi pubblici alla scuola privata).
Però non so da dove cominciare. Perché non sono un'insegnante, solo un'ex alunna scapestrata, spesso svogliata e assenteista, che ha amato tantissimo alcuni professori e materie, e vissuto con passione le sfide e le proposte che la scuola mi metteva davanti.
Incasinata, testona, insicura: così ero e in parte sono ancora. E la scuola pubblica mi ha accolta e sostenuta proprio per quella che ero (con buona pace della prof di matematica, materia nella quale avevo 3 fisso, che volentieri mi avrebbe buttata nella bocca del Vesuvio coprendomi di cachi marci).
A scuola ho frequentato il primo corso di scrittura, l' "Atelier", come si chiamava, che adesso ripropongo agli adulti e agli adolescenti, cercando di trasmettere la stessa passione che mi è stata lanciata dentro dalla prof Indiveri, infuocata come un dardo.
La stessa passione della mia prof di italiano Lucia Malvi, e quella delle mie prof di inglese, francese e spagnolo, e la stessa che aveva la mia prof di storia dell'arte, e quella dell'insegnante di teatro, e del mio preside, che durante l'occupazione annuale passava a trovarci e ci chiedeva se avessimo per caso bisogno di qualcosa.
La stessa passione di mia mamma. Che va a scuola con le coliche renali, con la febbre, con la depressione, pur di essere presente a ogni saggio di prima media, a ogni recita elementare, a ogni gita.
Sono stata fortunata. Ho scelto un liceo pieno di insegnanti con un amore incredibile per il proprio lavoro. E so, per conoscenza e racconti di altri miei coetanei e no, che di insegnanti così ce ne sono tantissimi.
Io voglio che tutti, anche chi non ha un soldo in tasca, possano avere il diritto di usufruire di un servizio così fondamentale come quello di una buona istruzione: che gli apra la mente, che lo coinvolga, che sostenga la sua personalità e gli accenda un fuoco dentro.
Se si toglie alla scuola pubblica la possibilità di ricevere maggiori fondi, non ha senso dichiararsi contrari all'eutanasia o alla condanna di morte. Senza soldi, né sostegno, né fiducia, la scuola pubblica muore, e trascina con sé migliaia di persone.
A proposito di vita, e diritti, e gioia e anche morte, vorrei raccontarvi la storia dei ragazzi della scuola media di Marzabotto.

'Sti ragazzi della scuola media (pubblica) di Marzabotto si sono inventati insieme alle loro maestre un'installazione chiamata "Gocce di memoria": una goccia di carta velina bianca per ogni vittima della strage nazifascista di Montesole, da portare agli eventi commemorativi che si svolgono in giro per l'Italia: la marcia della Pace a Perugia, la manifestazione del 2 agosto a Bologna, il 25 aprile a Montesole...li vedi subito se ci sei, perché sono un fiume bianco che si muove nel cielo, una cosa commovente e bellissima.
Il 9 maggio i ragazzi di Marzabotto sono andati a Roma a ritirare il primo premio della memoria, consegnatogli da Napolitano e Grasso, per la bellezza e l'importanza del loro progetto.
Mia mamma è la loro preside ed è andata con loro. Come al solito, qualunque sia la sua condizione fisica, sostiene e incoraggia le iniziative e la personalità di tutti gli studenti e gli insegnanti delle scuole che presiede.
Mamma, auguri, oggi è la tua festa. Ti voglio bene, e c'hai due gocce così.


ps: (vuoi pubblicare questo post? Sì, PUBBLICA).



mercoledì, maggio 08, 2013

Vantaggi ortaggi (miraggi?)

Per ora la spesa al mercato mi ha fruttato un'immagine su tutte, qualcosa che renderebbe impagabile la fatica dell'impresa, se ci fosse stata, che invece non c'è.
Fare la spesa al mercato è il massimo che si possa chiedere allo shopping. Questo in primavera, credo anche in estate, vedremo in autunno e inverno se la penserò allo stesso modo.
L'immagine che da sola varrebbe la fatica che non c'è, è la mano di Marco che inzuppa un pezzo di focaccia alta e morbida nella ciotola dei pomodorini pieni di menta basilico e olio d'oliva, e poi la porta alla bocca e fa "mmmmh!!" roteando le labbra e allargando le narici, e poi ne strappa un pezzo ancora e lo re-inzuppa, prosciugando tutto il sugo fresco, riempiendosi la bocca di fettine rosse sottili, dolcissime e sugose dei datterini del mercato. Semini scivolosi gli colano sul mento.
Mi chiede se domani gliene preparo ancora, e se magari ho intenzione di ricomprare la prossima settimana quelle zucchine piccole e saporite da preparargli al forno, ripiene di ricotta delle mucche di Guglielmo. Zucchine! Lui che prima non le buttava giù nemmeno fritte nello strutto.
Macina pomodori e focaccia come non dovessero bastargli mai, e infatti non bastano.
"Lunedì prossimo li devi ricomprare. Incredibile, non mi fanno acidità! Ne potrei mangiare mille, mi ricordano le merende di mia zia da me in Calabria".
Marco che mangia la verdura.


Questo, scusate, batte tutti i Mulini Bianchi del mondo.
(e non mi ha tuttavia impedito, ieri, di strafogarmi di fette biscottate e Nutella con la sorellina. La cosa positiva è che non ho sentito sensi di colpa; anche questo è, in un modo del tutto privo di auto indulgenza, naturalmente, un grande vantaggio).


ps: presto vi farò un'analisi più approfondita del cosa significhi comprare solo al mercato, ma come sapete mi faccio prendere dalla foga dei momenti, che alla fine raccontano più di tanti resoconti analitici, che io comunque non so fare. Infatti. Non li faccio, va'. Continuo a raccontarvi come al solito dei fatti miei, poi voi carpite quello che volete carpire.

lunedì, marzo 11, 2013

Senza parole

Stamattina ho ancora il fritto di sabato nei capelli, non me ne vogliate, sabato cucino per gli amici e mi è venuto in mente di fare le cotolette, e il giorno dopo ho avuto troppi impegni, altri amici, una chiamata improvvisa la sera tardi, non ho fatto in tempo a lavarmeli.
Leggo Astra solo una volta all'anno, nemmeno lo compro, lo trovo nelle ceste natalizie a casa dei parenti. In mezzo al torrone e le lenticchie, un anno di fraintendimenti.
Quest'anno Astra diceva che mi sarei dovuta scontrare con quello che avrei voluto fare davvero nella vita, che avrei dovuto lasciar perdere qualsiasi cosa cozzasse con i miei desideri.
Brezsny l'ha ribadito, in termini un pelo più contorti, sull'Internazionale della scorsa settimana.
Quindi non ho scuse: oroscoparolo di Astra + Brezsny che dicono la stessa cosa = forse sarà vero.
Ci rimugino da un sacco di tempo, ci rimugino troppo come sempre, affogo nei rigagnoli dei miei dubbi e dell'apatia, del non sentirmi abbastanza brava, pulita, meritevole per scrivere e basta, scrivere un nuovo libro, mollare lì il resto e andare avanti senza uno stipendio fisso.
Nessuna rete di salvataggio, solo uscire qualche volta a camminare sulla strada del maneggio dietro casa per farmi venire le idee e buttarle giù sul computer nuovo che ho comprato con gli ultimi risparmi, questo già ve l'ho raccontato.
La paura blocca i polmoni il cuore le pompette vitali tutte, l'ansia il non sentirmi in grado; ci sono giorni che mi sento incastonata nella pietra da tanto non riesco a credere di potercela fare.
Allora non faccio, al diavolo Brezsny e i chiromanti, c'avevano ragione a presagire stalli.
Poi non lo so cosa succede.
E' come se mi montasse della panna dentro, della panna elettrica, che mi riempie dalla pancia fino al cuore, e poi arriva alla testa, e lo zucchero e la luce di cui si nutre scende nelle gambe e mi illumina le ginocchia, i polsi, la sento battere nel petto nei capezzoli,
Essere convinti di meritarsi la felicità è la cosa più difficile che possa esistere al mondo.

Per esempio stamattina, ho lasciato il cellulare a casa:
esco di fretta devo andare da Maria, non mi lavo i capelli manco adesso, tutto di corsa non riesco, e arrivo e lei mi apre la porta in pigiama,
"ti ho mandato un messaggio non l'hai letto?"
"ho lasciato il cellulare sul letto"
 mi prepara il tè facendomi scegliere la bustina tra cinquanta diverse varietà, io ho la prima maglia che ho trovato nell'armadio (troppo leggera), i capelli sporchi (sanno un po' di fritto lo so è orribile ma cosa vi devo dire, mi piace cucinare per gli amici non ho avuto tempo, e ho fatto le cotolette), lei la casa bellissima colorata col bagno arancione, il mio bagno andrebbe distrutto e ricostruito da capo c'ha il lavandino scheggiato che non funziona e una minacciosissima macchia d'umido che disincrosta l'intonaco del soffitto, poi Maria ha comprato anche un nuovo bollitore per gli infusi all'Ikea e io invece quando ho ospiti per offrire il tè devo mettere sul fuoco il pentolone, lo stesso degli spaghetti.
Allora guardando il sentiero che porta dalla casa al capanno degli attrezzi, la ghiaia ordinata che attraversa il cortile, ho ascoltato Maria che mi parlava di lei e della sua vita, gliel'ho vista nelle dita, mi ha detto seria che domani compie gli anni, poi ha aperto un biscotto al cioccolato confezionato in una plastica che non si può riciclare, l'ho ascoltata ancora parlare e poi alla fine del tè sono andata in bagno e poi mi ha detto
"vogliamo recitare?"
E siamo andate a farlo, e mentre ripetevamo il nostro mantra il capanno degli attrezzi era sempre là, la ghiaia pure, i miei capelli unti, il bagno rotto, la sua sfida, i presagi astrologici,
ma c'era anche un fischio,
una sorta di sibilo,
tanto che a un certo punto si è fermata : "Hai sentito un telefono, qualcosa?"
"Credo sia la nostra vibrazione" le ho detto, e allora abbiamo sorriso e senza che nessuna delle due l'abbia detto,
il pensiero era lo stesso.

