domenica, novembre 08, 2015

Il buono

L'angoscia di vivere è piuttosto semplice da raccontare.
Ti tormenti, ti rigiri, un verme senza occhi si ciba delle tue budella. Le stanze si curvano su loro stesse fino a inglobarti e non c'è nulla di più pesante e cementifico delle lenzuola del tuo letto, al mattino, e non c'è nulla che possa farti alzare, per tutto il giorno.
Il cervello si spegne, si atrofizza il cuore. 
I diari e i romanzi si riempiono di immagini che sgorgano abbastanza veloci da questo male e si prova anche un sottile piacere -destinato a svanire assai in fretta, altrimenti non si sarebbe dei gran depressoni- a decorare fogli di carta e fogli di blog con le proprie grondanti sofferenze.
Raccontare lo stare bene, per contro, è difficilissimo.
Quando si sta bene si vive e basta.
Io immagazzino. 
Colline verdi fluorescenti. Raggi di sole, aria fredda. Un bicchiere pieno di matite colorate, con la punta nuova nuova.
I pavimenti puliti. 
L'autobus puntuale. 
Le scarpe calde e togliersele per giocare con i bambini a scuola. 
Nel profondo del profondo della sofferenza, tutto questo c'è.
Ci sono i prati, ci sono le vetrine con dentro i dolci e i bottoni.
Ma non lo si vede per niente. E quindi, alla fine, si racconta di niente.
Per raccontare bene, credo, si devono provare sia lo stare molto male che lo stare molto bene. 
Tutto questo l'ho pensato mentre imbottivo un pollo con la crema al burro e aromi. 
Si prende un pollo di circa un kg e mezzo (perché quello che ho comprato ieri pesava così. Se ne avete comprato uno da due chili, prendetene uno da due kg). Lo si mette in una teglia di ceramica bianca, ovale, dai bordi alti (la mia preferita. Avete quella rettangolare dai bordi bassi di una sottomarca della Cuki? Va benissimo anche quella).
In un mortaio si tritano: salvia, rosmarino, aglio, sale grosso, maggiorana, prezzemolo, timo e tutto quello che esce dall'armadietto del casino della vostra cucina e vi dia l'idea che possa condire per bene un pollo (sì, comprese le stecche di cannella vecchierelle).
Poi si sceglie una bella ciotolina e vi si versa il trito di erbe. Ci grattate dentro anche la scorza del limone avanzata dalla preparazione della torta di mele del giorno prima. 
Infine recuperate il panetto di burro lasciato fuori dal frigo dopo la colazione. Ne staccate un bel pezzettone e lo mettete anche lui nella ciotolina con le erbe e il sale. 
Impastate con le mani. 
Prendete il pollo con le mani tutte imburrate. Lo spalmate dentro e fuori con 'stintruglio meraviglioso; alzate la pelle, massaggiate le cosce. Quel pollo è stato allevato e ucciso perché voi possiate ora godere della sua carne. Sceglietelo con cura: non allevato in gabbia, poverino. Non da allevamento intensivo, se riuscite. Sceglietelo felice, che abbia fatto una bella vita, e vi ripagherà con un sapore paradisiaco. 
Poi l'ho messo in forno, tutto imburrato e con nel busto conficcato il limone intero dalla buccia grattata.
Sono qui che aspetto che si cuocia. 
Prima di accendere il computer mi sono lavata le mani e il burro ha reso la mia pelle liscissima, quasi impermeabile. 
Ho pensato alla domenica. 
Domenica: ragù, pollo arrosto con le patate.
Ho pensato all'attesa: riposarmi un po' dopo aver pulito casa e fatto da mangiare.
E allo stare bene. All'avere pace, all'avere abbastanza da mangiare.
All'importanza delle pause.
Al metodo. 
I due metodi che sto seguendo adesso, Flylady e una dieta dimagrante, insistono entrambi nel sottolineare quanto sia fondamentale darsi una tregua.
Dopo tre quarti d'ora passati a pulire, perché accanirsi ancora? Hai già fatto a sufficienza. Stendi i piedi su una sedia e riposa.
Dopo sei giorni passati a controllarti molto nel mangiare, perché privarsi di un pasto proprio come lo vuoi? Preparati qualcosa di davvero gustoso e che desideri, e preparalo proprio come andrebbe preparato, e goditelo.
Non c'è nessun vantaggio nel punirsi. 
Non c'è nessun beneficio duraturo che nasca dalla privazione.
Perdònati.
Oggi è partito davvero bene. Mi sono svegliata con accanto il mio nipotino. Ho preparato la colazione, ho salutato bene mia sorella e mio cognato. Ho ricevuto un messaggio sul telefono che ha confermato quanto sia in grado di fare ciò che voglio, e bene, con successo (questa ve la racconto un'altra volta).
Ho farcito il pollo. Ho guardato fuori dalla finestra e sembra aprile, però col cielo intenso dell'autunno.
Ho i miei colori, le mie matite pronte a scatenarsi.
Il mio male di vivere c'è stato, sotto tutto questo c'è ancora.
Ci sono le mattine difficili e la voglia di non alzarsi per niente al mondo. Il dolore c'è, la sofferenza, e mentre io sono qui a cercare di raccontare lo stare bene, a dieci km da casa mia questo dolore si manifesta.
In piazza, Salvini e la Lega, forse pure Berlusconi, chissà. Odiare se stessi porta all'odio per gli altri, porta ad annientare te stesso e gli altri esseri umani; porta al chiudersi accroccati lontani dal mondo, nel diniego della natura stessa dell'esistenza, che è la luce, che è il mutuo soccorso, che è il cercare di costruire, di preparare il meglio, e che sia per tutti. Perdonarsi, perdonarsi, perdonarsi. Se stessi, profondamente, e di conseguenza tutti gli altri. Chissà se i leghisti si prendono ogni tanto una pausa da tutto l'odio becero che provano per se stessi, come faccio ogni tanto io, dalla dieta e le pulizie? Non lo so.
Quando stai molto bene, queste cose quasi non le vedi. 
E quindi, alla fine, si racconta del buono che c'è. 


1 commento:

§©@Ʀ@ƁƠƆȻҥɪʘ ha detto...

Per come sono messa al momento, dovrei leggere questo post motivazionale tutti i santi giorni... più volte al giorno! SOB!