martedì, dicembre 14, 2010

La disambiguazione luminosa dell'Ospite


In questi giorni ho fatto l'ospite. Nel senso contrario del termine. Pochi si ricordano che ospite, in italiano, è anche colui che ospita, e questo lo preciso solo per starvi antipatica.
Come vi dicevo qualche tempo fa, ho passato una settimana cercando di dare una forma abitabile alla stanza degli ospiti (non nel senso di chi ospita, ma nel senso di...oh, ok, che cazzo di termine ambiguo, l'italiano fa schifo, se non ci arrivate voi non è colpa mia). Ho spostato mobili, spolverato libri mummificati, rimosso vent'anni di poster, aggeggi, scazzugli, fermagli, bijou e cose che non ho idea di cosa fossero ma assomigliavano una volta a dei boh, per fare posto a un paio di quadretti dei Rolling Stones e a un sobrio futon.
Ho coperto il piumino con un copripiumino pulito, ho spazzato, lavato, stirato e asciugato.
E' arrivato l'ospite e ho cucinato, accolto, sistemato delle tovagliette per la colazione comprate in Francia talmente belle da aprire il cuore, ci ho rovesciato sopra il caffè, ho rotto un bicchiere, ho acceso di luci l'albero di Natale e tutta la casa si è ammantata di quell'allure tipica da famiglia perbene.
Sono stata attenta a che la carta igienica non finisse mai per terra, allungando le sue candide spire fino al pavimento, abbandonandosi mollemente ai giochi del gatto.
Ho elargito asciugamani freschi di bucato, sorrisi e cortesie.
Mi sono sentita una scema totale, perché ho parlato troppo tutto il tempo. Insieme a Capezzone e al gorgonzola, una delle cose che dovrebbero sparire dalla faccia della Terra è il bisogno che si sente di parlare quando si è da soli con uno sconosciuto.
Non è neanche un bisogno, a dire il vero, ma un dovere. Come quando a forza di cucchiaini si svuota la zuccheriera, e poi la si deve riempire: il silenzio che c'è tra chi non si conosce è una giara che va al più presto colmata; con tutto: musica, tosse, succhiare di brodo o caramelle, sorbire di caffè, risate apposta, fa freddo, vero? E dov'è che abiti di preciso?

Una cosa che però è successa ed è stata bella è che a parte i risucchi e le scatarrate, è venuto fuori anche un discorso su lui piccolo che ha visto suo padre macellare il maiale.
Si è dovuto premere il cuscino sulla testa per non sentire le urla come quelle di un bambino, e poi la famiglia tutta insieme preparava i frittuli e le salsicce e le costine del maiale che la mattina ancora scorrazzava libero e invece adesso guarda, è tutto a pezzettini, unto del suo stesso grasso e in bocca al nonno che se ne ciba a quattro palmenti.
Io allora ho raccontato di quella volta che invece ho visto una famiglia marocchina squartare il montone e l'abbiamo mangiato insieme. Poi abbiamo parlato di com'è essere come siamo noi, che ci lasciamo trasportare dalle cose al punto che dopo un po' non ci accorgiamo di dove ci ha portati questo nostro lasciarci trasportare, che non ci siamo accorti ma forse siamo andati troppo al largo, e allora per ricalibrare la bussola o la bilancia o le stelle guida o quello che è, ecco che dobbiamo praticare il Buddismo.
E servirà? E ci farà del bene? E cosa vuol dire stare bene? E in che senso, servire?

Il tutto mentre io riempivo i peperoni e pulivo il pavimento, e ogni tanto trovavo il coraggio di guardare negli occhi questo ospite che spero un giorno diventerà mio amico e non solo l'amico del mio fidanzato, e che spero che un giorno non dovrò sentirmi in dovere non solo di riempire il suo silenzio, ma anche di non chiedermi se lui si sia sentito in dovere di riempire il mio.

Stamattina è ripartito e mentre bevevamo il caffè, c'era un sole fortissimo quasi bianco che batteva contro il davanzale illuminando l'annaffiatoio di metallo, rendendo incandescenti le piante gelate.
Ho fissato immobile la luce, pensando a nulla, con lui piegato su uno scatolone e su pensieri suoi, e mi sono accorta dopo tanto tempo che eravamo in silenzio e poi ho preso un mandarino e l'ho sbucciato senza dire niente.
Senza dire: "che buoni, grazie per averli portati. Sono così diversi da quelli di qui, che sembrano frutti dell'acido muriatico, sono così dolci mmmh che regione meravigliosa la tua con quei bei sapori",
senza dire nemmeno "oggi farà freddo eh, ma meno male c'è il sole"
senza pensare che il mandarino dolcissimo sarebbe finito, prima che tra le mie fauci, in un buco nero di disagio.
L'ho sbucciato e mangiato guardando la luce, sapendo che il mio ospite era lì e che io ero la sua ospite e che ognuno stava facendo le proprie cose, pensando alle proprie cose, rendendo la presenza dell'altro sconosciuto un sottofondo non imposto, ma lieve e comodo come una federa pulita. Lui è un ragazzo che inventa delle canzoni bellissime, con testi che vorrei saper scrivere io e una musica che ti rimbomba da qualche parte nel plesso solare e non ne vuole sapere di muoversi da lì. E' un po' strano mangiare dei mandarini molto dolci in silenzio con uno che conosci poco che scrive delle canzoni così, ma io l'ho fatto.
E' strano pensare che non ci si renda conto chi sia ospite di chi e in che senso, e se al contrario oppure no.

