lunedì, novembre 15, 2010

Something has Broken (and Now, only Time can tell)

Come vi dicevo, il Babbuddha si è rotto una caviglia.
Pare che quando uno si rompe una caviglia non possa venire ingessato meno che da sotto il ginocchio in giù, piede compreso naturalmente, in modo che tutta la gamba resti bella dritta e tesa come un cannone e l'osso spezzato non riesca a muoversi neanche per sbaglio.
Pare.
Pare che quando uno si rompe una caviglia se ne stia per un mese a letto, col piedone appoggiato sopra una pila di cuscini alta due metri a leggere fumetti, riviste di moto e tutta la serie di romanzi del tipo che uno non trova mai il tempo di finire, come "Guerra e pace", "Il pasto nudo" o il leggiadro tomo di oltre duemila pagine "Il secolo breve" di Hobsbawm, un titolo una battuta, un autore un codice fiscale.
Uno si rompe una caviglia e ciò che tiene sul comodino, a portata degli arti sani, sono una bottiglia d'acqua, due o tre piccoli tetrapak stropicciati di succo di pera che periodicamente vengono sostituiti da succhi nuovi smaglianti da qualche amico, o parente, o badante bendisposto; edifici di libri pericolanti, qualche pacchetto di fazzoletti e il cordless o telefonino, che non si sa mai possano chiamare amici, parenti, ufficio o badanti bendisposte.
Uno quando si infortuna sta a letto, legge, ascolta la radio, risponde "sì grazie sto meglio" e basta.
Uno.
Non il Babbuddha.
Il Babbuddha sul comodino ha un coltello di quelli a lama liscia comprati per 1 euro al Lidl "per grattarmi la schiena". Una bottiglia vuota di Gatorade tagliata a metà con dentro uno spazzolino vecchio e due cerotti (non chiedetevi il perché, nemmeno Magritte potrebbe mai arrivarci).
Il Babbuddha ha resistito addirittura due giorni steso a gamba in su prima di decidere che era guarito e cominciare a vagolare per casa a bordo di una sedia da ufficio con le rotelline da triciclo.
E cominciare a:
cambiare la disposizione di tutte le suppellettili di casa,
vuotare la fruttiera dalle banane "perché se no schiacciano le mele", abbandonandole sul tavolo a imperitura marcitura,
cuocere un enorme pentolone di castagne non considerando che i membri della famiglia che amano le castagne sono presenti in numero di: zero, dunque producendo una quantità di boli autunnali lasciati ad ammuffire in una cesta e poi svuotati (da me medesima) nella pattumella dell'organico, in un obbrobrioso ricongiungimento miasmatico con i resti dell'orata e della zuppa di porro,
preparare un numero di caffè pari a due volte la circonferenza della Terra,
spacchettare tutti i 146 cracker presenti in dispensa e liberarli per la cucina, forse, chissà, nel tentativo di vederli riprodursi per osmosi e avviare un'attività di allevamento di sfoglie salate,
aprire ogni cassetto, anta, finestra presente nell'appartamento e svuotarlo di ogni suo interno, sparpagliando cucchiaini, vestiti, scarpe, coperte, fogli, giornali come viscere nel rifugio di Charles Manson,
che poi IO devo cercare di far rientrare nei corpi sventrati di librerie e armadi e scaffali esibendomi in operazioni degne dell'ultima serie di ER.
Sì, perché se in questi giorni non scrivo è perché non riesco a fare molto altro a parte rincorrere il malato. Che ha (molte) più energie di me, si annoia (poverino!) ed è autosufficiente quando vuole e impedito quando serve, anche se (poverino, stavolta senza ironia) smania per un giro in giardino e l'idea di un chilometro in macchina gli pare un miraggio.
...
Fino a ieri.
Ieri non solo è riuscito a fare le due rampe di scale che separano il letto dal giardino, e senza un lamento (mentre quando deve girare il culo sul divano sembra si prepari per l'Aida, da quanto sbuffa e bofonchia), ma mentre io gli preparavo il pranzo, e rifacevo il letto, e tentavo di arginare la slavina di casino che lo segue come bava di lumaca,
LUI,
ha guidato.
Non so come. "Volevo vedere come reagiva il gesso alla frizione".
Così adesso mi aspetto di vederlo tornare con le buste della spesa e il timbro sulla mano di qualche locale notturno, mentre io devo ripiegargli la carta igienica perché se no "non ci arrivo".
Ecco.
Da questa esperienza, che si protrarrà per altre due lunghe, intense settimane durante le quali forse nemmeno il buddismo potrà salvarmi, ho imparato che:
con i malati non ci so fare affatto, specialmente con i maschi malati, specialmente se non stanno fermi un secondo,
per evitare che si formino dei trombi a causa delle fratture, bisogna spararsi dei punturoni di medicina nella pancia. Non che avrei difficoltà a trovare l'area, ma spero non mi capiti MAI di dovermeli fare.