Sono tornata a casa che mi son scordata di comprare il latte, e quando ho acceso la radio c'era Vasco, che diceva "e ho cercato di convincermi che tu non ce l'hai"
Eh. E ho guardato dentro casa tua, e ho capito ch'era una follia, avere pensato che fossi soltanto mia. E ho cercato di dimenticare, di non guardare.
E ho guardato la televisione, e mi è venuta come l'impressione che mi stessero rubando il tempo e che tu, che tu mi rubi l'amore, e poi ho camminato tanto fuori c'era un gran rumore, e non ho più pensato a tutte queste cose"
Ho pensato a Maria e a me e ho pianto di gioia sullo stradone, e Vasco allora ha detto
"E ho guardato dentro un'emozione, e ci ho visto dentro tanto amore che ho capito perché non si comanda al cuore, e va bene così, senza parole"
poi sono tornata a casa ho dato da mangiare ai gatti, ho scritto su un post it "tu te lo meriti" e me lo sono appiccicata sul petto pieno di panna, all'altezza del cuore.



lunedì, febbraio 18, 2013

A cena dagli Chef

A un certo punto della cena, il papà di Aurora ha detto
"voglio farti vedere il librone, dov'è il librone delle foto? Troviamolo!" e tutta la famiglia si è alzata dal tavolo piantando a metà il mascarpone, spostando librerie e aprendo bauli, per tentare di accontentare la sua richiesta.
Allora lì ho creduto di intuire cosa possa significare vivere con uno chef.
Aurora è stata eletta migliore giovane chef nel 2012, è una tipina dalla faccia aguzza e la testa piena di idee e determinazione. La sua passione è cresciuta nel ristorante di famiglia, gestito da suo papà, chef anche lui. Mi ha invitata a cena a casa sua perché, dice, "così stiamo un po' insieme".
Io mi aspettavo di cenare nel suo ristorante.
Mi prefiguravo tovaglie bianche e bicchieri panciuti, brine di piselli e uova spumose alla crema di tartufi.
"Mi puoi dare un passaggio tu, dopo la presentazione?"
In macchina, mentre immaginavo sulla lingua le consistenze ricercate e nei piedi il lieve disagio di cenare in un ristorante di lusso, con Aurora ho parlato d'amore, di quanto sia dura trovare qualcuno che stia al passo con le nostre passioni.
"Che meraviglia di donna", pensavo, mentre seguivo i tornanti massacrando lo sterzo e l'ascoltavo parlare di cosa ama, di dove va, di cosa cerca e cosa vede, ogni giorno, che la ispiri a creare. Come faccio io.
Ad aspettarci in giardino, nascosto da un gran giaccone, suo papà.
"Siete già in ritardo" ci dice. Poi spalanca le porte del paradiso.
Non capisco se l'odore sia pane, biscotti o carne cotta per ore.
Odore di casa di montagna, di dispensa, e banconi lucidi tutto intorno.


Nella distesa di piani di lavoro e fornelli, spicca fiera una planetaria Kitchen Aid, delizia e oggetto mitico di qualsiasi appassionato di cucina.
"Vedi Marta? Lì abbiamo i frigoriferi dove teniamo le creme, lì il pesce, in questi cassetti la verdura, poi c'è la zona adibita alla preparazione del pane, qui niente si contamina, niente viene a contatto con cosa non deve, il sedano mai con la carne, un sedano è un sedano e basta".
Una cucina professionale.
Per una volta, non so cosa dire. Mi riempio gli occhi dei rubinetti ricurvi, nasoni immensi su vasche in attesa, dei forni, dell'alluminio attorno ai fornelli, e mi inebrio di spiegazioni e di quell'odore pieno che avvolge gli strumenti. Un'emozione è un'emozione e basta.
Faccio tante domande ad Aurora, le chiedo se anche per lei il suo lavoro sia donare e darsi totalmente, e cosa le piace, e cosa fa in questa cucina gigante, e chi ha scelto il color carta da zucchero della sala del ristorante.
A un certo punto mi ferma, il telefono squilla.
"A tavola!" mi dice, e mi porta da un'altra parte.
Non mangiamo qui?
"Mangiamo a casa!"
L'odore veniva dal suo appartamento. E' ragù, scopro. Mi hanno preparato le lasagne.
Intorno alla tavola c'è tutta la sua famiglia, bellissima, di uomini e donne, e piatti di bruschette con la mozzarella e il pesto, e verdure grigliate ripiene di parmigiano e pangrattato, e suo babbo chino sul camino che griglia l'equivalente di mezzo porco da un quintale sottoforma di costine e salsicce.
Mi viene quasi da piangere.
Mi offrono le lasagne più buone della mia vita, e un vino che spacca la famiglia in fazione "è speciale" e partito "sa di tappo".
Per me è squisito, ma non esprimo il mio credo.
Ascolto rapita, rimpinzandomi di lasagne e verdure, i racconti del papà di Aurora. Di quando ha cominciato come chef nelle cucine degli alberghi di lusso in riviera, di cosa significhi entrare in una cucina e partire da zero, dallo scopare per terra le bucce e carpire di nascosto i segreti del maestro. Parliamo di cosa ci piace mangiare, di come sia giusto cuocere il pesce, di come si conserva e cosa vuol dire il rispetto, l'umiltà, il volere imparare e di cosa sia la cottura sottovuoto (se non lo sapete, una vera figata).
Divoro salsicce e imparo come sia grave pretendere di sapere come si sgusciano le cappesante.
Capisco che la passione presupponga un lavoro e una dedizione che nulla hanno a che vedere con l'ansia di arrivare.
Spolpo costine e rido alle battute. Vengo investita da un calore che mi commuove, tenero come gli spicchi di patate al forno serviti nella terrina di porcellana, e sincero come il "se ne vuoi ce n'è ancora" ripetuto da tutti durante la cena.
Il librone arriva insieme al tiramisù.
E' pieno di fotografie che virano all'arancione, tutte raffiguranti i banchetti che negli anni settanta il papà di Aurora preparava negli hotel per i clienti tedeschi.
Una sfilata di arrosti infilzati di foie gras, di salmoni in bella vista, di ghirigori di burro, di aragoste sull'attenti e maionesi strabordanti, di sculture di ghiaccio fatte con lo scalpello e riempite di fiori e fagiani disossati e ricostruiti perfetti, come fossero vivi, con un acino d'uva in bocca da banchetto di Trimalcione.
Un librone di ricordi e di racconti, di sguardi fieri della brigata al servizio dello stupore e dell'abbondanza.
Qualcosa che mi scalda il cuore e mi entusiasma. Come vorrei mangiare tutto, come vorrei portarmi a casa quelle foto di filetti in crosta, riguardarmele in estasi ogni tanto, giusto per ricordarmi che c'è stato anche questo, che esistono famiglie così, che hanno queste storie, queste esperienze.
Lontane dalle mie, vicine ai miei desideri.
Me ne vado, a un certo punto, dopo il caffè e tante altre chiacchiere.
Prima di partire, però, Aurora mi porta nel sottoscala e mi regala tre barattoli preziosi:
conserva di cotogne, di limoni e noci in aceto balsamico.
"Che cosa sono?" le chiedo
"Sono noci fresche, senza guscio duro, messe sotto spirito e aceto, lasciate a macerare un anno".
Si bucano che sono ancora morbide, così si impregnano del sugo in cui riposano.
Un po' come noi, penso: che da che siamo ancora teneri assorbiamo gli umori, e il sapore, di ciò che ci sta intorno.
E se abbiamo cuore e voglia di imparare, riusciamo a crearne qualcosa di meraviglioso.







