giovedì, ottobre 11, 2007

Il passato


La casa di G. fa parte di quel complesso di appartamentini popolari siti lungo via Andrea Costa, una volta destinati agli operai e oggi di esclusiva proprietà dei ricchi che hanno avuto la scaltrezza di iscriversi a una lista di collocamento.
Così, queste casettine basse con la targa "Risanamento" ospitano una serie di famigliole che a dicembre va in vacanza a Honolulu, a primavera passa i weekend nelle capitali europee e tutto l'anno non paga niente d'affitto.
Nella casa di G. ci entro ogni settimana da tre anni e non mi sono ancora abituata al contrasto tra dimensione-cassa integrazione e arredamento-eccoti l'aumento.
Un salotto grande la metà di camera mia accessoriato come una filiale di Media World, un bagnetto ridicolo impreziosito da suppellettili antiquarie, dappertutto lucore e profumo di cura, un'attenzione al dettaglio che sembra scivolata per sbaglio dalle pagine di un Home Style lasciato aperto sul divano (di pelle imbottita).
C'è anche un terrazzino, un mq di foresta Amazzonica nel centro di Bologna, collegato al tinello da una porta a vetri che G. e io lasciamo aperta mentre facciamo lezione.
Da lì proviene sempre l'odore del mio passato: di verdure, per la precisione.
Quell'odore che sentivo quando tornavo a casa dopo una giornata di scuola, mentre percorrevo sollevata via del Pratello, guardando il sole leccare le pareti delle case rovinate e pensando che no, domani quello di filosofia non interroga perchè alla seconda ora c'è assemblea di classe.
Quell'odore farinoso di legumi schiacciati che accompagnava le speranze di trasferimenti, di successi, di anni post maturità passati a essere diversa.
Amori immaginari.
Amori vissuti per un pelo.
Quell'odore di verdura cotta che sa di nonna, di piatto fondo su una tovaglia stirata, di giorni in cui ero felice solo perchè salivo sul tredici dopo aver preso un bel voto in inglese, perchè pioveva, perchè anche quest'anno l'occupazione si farà e saranno cazzi amari per tutti, per la nuova legge Berlinguer, per chi ci vuole pecorelle, per noi.
Quell'odore che associo alla lana, quando mi mettevo il poncho peruviano, unica su mille studenti fedeli al diktat del Woolrich.
Quando vestirsi diversamente poteva essere definito coraggio.
Sedute vicine, io e G. chiudiamo gli occhi e per un minuto scordiamo i phrasal verbs, unite nel profumo di verdura: per me passato da ricordare, per lei piatto piccolo e intriso di cose nuove, come la sua vita.
Come la sua casa.

1 commento:

Scarabocchio ha detto...

RomanticamenteChoppa!