Quando è andato via gli ho regalato la "Lettera sulla felicità" di Epicuro, con sempre l'ansia di essere troppo ingombrante, con tutti i miei cibi e la mia presenza e le continue attenzioni. Un'ansia che non mi abbandonerà mai.
Però, quando gli ho allungato il libro, a questa cosa non ci ho proprio pensato.

7 commenti:

Mercoledì ha detto...

Alla prossima "ospitata" contatta "Cortesie per gli ospiti"! ..così sì che ti sentirai DAVVERO a DISAGIO! :/
MUAH!

daniela ha detto...

Mi commuove quando scrivi che parli di buddismo. E anche il resto del post è toccante. Davvero.

Choppa ha detto...

grazie Daniela, ma sai che questo ragazzo ha cominciato a praticare qualche mese prima di me? E' stato bello parlarne, comunque sto scoprendo che un sacco di gente lo fa.

daniela ha detto...

Davvero? E' incredibile... questa è una cosa che succede sempre. Quando si inizia a praticare, "misticamente" spunta gente intorno che pratica. Chiamasi energie che si corrispondono!

Choppa ha detto...

dico solo: figata. Lo so che in un contesto mistico come quello del Buddismo non si dovrebbero usare termini scurrili, ma insomma...da quanto pratico, due mesi? E sono successe un sacco di cose che mi hanno fatto dire proprio: "figata". E non so se sia la pratica o che, ma sia per le cose positive sia per quelle negative provo emozioni molto più chiare e "pure", ovvero: la gioia non viene deturpata da ansia, e la preoccupazione è sempre costruttiva, non mi annichilisce.
Fantastico. E come mai non lo fanno tutti? MISTERO.

daniela ha detto...

Perché non tutti praticano? Perché non è facile crederci e non è facile andare fino in fondo, affrontare la propria oscurità. Il Buddismo ti dà gli strumenti per farlo ma ti dice anche che bisogna prendersi tutta la responsabilità della propria vita, che bisogna sfidarsi per essere felici. E non tutti sono disposti a farlo. Tu, Marta, sei il mio primo shakubuku concreto, cioè la prima persona a cui ho parlato della pratica che ha iniziato a praticare sul serio, e non sai quanto ne sono felice. Ma anche con te, quanto ci è voluto prima di proporti di andare a riunione? Avrei potuto dirtelo molto prima, è vero, ma non lo sentivo, temevo che mi dicessi che non ti interessava, o che ti mostrassi cinica o semplicemente che mi dicessi che non era per te. Ci ho praticato un anno e anche più perché arrivasse il momento che poi è arrivato! E per fortuna tu hai recepito... evidentemente la tua vita era pronta a farlo.
Ma hai idea di quante sono le persone a cui ho spedito il libretto, le persone che ho sostenuto, quelle a cui ho parlato e straparlato della pratica, quelle che ho accompagnato a riunione, quelle a cui mando regolarmente sms di incoraggiamento? Hai idea di quante sono le persone che mi hanno visto cambiare completamente, che mi hanno chiesto qual era il segreto e, nonostante questo, sono rimaste scettiche, senza desiderio di andare a fondo?
Te ne accorgerai, quando inizierai a fare shakubuku (e lo farai), quanto è difficile. E perché è difficile? E' difficile perché purtroppo la nostra oscurità molto spesso è più grande della nostra parte illuminata.
E ti dico pure: quando la nostra vita si sblocca, quando noi approfondiamo la fede, quando facciamo un ulteriore passo avanti, misticamente anche gli shakubuku si sbloccano. Questo significa "partire sempre da sé".
Io ho fatto shakubuku a centinaia di persone, ce ne fosse una che ha ricevuto il Gohonzon. praticano per un po', alla prima difficoltà mollano. Il Daishonin lo scrisse: "Cominciare è facile, continuare è difficile, ma la Buddità si trova solo nell'approfondire la fede".
Una mia amica è guarita da un tumore grazie alla pratica; magari sarebbe guarita comunque, non so, ma lei stessa mi ha detto che sentiva una forza nell'affrontare la malattia che non aveva mai sentito prima, che il suo stato vitale era a mille, che si sentiva un'altra. E' stata felicissima in quel frangente e molto riconoscente, ma appena si è sentita "al riparo" ha smesso. Ha poi praticato un altro po' di tempo quando stava male la sua cagnolina... non appena la cagnolina è guarita ha smesso di nuovo. Purtroppo questo è un atteggiamento molto diffuso, ma io non mollo. Del resto la Legge si chiama "mistica" proprio perché trasforma l'impossibile in possibile. ;-)
Noi siamo fortunati e proprio per questo abbiamo il dovere di diffondere il buddismo, di farlo conoscere a tutti, di lanciare il seme. Non importa se spesso quel seme non attecchirà, prima o poi il seme diventa sempre fiore. L'essenziale è "aspettare e sperare", come disse Edmond Dantes (che non c'entra niente, ma sai, ho appena finito di leggere il Conte di Montecristo e la citazione ci stava tutta) ;-)))

Anonimo ha detto...

Il seme del nuovo è fiducioso.
Si radica nel profondo nei luoghi che sono più vuoti (oscuri).
Clarissa Pinkola Estes