giovedì, dicembre 20, 2012

Cose che mi perderei se domani Finisse il Mondo

1. La castrazione del mio gatto piccolo
2. L'arrivo della prima bolletta del riscaldamento
3. Il nuovo disco di Elio e le Storie Tese
4. Il nuovo libro di Bill Bryson
5. Il cotechino con le lenticchie alla menta a Capodanno
6. Il primo dente di mio nipote
7. L'arrivo del Gohonzon a casa mia
8. La faccia di Marco quando arriverà il Gohonzon a casa mia
9. Le nuove puntate di Nigella's Christmas
10. Le chiacchiere con le mie amiche
11. La laurea della Mari
12. La mia laurea
13. Parecchi bucati da caricare
14. Tantissimi piatti da lavare
15. Diversi viaggi
16. Una decina di grandi pianti
17.Le sere davanti alla stufa nella casa  dei miei
18. Il possibile vis à vis con un cinghiale fuori dalla casa dei miei
19. Il nuovo libro di Fannie Flagg
20. Giri in macchina di notte per l'Appennino dopo una mangiata colossale alla trattoria Belletti
21. I bagni in mare
22. Le cocenti sconfitte
23. Le rivincite
24. Il saggio del corso di canto
25. La visita di controllo dal ginecologo
26. I cannelloni della Lisa
27. Il nuovo colore delle pareti nella mia stanza da letto
28. Il matrimonio di mia sorella
29. I filmini del matrimonio di mia sorella
30. Le infornate di biscotti
31. I libri presi in prestito in biblioteca
32. Gli elenchi
33. La nuova serie di Mad Men
34. La nuova serie di Game of Thrones
35. L'invidia
36. Il colore del fiume che cambia alla fine dell'inverno
37. Le passeggiate con la Valentina
38. Il cambio degli armadi
39. L'invasione delle zanzare nei vasi del balcone
40. L'incertezza
41. Le fasi ormonali
42.Scrivere insieme all'Alice
43.La neve
44. Perdere il treno
45. L'attesa
46. Il freddo
47. Un cappotto nuovo
48. Le cose per caso
49. La sedia con le rotelle che si alza e si abbassa e non ho mai avuto

mercoledì, dicembre 12, 2012

Figure di Pepparkaka

Siccome l'uscita di "Anita friggeva d'amore" (Fabbri editori) si avvicina, l'ufficio stampa della casa editrice e la mia agente mi hanno ingiunto di aggiornare più spesso il blog.
E alla mia domanda "Eh ma se non ho niente da raccontare?"
c'è stato un generale giramento d'occhi e palette nei bicchierini di caffè.
In effetti cari amici vi ho abituati a tanti di quei post scritti sul niente che ormai non dovreste nemmeno farci caso. E se ci fate caso, insomma, mi limiterò a girare gli occhi e il cucchiaino nel caffè.
Così ora vi racconto del mio periodo pre natalizio, che in questi giorni è quasi obbligatorio.
Innanzitutto ho pochissimi soldi, i capelli bianchi, un appuntamento mondano questo sabato, la società consumistica che mi morde le chiappe e l'herpes.
Allora so già che, in funzione dell'evento mondano, spenderò tutto ciò che ho per una tinta marrone scuro dal parrucchiere e comunque avrò un aspetto di merda per via dell'herpes.
Mi salva il fatto che i regali che faccio, solitamente, sono sempre sentitissimi e preparati in casa. Biscotti, fotografie incorniciate, cioccolatini preparati con lo stampo di silicone: amo spendere il mio tempo in cose che abbiano un cuore. Invece che lavorando, per dire. O invece di spendere soldi per cose inutili come regali pronti (o una tinta per capelli).
Amo anche fare l'albero.
Quest'anno l'ho addobbato con le solite cose, più qualche novità.
Le solite cose riposano per un anno ficcate nell'armadio in un enorme borsone blu che sa un po' di muffa, in attesa di uscire a dicembre e prendere altra muffa sull'albero di natale rachitico per l'età e il peso delle responsabilità.
E le solite cose sono:
pupazzi di lana a forma di pupazzo di neve, babbo natale marrone e angelo paffuto;
palle ignobili costruite dagli alunni di mia mamma, mezze sbilenche e coperte di cotone idrofilo che si stacca e si sparge da tutte le parti;
minuscoli bambolini di legno raffiguranti bimbi su cavalli a dondolo, altri babbi natale e altri pupazzi di neve, tutti nei toni del bianco e del rosso, molto chic;
un set di palle nei colori dell'autunno e crema, anch'esse molto chic, mio acquisto impulsivo di qualche anno fa da Mario il Cartolaio;
qualche metro di festone filante rosso e oro, più simile a un boa di piume di uno dei protagonisti di Priscilla, la regina del deserto che a un addobbo natalizio;
qualche chilometro di lucine intermittenti gialle, rosse, verdi, blu e fulminate;
una stella cometa piccola e solitaria in cima, originariamente destinata al presepe e da un po' di tempo promossa a puntale.
Queste sono le medesime decorazioni che si beccarono il commento impietoso dell'amica di famiglia Kendo:
"Ah ma cos'è, siamo a Pigalle?"
Le nuove cose invece sono le Pepparkaka Figurer, una serie di biscottoni allo zenzero e cannella forati al centro a forma di cuore e stella, 1 euro da Ikea la confezione da otto.
Ieri mi sono messa a spacchettarli e a farci passare in mezzo fili di spago e rafia, e poi li ho appesi ai rami ancora spogli (pochini, per la verità), dell'albero.
Ora girano su se stessi per gli spifferi e stanno stringendo amicizia con la palla più brutta dell'albero.
Così adesso quando entro in salotto sembra sempre di essere a Pigalle, ma almeno c'è un odore buonissimo.



martedì, ottobre 16, 2012

Mister Luna, Mister me

Dicono: le rughe, i capelli bianchi, le tette che perdono il sostegno antigravitazionale.
Il dimenticarsi le cose, le ginocchia che gniccano, la pelle che pende, gli amici che muoiono.
Le abitudini imprescindibili, le lamentele obbligatorie, suggere il brodo col risucchio.
Del diventare vecchi tante cose sono terribili, e io sto sperimentandone il primo sintomo, che naturalmente, da novizia, mi pare il peggiore: non riesco più a digerire la cipolla.
Non mi fosse mai venuto in mente di tritarne a pezzettoni i gambi flosci nel puré: i cipollotti mi stan ballando la samba tra l'esofago e il duodeno, emetto rutti da annientare un esercito di minotauri.
Sarà lo stress, magari.
I gatti che fanno la pipì sui piumoni, varandone il dispiegamento per l'arrivo dell'autunno.
L'ansia del dover fare cinque lavori per mettere insieme lo stipendio di uno.
Il crescere. Il camminare in giro.
L'aprire tutti i giorni l'email e trovare qualcosa che mi fa sentire ancora più lagnosa e deprimente di quanto sul serio non sia.

Si chiamano "Filosofia".

Sono gli allegati che mi arrivano da Mister Luna.

Mister Luna arrivava tutti i giorni alla stessa ora nella biblioteca in cui lavoravo.
Appena entrava guardavamo l'orologio per essere certi non si fosse sbagliato.
Macché, spaccava il minuto.
Senza dire nulla se ne andava in qualche stanza sul fondo, di quelle dove non passa mai nessuno, in mezzo ai manuali di lavorazione del luppolo, o nascosto dietro a un corridoio, una curva a gomito accanto alla pedagogia.
All'inizio rimanevamo muti. Cosa dire a Mister Luna, che viene puntuale e se ne va esattamente un'ora dopo, a dieci minuti dalla chiusura, e poi tentenna sempre nello stesso punto, guarda in alto, sempre nella stessa angolazione, e poi fa un cenno alzando la solita mano e se ne va, scuotendo la testa come a scacciare una zanzara?

Quando prestavo i libri ogni tanto ci pensavo, fantasticavo che un giorno ne avrebbe preso uno, e allora avrei saputo il suo nome, e dove abitasse, o addirittura magari avrei dovuto iscriverlo al servizio e fargli la tessera, così avremmo scambiato due parole, scoperto le rispettive età, la professione.
Addirittura, col tempo, se avesse cominciato ad abituarsi, avrei potuto tenere sotto controllo la lista aggiornata dei titoli preferiti, e ci avrei scommesso sarebbero stati sempre gli stessi, presi in prestito letti riportati, ripresi in prestito riletti riportati ancora.
Mister Luna.
Quando se ne andava senza salutare, io e F. ci mettevamo una mano sul cuore.

Poi un giorno l'ho visto, io sulla mia macchina verde e lui a camminare sul ciglio della strada con le mani in tasca a guardare per terra.
Nel mio paesino, a 10 km dalla biblioteca.
Possibile avesse camminato fino lì? Una mattina alle otto, in mezzo alla settimana?
Lo raccontai a tutti: "Ho visto Mister Luna, era vestito così e camminava con lo stesso sguardo"
"Ma in un diverso contesto!"
"Una cosa strana!"
"Chissà da dove viene, cosa fa".
Mister Luna che penserà forse alle Leggi dell'Universo, forse alla Storia, forse a ucciderci tutti.
Forse anche ai casi suoi, chi lo sa.

Ogni giorno arrivava in biblioteca, ogni giorno stesso corridoio, orario, sguardo.
E io però l'avevo beccato all'aperto.

Poi un giorno è arrivato da me.
Mi ha detto: "Scusa tu lo sai usare il computer?"
"Sì"
"Se io volessi scrivere una cosa, non so, una pagina che ho scritto a mano, se la volessi copiare al computer. Come faccio per esempio a scrivere i miei diari e poi andare a capo, cosa c'è, un programma? Non so".
"Te lo dico io" -gulp- "te lo faccio vedere".
Gli ho insegnato Word, giusto due cose, come andare a capo e salvare ("davvero così resta?" "sì davvero").
Poi lui se n'è andato, alla solita ora, e io sono tornata su nella saletta dei computer.
Non gli avevo insegnato a uscire dal programma.
Non apposta, lo giuro, ma ho letto qualche parola.
Lo raccontai a tutti. "Mister Luna mi ha chiesto di insegnargli a, e ha scritto questo, non sarebbe bello sapere cosa scrive tutto intero?"
"Sarebbe magnifico, cosa non darei"
"Vorrei il quaderno dal quale ricopia"
"Magari un giorno lo lascia qua"
"Magari lo dimentica"
"Chissà".

Poi un giorno l'ho rivisto ancora fuori contesto, di nuovo nel mio paese, però quella volta eravamo tutti e due a camminare.
Abbiamo parlato di come ci chiamiamo, del perché eravamo lì e che lui aveva saputo che io avevo scritto un libro.
"Sì l'ho scritto, ma non è niente di speciale"
"Ah ma io non faccio caso a come è scritto, a me piace vedere cosa pensa la gente".