Adesso vi saluto.
Non perché sia l'ora di pranzo e mi debba sobbarcare l'attento vaglio e conseguente spacchettamento di ogni genere alimentare presente in frigo e preparare pasta al pesto per diciotto "così la mangio anche a merenda e semmai anche domani a colazione".
Ma perché due giorni fa il Babbudha ha espresso il desiderio di farsi dei buchi nel gesso "per far respirare il piede" e adesso, dal cortile, mi è appena giunto il grido:
"Sai mica dove sono le tenaglie?"

Sarà meglio che mi sbrighi.

10 commenti:

Mercoledì ha detto...

E' bellissimo leggere queste tue attente forme di vita! A volte mi viene un sorriso, non perchè trovo assurda la storia, i personaggi o le circostanze; so benissimo che queste cose succedono davvero e sentirle da un altro sembrano sempre meno "pese" di quando capitano a casa propria.

Da me sono all'ordine del giorno, se non ripetute in bis o addirittura (pubblico pagante o meno) in tris!

Mi hai fatto ricordare quando io e mio padre abbiamo ingessato la caviglia ed il piede a mia madre per farle uno scherzone!
Eravamo appena tornati da una visita alla mia schiena storta e mentre mi stavano facendo un calco di gesso per un futuro busto metallico e pruriginoso, a mio padre venne l'illuminazione di "fregare" un rotolo per fare i calchi di gesso.

Arrivati a casa, mia madre stava dormendo e noi mettevamo a segno il colpo del pomeriggio.

E' stato divertente toglierle il gesso mentre ci malediceva ripetutamente! Più mio padre che me, ma non fa niente!

W il Babbudha!

Scarabocchio ha detto...

Lo sò che non si ride sulle "disgrazie" degli altri ma...

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OPS! Mò mi passa eh! ^^

Choppa ha detto...

sgrunt.

:D Per fortuna ci rido anch'io, va'! Scarabocchio, ho perso l'indirizzo (di nuovo) del tuo altro blog,lo tieni ancora? me lo mandi con una mail? Bacioni

Peyorider ha detto...

Ciao Marta,io DEVO conoscere il Babbuddha assolutamente.E' un must della mia vita...non posso dire di aver vissuto se non ho condiviso la saggezza del Babbuddha...O spirito libero e rincarnazione di ogni essere dal supremo Io...dici che è possibile avere udienza dal divino...fammi sapere...magari una sera che rifai la pizza.Ciao grande Marta!!!!

Choppa ha detto...

Ciao! Vieni pure quando vuoi, t'invito appena decido di fare la pizza in casa: veramente neh, tieniti pronto.
Il Babbuddha è a disposizione per elargire i suoi consigli e dispensare perle di saggezza e briciole di qualsiasi cosa (soprattutto cracker).
Porta in dono un fiasco di vino e avrai il tuo oracolo svelato.
Augh!

SunOfYork ha detto...

sudoku.
regalagli dei sudoku. di solito funzionano :)

buona fortuna (a entrambi, ma soprattutto a te!)

sun

Choppa ha detto...

Sudoku?! E' già tanto che riesca ad annerire gli spazi vuoti...
poverino, come sono cattiva.
Comunque oggi è andato a trovare un suo amico: senza dirmi niente ha preso la macchina e ha attraversato la città, roba da ritiro patente, dunque i tuoi auguri sono più che ben accetti!
:D

Carlo ha detto...

Favoloso (non l'incidente o il gesso, ma il divertimento dalla tua scrittura).
Comunque, un gran bel babbo energico.

Mercoledì ha detto...

Ciao Choppa!
Se passi da me c'è un regalino da ritirare! :*

Anonimo ha detto...

Hi, certain me on lisachu

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