domenica, novembre 15, 2015

Les Autres


Ho acceso tre candele ieri sera; una per il davanzale del tinello, una per il balcone del salotto e un'altra per la camera da letto. 
L'ho fatto perché era bello vedere le fiamme ondeggiare nel buio, perché il fuoco allevia e sterilizza, e perché succede in questi casi un qualcosa di una forza inarrestabile, incontenibile, devastante.
Si ha bisogno degli altri. 
Allora cerco sui canali di informazione, su Sky tg, su France 24, sulla BBC, benedicendo tutti gli anni passati a studiare le lingue, qualcuno che dica "ma ce la faremo". "Ma non è tutto perduto".
"Mais on peut reussir à vivre". 
Qualcuno, un giornalista, un esperto, un professore che faccia da papà nell'emergenza e rassicuri che l'Europa, mai colpita da un attacco tanto grave dalla seconda guerra mondiale, può reagire, è pronta, unita e compatta nell'obiettivo di giungere alla pace.
Quello che trovo è l'ignoranza crassa da fila alla posta di Salvini, che raggruppa tutti, dal bambino libico sbarcato a Reggio Calabria al portavoce della comunità musulmana di Parigi sotto il nome di "terroristi" dai quali difenderci a colpi di lupara; 
è Alfano che scuote la testa dinnanzi all'enormità delle cose che dovrebbe cercare di spiegargli, ma forse non ne ha né il tempo, né la voglia né le capacità.
Il nostro ministro della difesa -una donna, ma voi lo sapevate? E ne ricordavate il nome, prima di ieri?- che dice che in Siria non possiamo andare a bombardare senza sapere davvero cosa stia succedendo, senza avere un piano ben preciso, solo per reagire a un attacco.
Si ha bisogno degli altri, allora vado su Facebook.
Per prima cosa compare la lunga lista di amici che vivono a Parigi e che confermano che stanno tutti bene. 
Mando abbracci virtuali e messaggi di meno male.
Poi, la lista ancora più lunga di amici tristi e di conoscenti del tutto impazziti, inneggianti una contro-jihad che parta dalle loro camerette col piumone di Pluto, a suon di "facciamoli fuori" ed "era meglio se annegavano".
Si ha bisogno degli altri.
Sabato mattina per prima cosa avevo alle otto un appuntamento per recitare, cioè pregare, insieme ad alcuni miei compagni buddisti.
Io non ho molti strumenti. Non ho lo studio dell'assetto geopolitico mondiale, non ho la conoscenza approfondita delle religioni, non ho viaggi in medio oriente alle spalle, e sto entrando solo da pochi anni nel mondo della pratica assidua di una fede.
Ma posso pregare. Ho questo, ho lo stare insieme per sperare che le cose cambino, credendo fermamente che lo faranno, muovendomi perché lo facciano.
Gli altri di cui ho bisogno erano vicini a me nella preghiera, e di questo sono grata.
Gli altri di cui ho bisogno dicono anche che i musulmani sono cattivi, che è inutile provare tanto dolore per i morti a Parigi se poi per gli studenti decapitati all'Università in Kenya non spendiamo una parola, che la religione stessa è inutile, che il dolore stesso è inutile, che scrivere e pensare è inutile, adesso, che bisogna starsene tutti zitti muti e non perdere tempo con sentimenti e preghiere. Che Oriana Fallaci nel suo delirio di odio cristiano aveva ragione e adesso sta a noi scatenare guerre. Che Gandhi o la diplomazia, invece, non hanno ragione mai.
Anche di questi altri ho bisogno.
E ne ho bisogno perché devo capire chi sono io.
In questi momenti più che mai, devo sentire che io sono viva.
Che non ero a Parigi a sentire gli Eagles of death metal venerdì sera, ma a mangiare cibo thailandese in centro a Bologna, seduta accanto alla mia amica iraniana e servita da un cameriere pakistano.
Che sono buddista e fermamente credo, secondo la mia fede, che ogni persona -ognuna, ognuna, ognuna- è un Budda. Che è mio compito considerarla tale. Che è da lì, dal profondo rispetto per tutti - per tutti, per tutti - che parte la pace. 
Che non posso, non voglio, non credo sia giusto stare zitta e celare.
Che se si soffre tanto per i parigini non si soffre meno per tutte le altre vittime del mondo.
Che a Parigi ci sono stata tante volte, che avevo l'albergo proprio in rue de Charonne, che ci ho vissuto, ci ho studiato, ci sono andata per amore e per lavoro; e per tutte le strade e le chiese e i piatti di zuppa e pane che mi sono mangiata ridendo.
Che credo nello studio, nell'avere la mente non aperta, ma spalancata al mondo, che la mia vita ha un valore inestimabile e prezioso come quella di tutti, di tutti, di tutti. 
Allora, che gli altri dicano.
Che raccontino. Che vomitino giudizi, che si perdano dietro le proprie ignoranze, le proprie idiosincrasie, i propri personalissimi o generalissimi rancori e convinzioni. Che si esprimano. 
Perché serve. Serve a capire a cosa teniamo.
Io tengo a che si arrivi ad amarci sempre di più l'un l'altro. 
Tengo soprattutto alla libertà. La più assoluta. La più pura. Di pensiero, di parola, di azione, di cambiare idea.
Tengo al dire, al dire, senza remore, senza paura.
Alla lotta contro la paura.
E se sono sola, non lo so. 
Se sono sola in mezzo a persone che cedono alla via più facile, alla via del razzismo e dell'ignoranza, della censura e dell'autocensura, mi importa.
Non voglio sia così.
Voglio una zattera, e stringermi agli altri di cui ho bisogno.
E per questo non smetto di piangere, e di accendere le mie candele, su tutti i lati della casa, perché dagli altri palazzi qualcuno si affacci e capisca che non è solo. 
Che io ci sono, e ho una vita, ancora, e delle idee, e voglia e necessità e la libertà di esprimerle, e per queste idee e questa libertà io combatto. Per gli altri, contro ogni pensiero di odio mi venga in mente.
E  non smetto di cercare chi ha bisogno di me. Chi le mie idee le vuole rispettare e condividere. Chi vuole accendere candele.
Chi ha voglia di vivere. Chi ripudia la violenza e la prevaricazione sugli altri, in ogni sua forma. 
In ognuna, in ognuna, in ognuna.


1 commento:

§©@Ʀ@ƁƠƆȻҥɪʘ ha detto...

Silenzio.
Solo silenzio.
Per non sciupare nemmeno una virgola di questo eccelso atto di accorata introspezione.

E un abbraccio.