Siamo diventati amici.
O non lo so.
Se ci incontriamo ci salutiamo.
Lui mi ha detto che il suo campo è il pensiero, che il mio libro è carino, che camminare fino al mio paese gli piace perché ci sono i calanchi.
Che non gli interessano i discorsi.
Poi mi ha detto che scrive le cose che gli vengono in mente mentre cammina dalla biblioteca ai calanchi, e nei boschi, cose sul Tempo, sull'Universo (allora era vero!), sull'esistenza tutta di ogni creatura, dalle balene alle formiche.
"Poi le mando a degli indirizzi a caso, come a Le Monde, o a un negozio in Spagna"
"A caso?"
"Sì"
"E perché?"
"Mah, così"
 E io non lo so dove ho trovato il coraggio, ma gli ho chiesto
"E perché non li mandi a me?"
"A un indirizzo vero?"
"Sì"
"Tu li leggi?"
"Certo"
"Allora sì, te li mando se li vuoi".

E allora da qualche giorno ricevo queste email che parlano delle cose che pensa e me le manda proprio lui, Mister Luna, e io privilegiata a poterle leggere e piangerci sopra.
Sono cose grandiose, potenti, tutte dentro l'allegato, le camminate, il suo corpo minuscolo che partorisce pensieri maestosi.
Cose che dici: ok il crescere l'invecchiare, l'ansia da futuro e lo stress, però invece ecco qua.
Ecco cosa succede attorno, se solo fossi come Mister Luna me ne accorgerei e smetterei di lagnarmi ogni volta.
Sempre alla stessa ora, sempre uguale.
Facendo sempre gli stessi gesti, come a scacciare una zanzara.






mercoledì, luglio 04, 2012

Sanda Lusia

Non vedo l'ora che siano finite le ultime revisioni del libro per dedicarmi a una delle mie più grandi passioni in assoluto.
Cucinare?
None.
Stare tutto il giorno con i piedi in un catino d'acqua ghiacciata guardando stupidi programmi alla tv?
None.
Leggere?
None.
ORGANIZZARE VIAGGI.
Io amo comprare un mucchio di guide turistiche, tutte Routard, naturalmente, e sfogliarle come fossero romanzi, immaginando paesi, tradizioni, strade, itinerari, cibi, lingue e nuovi posti dove starsene tutto il giorno con i piedi in un catino d'acqua ghiacciata.
Quest'estate io e Marco abbiamo deciso di andare in Andalusia.
La prima cosa che viene in mente pensando all'Andalusia è: dov'è l'Andalusia?
Nel sud della Spagna. Praticamente è la regione che comprende le città di Almeria, Cadice, Cordova, Granada, Huelva, Jaén, Malaga e Siviglia e che arriva a un certo punto proprio davanti allo Stretto di Gibilterra, toccandolo con una puntina di terra che si chiama Tarifa e si affaccia al Marocco.
Cioè, il Marocco! Voglio assolutamente andarci. Anche se la guida dice che a Tarifa è pieno di scimmie, e io ho il terrore puro delle scimmie.
Siccome però abbiamo solo circa 15 giorni di ferie e circa 15 euro di budget, dovrò pianificare alla perfezione l'itinerario, per trarre il massimo dal minimo secondo il famoso adagio "minima spesa massima resa", il che in Andalusia si traduce più o meno in: mangiare tapas tutti i giorni e dormire sulle panchine/sulla spiaggia/ in macchina pregando che non piova.
E' davvero dura limitare un viaggio nella gabbia dei soldi e del tempo. La costa de la luz, le moschee, il flamenco, il mare, il sole, la siesta: quanti luoghi comuni e quanto poco tempo per sfatarli tutti!
Ma è proprio questa la sfida che mi spinge ogni  anno a imbarcarmi (è il caso di dirlo) nell'organizzazione di un viaggio.
Quest'anno a casa lascerò molta più roba, perché intendo viaggiare leggera: ci si sposterà molto; le distanze tra le varie città non sono così brevi come in Provenza, se vogliamo vedere più cose possibile dovremo muoverci molto, cambiare alberghi (= spiagge) e non dare per scontate le più basilari comodità, tipo i catini d'acqua ghiacciata nei quali immergere i piedi.
Quindi porterò con me una valigia di vestiti e biancheria, una borsa per il mare con dentro due costumi e un asciugamano, la macchina fotografica, un quadernino e una penna, la guida Routard,  qualche soldo (= 15 euro) e basta.
E a casa lascerò: il computer, la Prisci, tutto il resto e Joman J. Junior.
Chi è Joman J. Junior?

Lui:





...pare che la sua spiaggetta l'abbia già trovata.






ps: nessun animale verrà lasciato solo durante le vacanze né è stato maltrattato durante la stesura di questo post. Semmai il contrario. Sono io a essere piena di morsi di piccolo Joman

mercoledì, maggio 16, 2012

Un mese, un giorno, come al solito come mai

Pasta alla puttanesca, involtini e tortino di alici, fragole con i limoni, è maggio ma non fa caldo, si riesce a cucinare senza condire gli impasti col sudore; per una volta non mi manca il non abitare al sud(o), dove ci sia il mare. Per andare a Milano ho preparato i brownies al cioccolato, prima volta che li facevo, poi li ho chiusi nella scatola di latta vinta con i punti del pane mulino bianco che ho infilato nella borsa e mi è caduta sul piede del mio dirimpettaio di treno, che ha emesso un gemito di dolore. In effetti sì sono buoni e facili da fare ma vantano un peso specifico da far invidia al calcestruzzo. Mi sono messa un vestitino giallo scollato con sopra un maglioncino perché mi vergogno della scollatura, le ballerine bianche sporche di migliaia di giri e ho corso fino al palazzone di RCS arrivando quattro minuti prima l'orario stabilito, ansante e sbatacchiante brownies e aspettative, che poi alla fine tutto è andato bene e mentre i capi parlavano di come sarà il mio libro, quando quanto dove e perché, ho scoperchiato la scatolina di latta del mulino bianco ed è uscito un profumo primordiale da stordire gli uccelli in volo. E poi sono veramente facili da fare: basta mischiare 200 gr di cioccolato fondente, due uova, 100 gr di farina, 100 di zucchero, 70 di burro, una manciatina di nocciole poco tritate, mettere tutto in una teglia e cuocere per mezz'ora, fatto.  Molto soddisfatta dei miei dolcetti, insomma. Molto meno della mia mise, del tutto inidonea all'ambiente irto di tacchi e tailleurini lustri.
Mi adeguerò? Non lo so.
Poi ho fatto un reading con l'Alice in un locale di Bologna che si chiama Vapian, e prima di tale reading c'era un buffet con aperitivo mastodontico completo di cous cous e salsina al tonno che a casa non faccio mai ma quando la trovo nei locali finisco sempre la ciotola, il che è stupido, perché da fare è veramente facile: metti in una ciotola tre cucchiai di maionese, uno di ricotta, una scatoletta di tonno, una manciatina di capperi e frulli tutto con il minipimer, fatto.
Però spesso il tonno in alluminio mi fa venire l'acidità, solo quando sono a casa però, fuori no.
A casa adesso lavoro molto, tra libro da sistemare, cose da tradurre, ripetizioni in nero da dare, oltre alle solite faccende da massaia mamma di gatto moglie amica amante, così il tonno non lo compro mai.
Poi ho letto un libro veramente interessante che si chiama L'arte di non dire la verità, di Adam Soboczynski, che oltre a essere intelligente, amaro e gelidamente illuminante riguardo le sorti della società contemporanea, ha anche l'indiscutibile pregio di avere come autore uno con un nome che nemmeno i commessi di Feltrinelli saprebbero pronunciare mai, e dunque per una volta potete domandarlo senza tema di venire squadrati dall'alto in basso da uno di quegli odiosi sguardi prezzanti degli addetti vendita.
Poi ogni giorno pulisco, lavo, stiro, stendo, cucino, insomma quelle robe lì.
Sento al telefono l'editor che mi segue nel lavoro, che ogni tanto mi dice "brava fantastico, ottimo paragrafo, consegnami il resto domani" e altre invece: "no non va bene riscrivi tutto. Per ieri, per favore".
Ho avuto anche il tempo di passare la domenica insieme a mia sorella, nella sua casetta in montagna, con il cane quattro gatti la polvere e la sua panciona incinta di otto mesi del mio nipote futuro, la vita che preme l'aria convessa.
Così penso di vivere almeno fino a giugno: con le cose da scrivere, le cene da preparare, qualche lettura ad accompagnarmi, la montagna da osservare e il nipote da aspettare, le noiosissime riunioni da tradurre e le pile di roba da stirare.
Così ancora per un mese, con me che faccio mi spendo preparo lavoro guardo osservo leggo attendo, però di certo una cosa la devo dire, e cioè che prima che anche 'sto mese passi, magari il blog lo aggiorno più spesso.
Se muoio, invece, non so.


lunedì, aprile 16, 2012

Today is...




Piove ed è primavera, il che mi ricorda moltissimo i pomeriggi e le mattine di quando andavo ancora a scuola, che mi sembra un tempo insieme vicino e lontano, non riesco ancora a decidere quale delle due.
Per prendere l'autobus che mi riportava a casa percorrevo i portici tutti appiccicaticci con i pavimenti ricoperti di melmina umida, uno schifo, e considerando che io spesso portavo scarpe da ginnastica piatte e sottili che lasciavano passare tutto anche d'inverno, pensate un po' come mi ritrovavo i piedi, alla fine.
Mia mamma mi ha anche raccontato una volta che negli anni 70 da ragazza girava scalza a Bologna con le unghie smaltate ognuna di un colore diverso, quindi nel disgusto ecco ciò che penso: la storia si ripete.
A volte andavo a casa di Isabella che era la mia amica dell'epoca, ci dipingevamo le scarpe sottili con gli Uniposca, ascoltavamo io i Rancid e lei i Pantera e dell'altra roba metal inascoltabile, mangiavamo le piadine fredde con i wurstel e la maionese, poi litigavamo io leggevo di nascosto il suo diario lei il mio, ci scazzavamo di continuo non mi ricordo perché, aprivamo la finestra e urlavamo qualcosa oppure semplicemente ce ne stavamo in camera a piangere o a raccontarci che tutto era abbastanza schifoso, che la scuola era schifosa e allora perché andarci, però intanto ci innamoravamo, accendevamo gli incensi, ci vestivamo di velluto e magliette dei Rancid e dei Pantera e di altra roba importabile.
Un giorno abbiamo fatto una festa per il suo compleanno e io ho fatto finta di dormire tutto il tempo.
Quello che non sapevamo è che i giorni sarebbero passati in fretta e a volte ci avrebbe ricordato di quei giorni là, quel pomeriggio in cui ci siamo fatte le canne tornando dal videonoleggio sotto il ponte di via Mazzini, e anche a casa non ci fermavamo più, poi abbiamo lasciato tutto sventrato sul tavolo, le sigarette i coltelli e il tagliere, tutto il tabacco spippolato in giro, e nonostante le finestre aperte e l'aria da docili fanciulle i genitori avrebbero poi visto e capito e detto "però avreste anche potuto pulire",
ma intanto saremmo state già lontane, da qualche parte, sotto i portici umidicci o a studiare scienze della terra o altra roba instudiabile.
Era un tempo in cui comunque, sia che ci sentissimo sole che piene che vive che morte che quasi invisibili che troppo evidenti che sporche che eteree, eravamo già l'embrione in controluce di quello che siamo adesso.
E oggi che c'è questa pioggia e il grigio e si vedono più le macchie sui vetri, me lo sono ricordato.

domenica, aprile 15, 2012

destroy (2)

Sì mi sono un attimo fermata con il blog così sembra che non stia succedendo nulla, invece vi confido un segreto che è questo qua: uno se scrive meno sul blog (o su facebook) vuol dire che gli succedono più cose.
Così adesso per farvela breve la mia situazione è questa: ascolto in loop Eclipse dei Pink Floyd che come sapete  m'ispira sempre, e intanto cerco di riprendermi a suon di schitarrate, viaggi in macchina, scatarrate, panini alla nutella marchio Coop, dalla settimana appena passata.
I suoceri arrivarono e io li rimpinzai di agnello fritto.
Colazioni pranzi cene merende caffè senza soluzione di continuità, e nel mentre lavare i piatti e passare l'aspirapolvere, e per i suoceri era tutto buono e bello tranne i piatti che non andavano bene in quanto troppo spessi e io che non andavo bene in quanto troppo spessa anch'io (già sapete).
Poi la sorellina si ammalò, poi finirono i croccantini del gatto, poi diedi ripetizioni poi cambiai tutta la mia casa e comprai all'Ikea una lampada di nome Boja, e devo dire sono molto soddisfatta della mia nuova casetta, degli acquisti, dei soldi dell'anticipo già spesi prima che arrivino, però almeno vuoi mettere? Vivo in un bell'appartamento commentato dalla mutter così:
"è proprio bello, chissà come te lo godrai, brava!"
e dalla suocera così:
"è troppo pieno di roba, ci sono tante cose da sistemare, ha dei bei mobili ma certo qualcuno va restaurato".
E pensare che ho passato due settimane carponi a buttare, sistemare e restaurare tutto come un'ossessa.
Tutto ciò mi ha spiegato che: (mentre Roger Waters dice "and everyone you meet"- EVERYOOONE YOU MEEET)
l'unica persona che vale la pena di compiacere è:
te stesso.
Poi al Carrefour, dove non vado mai in quanto rappresenta per me tutti i gironi dell'inferno in Terra, mi sono comprata un libro di Wislawa Szymborska, poetessa polacca oggi molto di moda in quanto morta, che ha scritto una poesia su un gatto che resta solo nell'appartamento in quanto i suoi padroni muoiono, poi ne ha scritta anche un'altra sullo scrivere il curriculum diventata molto di moda anch'essa in quanto declamata da Roberto Saviano alla tivvù, e piano piano tutto il libro della Szymborska me lo sto leggendo e lo trovo veramente bello e forte, si chiama "Vista con granello di sabbia" ed era in sconto al 25% su un banchetto dentro la Feltrinelli del Carrefour.
Ho anche fatto la cacca nel bagno del supermercato commettendo il gravissimo errore di utilizzare lo scopino per pulire la tazza, trovandoci dentro resti etruschi, volendo subito dopo morire e vomitare insieme, diventando anch'io di moda come la Szymborska per la mia prematura dipartita nel cesso di un centro commerciale.
E' morto anche un calciatore a 25 anni d'infarto, ho visto, e poi dicono che nel calcio il doping c'è sì ma solo fino a un certo punto, e comunque niente di grave.
Poi, dicevo, la sorellina è stata male e allora ho passato un po' di tempo all'ospedale, dall'altra parte 'stavolta, da spettatore, e nella sala d'aspetto della medicina d'urgenza c'era un frate francescano con il saio, la flebo e dei pantaloni verdi della tuta che pregava tutto il giorno insieme alla sua amica suora francescana, e appena restava solo si metteva a smadonnare alla grande dicendo "porcodio che vita di merda".
Ho anche registrato con il My Sky HD il film "Mangia, prega, ama" ma purtroppo la protagonista Julia Roberts a un certo punto parte per l'Italia in cerca di buon cibo e trova una signora che riempie la vasca da bagno con l'acqua riscaldata nella stufa e una casa con il soffitto tenuto su da un'impalcatura tarlata.
Anno di ambientazione della pellicola: 2003.
Anno in cui pensano che viviamo in Italia: 1946, così ho spento e mi sono vista la nuova puntata di Mad Men, mia nuova passione, che almeno so per certo essere ambientato nel 1966 così mi evito brutte sorprese.
Ho comprato anche delle cose nel negozio della mia amica che sta per chiudere e vende tutto a 5 euro, compresi dei meravigliosi scaldini da microonde alla lavanda a forma di papera.
Ho avuto le mestruazioni.
Da Milano non mi hanno ancora chiamata.
Allora aspetto, che già sapete è una delle cose che detesto più fare ed è quella che mi capita di fare più spesso,  però nel frattempo insomma non è che me ne stia con le mani in mano.
Ah, entro la fine di questo mese poi fonderò un'associazione culturale con la mia amica Alice Keller così continueremo a fare quello che già facciamo da un annetto circa, però in più avremo uno statuto che ci legittima davanti al Comune, il che la dice lunga sul significato della legittimazione.
Io continuo a elencare, pensare, comprare, leggere, scrivere, fare poco di conto, creare e distruggere, e vedere.
E voi?

venerdì, febbraio 17, 2012

E' dura

E' dura non raccontarvi di quello che vorrei e che mi interessa realmente al momento, di quello che mi impasta il cuore e i polmoni in un'unica spugna esausta e blocca il respiro e mi grinza la pelle e mi fa intrecciare le dita e riempie di prospettive e felicità, è dura trattenersi, ma si deve,
così cerco di infarcirmi e raccontarvi d'altro, e per fortuna la mia vita tanto ricca e strana e irta di pieghe assurde non manca mai di donarmi spunti e avventure interessanti.
Sono in Calabria.
Stamattina sono andata al mercato e ho visto olive talmente grosse e gonfie di succo che veniva voglia di strizzarle e berle dal buchino, copertoni di formaggi impilati accanto a collane di salsiccia piccante salame dolce salsiccini all'anice al finocchio al pistacchio, vasi di miele millefiori liquido e di non so cosa cristallizzato, bidoni di alici sacchi di nocciole, pasta di mandorle e bottiglie su bottiglie di alcool puro "perché qui fanno tutti a casa il limoncello, non solo mio papà".
Poi ieri tornando dalla casa di Adriano che sta in un paesino di nome Pietrastorta c'era un camion davanti alla nostra macchina, e io ero al telefono a parlare della cosa di cui non posso parlare, e Marco mi ha dato una gomitata piccola e ha detto: "vedi? Vedi?" quel camion pieno di una roba grigia molliccia, e io ho fatto "sì sì" con la testa pensando fosse neve.
Ci sono 10 gradi qui, e io: sì sì è la neve.
Ho messo giù il telefono mi ha detto: "Hai visto cos'era?"
E io: "sì è neve!"
"Ma no ma che neve? Erano gli scarti della lavorazione delle arance".
Mi devo abituare ai colori di qui, agli specchi di luce sul mare e al mare che si apre tra le montagne come una vagina fertile, alle ficarazze viola al profumo di cozze pulite ed è dura, perché sono abituata ad affacciarmi e a sentire l'odore di castagne e di brace e di animali di corsa sui calanchi, al pesce che puzza.
La mamma di Marco mi dice come al solito che sono grassa.
E che sono sfigata, perché ancora non mi sono laureata.
E che non ho un posto fisso ed è per questo e solo per questo che loro ci pagano l'assicurazione.
E le cose al mercato.
E la parrucchiera, che a quei capelli devi pur farci qualcosa.
No non andarci tu, che vai tu che fa freddo, chiamo la mia a casa che in mezz'ora ti fa la piega e chiede solo sei euro.
Devo abituarmi a lasciarmi comandare e criticare almeno per tre giorni, senza fare storie mandando giù il senso d'inadeguatezza e l'ottima insalata di polpo.
La mamma di Marco mi vuole bene ed è per questo che mi dice che mi devo laureare e dimagrire.
Ma se mi volesse bene forse mi direbbe che nella vita devo fare quello che mi rende più felice e che sono bella anche con la mia ciccia e i capelli bianchi pettinati con le molotov, e poi insomma io una madre che mi vuole bene e di cui essere scontenta ce l'ho già, perché preoccuparmi pure di averne un'altra?
Infatti lavo i piatti.
"No che fai Marta ci penso io"
No no ci penso io così almeno occupo le mani in modi non punibili penalmente.
La sera abbiamo visto Fabio che è il cugino di Marco che ha una testa densa densa di capelli ricci e di cervello che si è fatto tre Negroni e poi mi ha abbracciata stretta e nel suo maglioncino pure lui stretto e la pancia tonda e nello spazio tra i baffi c'è scritto che ha sofferto e che ha capito, e io lo amo per questo.
Fabio mi piace perché avrebbe potuto insegnare filosofia in un liceo del nord ma ha preferito stare giù al sud e fotografare di mestiere gli zingari ed essere proprio com'è invece che diventare come avrebbe voluto sua zia, e poi perché la prima volta che ero qui mi ha seguita sul balcone e mi ha detto:
"non mi piace chi parla troppo"
e siamo stati zitti a guardare i tetti piatti dall'alto.
Stasera andiamo di nuovo a mangiare insieme nella casa del balcone in cima a Reggio e ci scialiamo, come dicono qui, che vuol dire ci divertiamo, che è un'espressione che mi fa sempre venire in mente la sciacquatura dei capperi sotto sale.
Marco viene qui per trovare i suoi anche se con i suoi non ci sta mai, perché nemmeno lui si è laureato non ha fatto non ha raggiunto, e passa tutto il tempo a girare per amici e liutai e studi di registrazione perché sta Per Uscire il Nuovo Disco.
Però quando suo papà mi racconta di quando era piccolo e lo portava in giro come un bambolotto, lo vedo che è contento.
Allora adesso io ho questa cosa che non posso dire che è come se mi riempisse dallo sterno in su, e tutto questo resto fatto di famiglie e cibo e strade e persone e chitarre e caciocavalli appesi, che mi riempie dallo sterno in giù tutta la pancia e le gambe, e così sono tutta bella piena e tonda e mi sa che non c'è dieta che tenga per smaltire tutto questo né altro da aggiungere o altrimenti scoppio.
E' dura ma so che non è che l'inizio, e adesso vado in cucina a rubare l'ultimo cucchiaio di polpo, prima di assopirmi sul letto e guardare dalla finestra i traghetti che fanno la spola coi pendolari e i turisti dalla Sicilia, anche se a febbraio non è che ce ne siano tanti, perché in questo mese non si può fare il bagno e anche se non sembra, il vento ti pela.


Se volete vedere le foto di Fabio, sono qui
Se volete sentire le canzoni di Adriano, sono qui



ps: ps di grande calo di tensione ma purtroppo necessario a chi ha difficoltà nello scindere un post dalla realtà e nell'analisi del testo in generale: voglio molto bene ai genitori di Marco, stop. Sono persone fantastiche, stop. Amo la Calabria, stop. Sto imparando a conoscerla e mi piace sempre di più, stop. Non sono razzista, stop. Non rompetemi i coglioni. Passo e chiudo.

sabato, febbraio 04, 2012

In Bianco

Non riesco a stare granché ferma; fare la casalinga mi gratifica e diverte ma solo per i primi due giorni: il resto del tempo, a pavimento sgombro e ragnatele estirpate, mi annoio (quest'affermazione avvalla non poco la tesi del presidente Monti sul fatto che fare sempre lo stesso lavoro sia tediante. Immagino cosa debba significare ritrovarsi con un incarico da diecimila euro al mese A VITA come ha lui. Tremendo!)
E così ho chiesto a una cara amica libraia di prendermi per un po' a lavorare con lei, per imparare la catalogazione senza Dewey della libreria più bella del centro di Bologna (e d'Europa, e Del Mondo, se volete il mio parere).
Mercoledì scorso venivano giù i primi fiocchetti di neve, ma io felice mi sono lasciata le pentole da scrostare alle spalle, ho preso il mio bravo 83 e sono andata in centro a scovare libri per le rese.
Mercoledì era anche l'anniversario mio e di Marco. 
I libri da rimandare indietro, quelli che non ha comprato nessuno a causa di un titolo poco accattivante, o un autore poco conosciuto, o una copertina gnegna o un argomento oscuro, si nascondono per non farsi acchiappare. Sembrano dire: "no dai possono ancora prendermi, posso ancora stare qui, su che anche il cinema afghano della prima metà del 900 può essere interessante! Pino Losoìo ha ancora molto da dire sugli amorazzi degli australopitechi femmina! Lasciami qui, lasciami qui!", ed è sempre una lotta riuscire a scovarli tra le pile dei bestseller e i monoliti di fotografia. 
Ed è sempre un misto di dolore e soddisfazione quando ne afferri uno dopo ore di ricerca e lo piazzi sulla pila dei rispediti al mittente. 
Mercoledì ci ho messo anche più del solito a trovarli tutti, perché con un occhio guardavo gli scaffali e con l'altro la strada fuori, cercando di calcolare mentalmente la proporzione "fiocchi di neve che cadono : probabilità di uscire a cena a festeggiare il nostro anniversario. 
L'ho chiamato, mollando per un attimo le rese, che tutte insieme hanno tirato un sospiro di sollievo, pensando di averla scampata.
"Amore, com'è la situazione lì? Riesci lo stesso a venire? No perché qua sta venendo giù bene eh"
"Tranquilla, ce la faccio, ci vediamo davanti all'indiano alle otto"
E ho ripreso a cercare manuali di chimica per principianti.
Dopo mezz'ora di dragaggio una coltre prepotente si è stesa su tutti i ciottoli, e allora l'ho richiamato
"Ma senti qua è tutto bianco, che dici? Torno a casa?"
"Ma se ti ho detto che vengo, vengo! Sta' calma, ce la faccio"
"Ok allora sto tranquilla, io son là alle otto ok?"
"Sì! Ci vediamo dopo"
"No aspetta...Marco per favore dimmi se non ce la fai, che esco prima, prendo l'autobus"
"Opporc...ascolta, ci vediamo là davanti, adesso metto giù che devo andare in bagno"
"Ok, ok. a dopo. Ah, senti..."
"EH!"
"Ok no niente, volevo solo dirti che sono contenta che siano già tre anni. Non sembra, vero?"
"No, sembra di meno...anzi, di più...anzi di meno...non lo so. Non conto"
"E' questo il bello"
"Penso di sì"
"A dopo amore"
"A dopo"

E niente, è finita che non ce l'ha mica fatta, ad arrivare.
Da noi erano già caduti 30 cm di neve, le catene non si montavano, le gomme slittavano, i lupi ululavano e gli spazzaneve non passavano e l'83 neanche e allora sai che c'è? Non vengo. 
Io ci ho messo due ore e mezza per fare due chilometri verso la stazione dei taxi, e un'altra ora prima di prenderne uno, bestemmiando nel gelo al telefono brutto s****proprio oggi e io che te l'avevo chiesto tre volte, non una, TRE, se riuscivi a passare, porc@%**** vado a dormire da mia sorella!!
Il terzo anniversario del nostro amore incoronato da svariati fanculi.

Poi il giorno dopo era tutto bianco; mi sono alzata rantolando dal divano letto della sorella maggiore che avevo ancora i capelli un po' umidicci, a Bologna silenzio, i treni fermi, l'autobus stipato preso col cognato e le vecchine urlanti "devo scendere non faccia salire più nessuno, autista! AUTISTA! BRISA FER AL STRANZ, BOIA D'UN MAND LEDER!", e ci ho messo altre tre ore per arrivare a casa trascinandomi dietro una signora piccolina che non sapeva come raggiungere Casalecchio.
"Venga con me", le ho detto
e con il mio impermeabilone le ho fatto strada attraverso una città che sembrava uscita da un documentario sulla Kamchatka. 
Sono arrivata che lui era lì, io grondavo umido e neve, era rimasto a casa dal lavoro perché di autobus non ne era passato neanche uno, e appena mi ha vista coi piedi gelati le mani crepate la borsa ripiena di pive mi ha stretta e mi ha detto
"Mi dispiace tanto".

Da tre giorni andiamo avanti a "oooh guarda che bella neve, come scende, ce n'è un sacco!" e zuppe di fagioli, ci inventiamo i pasti raschiando gli anfratti del frigo e lanciando occhiate sempre più fameliche alla Prisci, riscaldandoci nel piumone e osservando con sgomento i balconi diventare soffici. 
Ieri ho preparato lo spezzatino con il purè senza burro con l'ultimo latte rimasto, ieri l'altro la pizza senza pomodoro un po' perché ci fa acidità e un po' perché non ce n'era più, e stasera credo che abdicheremo a un kebab portato eroicamente da un fattorino delle nevi, mentre beviamo l'ultima lattina di guaranito rimasta in frigo da tre spese fa. 
E' il più bell'anniversario di sempre, lungo una settimana, noi due in mezzo alla bufera: da soli senza possibilità di uscita, una vera prova di resistenza emotiva. 
Sei il mio guanto di lana impermeabile nella neve, quello che voglio inventare, supercarino fatto a maglia che però non si bagna mai, e sono così felice di stare con te.

Però magari la prossima volta AVVERTIMI PRIMA!





giovedì, dicembre 29, 2011

GoodYear

No io adesso non riesco, che mi scuoce la pasta, a dirvi in modo sereno ponderato equilibrato quello che è stato per me questo 2011, ci sto provando da mezz'ora, il tempo che l'acqua bolla che butti le patate sbucciate che cuoci le farfalle e siano pronte e le condisci con il pesto, a scriverlo, e tutte le volte viene fuori una roba o troppo sdolcinata o pesa come ferro fuso.
Io, ecco, volevo solo dire che questo è stato finora il più bell'anno della mia vita.
Ciò che lo distingue dagli altri anni belli, tipo quello dove ho ricevuto in regalo il frigo di Barbie, è che non è che ci sia stato UN episodio grandioso (tipo scoprire che il frigo di Barbie conteneva anche lo scomparto freezer!), ma è stato lui stesso un unico, grande, enorme e lunghissimo (eppure troppo breve) episodio grandioso.
Insomma non so voi ma io un anno in cui guarisco brillantemente da un tumore, partecipo a due matrimoni in qualità di fidanzata del testimone e amicona degli sposi, compro e installo e usufruisco di una cucina megagalattica nuova, incontro nuovi amici, consolido i vecchi, ne perdo altri a cui penso sempre, trovo un lavoro che voglio fare da tutta la vita e che dura proprio il tempo di quest'anno qui, imparo a farlo, faccio passeggiate lunghissime accanto al fiume, firmo un contratto con un'agenzia letteraria megafìga, vivo sola col mio fidanzato e col nostro gatto e non si sa chi ami più chi, e non c'importa di saperlo, porto avanti l'atelier di scrittura che ho seguito tanti anni fa con un gruppo di persone che lo trova bello come lo trovai io tanti anni fa, conosco un'illustratrice bravissima che decide di disegnare le mie storie e diventa pure mia amica, vado alla fiera dell'editoria per ragazzi e in tv, e a quella per adulti a Mantova e conosco Christopher Moore, e leggo le mie cose in una libreria insieme a un'altra scrittrice bravissima che diventa pure amica mia, e le leggiamo in radio, e faccio sporcare i bambini ai laboratori, e decido di aprire un'associazione, e scrivo, e festeggio la Pasqua in montagna dai miei e il Natale qui da me e divento buddista, e pratico pregando dei mantra, e faccio piangere e ridere chi mi ascolta, e non ho più invidia, e scateno una faida familiare a 900 km di distanza, e scopro che il mio ex fidanzato si è rifidanzato e divento amica della sua nuova metà, e imparo a fare bene il pane e la posizione del cane, e a scegliere e risparmiare, imparo a respirare, in cui faccio di tutto per me e non per gli altri, per stare bene, imparo a ricoprire i libri e non a strapparli, a costruirne di nuovi e non a distruggerli, insegno italiano agli stranieri e ne sono in grado, e che sono brava, e che diventerò zia,
ecco io
un anno così non l'ho mica mai vissuto prima, poi non so voi eh.
Ma la fine del mondo può anche baciarmi il culo.

lunedì, ottobre 10, 2011

Il tempo del Wumpa

Quando gli scarponcini pelosi sembrano ciabatte, ci cammini e arrivi in fretta dappertutto, un ritmo morbido, i piedi al caldo, sotto le gonne di laniccia al polpaccio,
la frutta in via di marcire finisce nelle torte un minuto prima di suppurare, esplodendo gli ultimi succhi dell'estate nell'impasto di zucchero e uova,
quando devi tirare fuori i maglioni dall'armadio, il cambio di stagione solleva nugoli di tarme che oscurano il sole, e solo i più audaci si spingono oltre le frontiere delle pulizie d'autunno,
e svuotano i cassetti,
profumano gli ambienti,
ritinteggiano le pareti sfidando polvere e macchie d'umido;
quando il traffico ricomincia e con lui le scuole o viceversa,
e ricominciano i patroni,
i vetri appannati,
le nuvole di fiato la mattina,
gli aliti al caffè,
i guanti a mezze dita,
le scadenze,
le liti condominiali per le scadenze;
quando s'ingozzano le fodere di piumoni e i forni di timballi ai maccheroni, i calzini di piedi i lavandini di peli, e si fa il ricambio di scarpe di pelle di capelli di cappelli,
non è l'autunno che sta arrivando,
non è la stagione delle foglie morte, delle castagne arrosto, del mosto,
delle ombre di foglie d'acero sul sole pallido,
no,
non è il tempo della disperazione quello che i segni terreni e divini fanno presagire;
no.
E' la stagione del Wumpa.*

Che anche quest'anno possa portare gioia e conforto a tutti voi, lettori di wonderful blog.
Wumpa is coming.
Be hungry, be Prisci, be Wumpa.


*Wumpa: il rumore che fa la Prisci quando sale di colpo sul piumino.

domenica, ottobre 09, 2011

Il caffè letterario

Un tipo autorevolissimo ha letto alcune cosine che ho scritto/sto scrivendo e, autorevolissimevolmente, mi ha detto : NO.
E anche: "magari potresti scrivere delle ricette".
Ah, ecco.
Allora io ora mi vedo oscillare tra diversi stati emotivi che annoverano l'incazzatura feroce, il diniego, svariati chili di cheesecake tirata su dalla teglia con le mani, la voglia di appendere la penna al chiodo, la voglia di scrivere effettivamente solo ricette e diventare la nuova Benedetta Parodi Obese Version, le impennate di orgoglio della serie: "ma allora te la faccio vedere io, tipo autorevolissimo, voglio scommettere che tra tre anni mi rimpiangerai mordendoti le dita sino alle autorevoli falangi", e di nuovo il diniego. 
Insomma,
alla fine, 
complice questa domenica assolata ma fresca, la focaccia al rosmarino che ho preparato con l'olio buono calabrese e la farina "speciale pizze" della Coop, il fatto che prillo e lavoro e giro e mi rigiro per l'intera settimana e il weekend vorrei passarlo non dico a riposare, ma almeno a non struggermi per colpa di un tipo autorevolissimo, 
ecco,
ho deciso che continuo a scrivere un po' quello che mi va, senza cercare di compiacere nessuno (sob, sigh, sniff).
Mentre ieri pomeriggio, avvolta come un cotechino nella coperta di lana tarmata, mi sfogavo con la sorellina cercando conforto nella sua spensieratezza pratica da ventenne supertonica nonché barista del Mercatone Uno (quindi abituata a vederne di tutti i colori), mi sono sentita dire:
"Ma allora scusa, perché davvero non ti metti a far la cuoca, invece di scrivere?"
Sentenza che, inizialmente, mi ha fatta risprofondare nella spirale depressiva e cercare febbrilmente con lo sguardo il barattolone del Carte d'Or, ma che poi mi ha fatto anche riflettere (ecco la saggezza diabolica della sorellina forgiata dalla vita e dal vapore della moka; saggezza che a me manca totalmente in quanto bibliotecaria pappamolla): 
"Perché io credevo di saper scrivere, credevo di voler fare quello nella vita!"
"E allora siccome te lo dice uno che non devi più scrivere te smetti?"
"No ma non è che me lo dice uno, me lo dice uno autorevolissimo!"
"E allora 'scolta mo': se a me mi viene al bar il padrone della Kimbo e mi dice che il caffè lo faccio di merda, io non smetto mica di far la barista, perché per esempio il frappè o il martinidrài li faccio della madonna"
"Allora cosa vuol dire, che bisogna puntare sui propri pezzi forti?"
"Vuol dire che le cose che tutti chiedono tutti i giorni sono sempre le stesse, sempre uguali. Quello che vende di più, al bar, è il caffè, è vero, e tu lo devi saper fare. Il frappè e il martinidrài, invece, sono cose più complesse, che in pochi san fare davvero bene, perché son più originali. A molti neanche gli viene in mente, di chiederle, e a molti bar neanche viene in mente di metterli nel menù. Ma quando qualcuno li assaggia, Martona, poi vedi che gli piacciono da morire, torna, e poi non ne può più fare a meno".

E, ragazzi, 
io vi lascio riflettere su questo pensiero. 

Mentre vado a mangiare il mio bellissimo pollo al curry, i piselli con l'insalata cotta, la focaccia al rosmarino.
E a scrivere.

martedì, ottobre 04, 2011

Racconto del mattino dall'Alice

Stamattina tornavo da casa dell'Alice tutta contenta perché c'è un progetto divertente che sta partendo, ovvero io e l'Alice che ci vestiamo a righe e andiamo nelle biblioteche e nelle scuole a leggere delle fiabe ai bambini, poi l'Alice suona il suo violoncellone gigante, io mi invento delle scenette e alla fine i bimbi son contenti e noi stanche morte ma felici e, se càpita, con qualche euro in più da infilare nella custodia del violoncello e nelle tasche del capo dell'Hera.
Alcuni bambini mi piacciono, altri invece gli sparerei a vista con il bazooka caricato a pellet.
Il più delle volte, quelli a cui sparerei a vista hanno dei genitori allucinanti del tipo che non chiede scusa né permesso e urlano in biblioteca, mettono a soqquadro la stanzetta dei bimbi vuotando tutto il contenuto delle mensole per terra come fossero a casa propria e vanno via senza dire neanche "arrivederci", lasciando aleggiare le loro scie di casalinghitudine come petardi di peti al broccolo.
Però io e l'Alice abbiamo deciso lo stesso di donare qualche ora di gioia ai loro figli, che chissà a casa con quelle mamme orrende come soffrono.
Allora stamattina zompettavo per la via del centro centrissimo dove sta la sua nuova casa, che è poi uno di quegli appartamenti groviera tipici di Bologna, pieni di muri gialli e luce gommosa e i buchi affittati agli inquilini-studenti- topi che si annidano tra balconcini vista pakistano e trincee di calzini conquistanti la vetta di colline d'indumenti variamente stagionati.
Il suo buco, devo dire, è splendido: ha il parquet vecchissimo a spina di pesce, uan libreria di legno scuro di quelle senza ante, costruite da un inquilino vecchio almeno quanto il parquet (chissà se anche lui perde schegge di se stesso e si conficca nei piedi di chi lo calpesta...mi piacerebbe succedesse anche a me), un letto comodo e gniccante e la connessione flat; in più dal suo balconcino si vede anche il negozio di un parrucchiere.
Quelli che vivono con lei ancora non li conosce granchè bene, però sa che suonano tutti.
Stamattina ho anche fatto la cacca nel loro bagno e quando stavo ancora sulla tazza e ormai il danno era fatto mi sono accorta di una mancanza grave, ovvero la finestra.
No finestra, no ventola di aerazione: non è a norma! Com'è possibile tutto ciò?
Infatti la finestra a guardar bene c'era, sottoforma di pertugio chiuso da una grata velata da una tendina di cotone a garza, talmente piccola che l'avevo scambiata per un pezzo di carta igienica.
Comunque, a missione compiuta, ho spalancato la feritoia, mi sono lavata le mani con il Dove al cetriolo della Lidl e sono uscita alla chetichella.
Dopo cinque secondi è entrato un coinquilino musicista in bagno e chissà che aroma.
Sono morta di vergogna, ma non ha detto niente.
D'altra parte è una cosa naturale.
Dopo aver parlato con l'Alice di come fare per lasciare esplodere la nostra creatività in un mondo duro e arido che da noi vuole solo soldi e risultati
(nel mio caso, devo dire, per il momento ero già esplosa abbastanza ma lasciamo perdere),
tutta contenta l'ho abbracciata e abbiamo deciso di rivederci per preparare un bello spettacolino ai bimbi, la settimana prossima, salutandoci con un:
"ok allora in gamba, forza, facciamo quello che dobbiamo fare, liberiamoci (ehm...), pochepippe e siamo noi stesse con le nostre idee, viscere (ariehm), e tutto ciò che abbiamo dentro (che avevamo, dentro), che non serve altro per essere felici e fare quello che ci va".
Poi sono uscita e lungo la sua via ho trovato una bella pozza di vomito di quelle spesse quattro dita, qualche decina di bottiglie e lattine sparse ai piedi di una campana del vetro, insomma un inside-out bouleversè, ciò che di solito è meglio sia celato buttato fuori così, spatasciato a fiotti negli altrui gabinetti e per la strada, in bella vista, il manifesto del pudore lacerato.
Sono sempre stata così anch'io, e ogni post che ho scritto da cinque-sei anni a questa parte ne è la conferma: sono fatta che se mi succede qualcosa, bella o brutta, la devo raccontare, far vedere, la devo esprimere senza preoccuparmi delle reazioni che suscita.
Disgusto o diniego, rifiuto curiosità o attrazione: tutto ma non l'indifferenza.
E' tutto ciò che chiede una persona che per vivere si esprime: guardate bene, guardatemi dentro, più a fondo, da quest'angolazione è meglio, badate che adesso arriva il peggio, rifocillatevene,  poi reagite.
Magari dentro gli appositi spazi, se riuscite.
E adesso tutti siamo così, anche chi non ci è nato, adesso il mondo si è abituato a dire al resto che è fidanzato, divorziato, che si è appena lasciato con quello che una volta ha tanto amato, e che lavoro fa che cosa ama, cosa detesta, cosa pensa di qualsiasi cosa, cosa gli passa per la testa: adesso andrà a finire che chi si espone non è l'eccezione, e il trattenersi e il celare, e l'intimità, diventeranno la frontiera infantile picassiana da cercare e riscoprire e tentare di valicare per tutta la vita.
Comunque,
aspettando l'autobus per tornare in biblioteca a lavorare, sotto il portico dei Garganelli una vecchina col golfino rosa si è fermata e mi ha chiesto:
"quanti anni hai?"
e io ho risposto:
"ventisette"
e lei ha detto:
"perché hai un così bel vis... VENTISETTE? Non li dimostri mica sai, affatto. Auguroni, vè".
Non ho capito se prenderlo come un'offesa o un complimento.





(al posto di dove una volta andavo a far lezione di francese, quattro anni fa, adesso c'è la sede del Rotary. Anche questo è un segno dei tempi, mon dieu).

giovedì, settembre 01, 2011

L'angelo Custode (anche lui mangia cipolle)

Per fortuna l'Aurora prima che partisse mi ha regalato un enorme wok dell'Ikea dal fondo spesso non dico come una bottiglia, ma come un'intera enoteca, tutto incrostato di antichi sauté, odoroso di verdure e straccetti di manzo biodinamico, e me l'ha portato a mano per cinquecento metri di portici ovvero da casa sua in via Sant'Isaia fino all'angolo dove l'aspettavo sempre in macchina, sui viali vicino al negozio di scarpe per vecchie con il mezzo tacco e i buchini sulla punta per far respirare i piedi.
Così ieri sera ho potuto cucinare un contorno raro: germogli di soia e cipolle rosse con olio salsa di soia pepe, per cinque minuti si fan ballare un po' nel wok ed è fatta, meglio di ogni ristorante cinese tranne quello in cui mi ha invitata la Ting, anche perché in quasi tutti i ristoranti cinesi tranne quello in cui mi ha invitata la Ting non si sognano nemmeno di fare un pollo come quello che ha accompagnato il mio contorno, perché va detto, il mio contorno era così buono da elevarsi a portata principale e relegare il pollo impanato al forno col pangrattato e il parmigiano alla condizione di verdurina scotta d'accompagnamento.

Poi ho fatto un sogno che quando l'ho raccontato alla Monica, che è una che parla coi fagioli e legge il futuro nelle delibere di giunta, lei ha alzato il braccio e mi ha fatto vedere i peletti che le si erano tutti alzati, pelle d'oca profumata di patchouli.
Ho sognato che ero in macchina, in quella verde nuova che mi porta ovunque dalla Francia all'Esselunga, ed era mattina molto presto, quasi notte, ed ero a Dalerino nel mio paese all'altezza del cartolaio che si chiama Block Notes, dal quale io andavo sempre da piccola e che adesso tradisco con il più simpatico onesto e disponibile Mario Cartolaio che vota beppegrillo e nel retrobottega ha un cartello con su scritto: "In che modo posso rendermi utile alla società?".
In giro non c'era nessuno, perché alle quattro quattro e mezza del mattino nessuno passa nel mio paese, neanche il camion del rusco differenziato, però davanti al fornaio che è proprio di fianco alla cartoleria antipatica c'era un fantasma, e questo fantasma era una ragazzina.
Con la camicia da notte bianca, i merletti ai polsini, i capelli lunghi mossi sulla faccia che non si vedevano gli occhi coperti dalla frangia, le mani trasparenti i piedi nudi e la bocca aperta in un vagito muto, largo e senza denti, quella che avreste anche voi se tentaste di ingoiare intero un avocado.

"Hai visto The ring?" mi hanno chiesto tutti quelli a cui l'ho raccontato, tranne la Monica che ha detto " eri tu da bambina?"

No io non l'ho mai visto ma so che da quando è uscito è diventato obbligatorio avere paura delle ragazzine in camicia da notte con i capelli sulla faccia, e infatti avevo paura, così paura che ho continuato a guidare per allontanarmi da lei.
Solo che a un certo punto mi ricordavo che io dovevo tornare assolutamente a casa, e anche se sapevo che c'era la bimba fantasma in agguato, ho fatto inversione e ci sono ripassata davanti.
Non so se ero io da bambina.
Ho sentito un'energia che mi trattava le braccia, le spalle e il petto come materia fusa, una sensazione negativa ma questo non l'ho detto a nessuno,
poi mi sono vista i piedi in primo piano che volavano orizzontali con me attaccata e alla fine andavo a casa, anche se non ne sono sicura: comunque andavo in quella direzione.

"Quindi non ti ha fatto del male, era buona, ti ha portata dove volevi andare, no? I piedi sono le radici, e anche la macchina come la casa rappresenta la tua identità profonda, no? E allora io quando sento queste cose penso a qualcosa che va al di là della condizione psichica, è qualcosa di metafisico no? E' come se tu dicessi voglio tornare bambina voglio riappropriarmi di quella energia infantile no? Ma forse può anche darsi non so, che era IL TUO ANGELO CUSTODE".

"Secondo me invece" ha detto Fabrizio fan di Lady Gaga "vuoi scappare dalle responsabilità, vuoi liberare la tua parte più selvaggia e senza freni ma qualcosa dentro di te te lo impedisce, è IL TUO SENSO DEL DOVERE"

"No io non credo a tutto questo sono cavolate, io sarò anche rigida ma per me sono state LE CIPOLLE", ha detto Francesca che non crede neanche agli oroscopi però quando ha litigato col fidanzato mi ha chiesto per riconquistarlo di fargli il piano astrale.

Allora io non so a chi credere tra i miei colleghi, non so cosa sia vero però di sicuro, volendo spesso scomparire, gradendo stare tutto il giorno in pigiama e non amando particolarmente andare dal parrucchiere (per non parlare della mia tendenza a spalancare le fauci in maniera reiterata), propenderei per la versione della Monica, e non vedrei male la bambina fantasma come mio spirito guida.
La prossima volta guardo meglio e secondo me c'ha anche l'aura rosata tipo Tropea.