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martedì, novembre 06, 2012

Viva la pà pa pa pa pà Pa pa pa pa Pap test

Lo scorso Halloween non solo mi sono persa l'esclusiva proiezione del Rocky Horror al cinema Odeon causa esaurimento posti e culo peso, ma ho anche passato il pomeriggio dal ginecologo.
Visita di routine per scandagliare i miei più insondabili abissi in cerca di preziose conferme che il cistoma non sia tornato. Infatti non è tornato. In più, questa volta mi è toccata la rogna del pap test.
Mentre stavo lì a gambe spalancate e divaricatore piantato nell'intimità, a fissare il soffitto e farmi venire le nocche bianche dal tanto stringere le sponde del lettino, il mio caro gine Mangiafuoco intratteneva con me (o per meglio dire, con la mia caverna), tale conversazione:

"E allora come andiamo Marta?"
"Eh ehm insomma. Bene".
"Mi ha detto tua mamma che fai laboratori per bambini. Apri apri bene."
"Ehm eh sì, nelle biblioteche, nelle scuole, faccio delle ahia letture, così va bene?"
"Ah che bello, che brava, spalanca, e da quanti anni in su?"
"Ahi dai tre agli otto, nove anni circa....uuuh, cos'è?"
"No niente lo speculum, è che proprio non riesco ad arrivare...mmmh....grande donna, grande scrittrice, ci vuole uno speculum grande"
Ecco sì, un grande pennello, Speculum Cinghiale. 
"Hai visto come sei guarita bene, come sei guarita?"
"Ah ahah ehm eh sì eh ah....ahia"
"Ecco qua, pensavo che potresti mandarmi il progetto delle tue letture poi venire su alla nostra associazione di genitori una volta al mese che facciamo laboratori, ah che collo dell'utero lungo, c'hai un utero lungo c'hai, ma dov'è?! Li facciamo a Monghidoro, i laboratori.Allora mandami una mail che poi ti contattiamo"
"Ahi ahi ahi c-certo, sì, sì come no"
"Ah che brava, che bello, come sei guarita bene, no senti laggiù proprio non ci arrivo".
"Ma ma dove, a Monghidoro?"
"Ahah no Marta, Martona, a farti il pap test, richiama l'ostetrica che ti ha fatto l'altra volta dai, che sarà più brava di me"
"Maccome?"
"Eh sì, son più brave dei dottori le ostetriche, e se non ce la fa nemmeno lei bisogna che vieni in ospedale e ti addormentiamo"
"Co-cosa? Per un pap test?"
"Eh, sei grande, c'hai la pancia, non sei facilissima eh. Cara la mia Marta, bella, allora me lo mandi il tuo progetto?"
"Eh mah insomma, ahi ahi, non so...magari chiamate anche voi l'ostetrica a farvi i laboratori, che è più brava, porco cane!"

Per fortuna il mio caro gine Mangiafuoco ha un ottimo senso dell'umorismo e invece di incazzarsi e mandarmi via a pedate dal suo studio, mi ha riempita di sorrisi e incoraggiamenti.
Poi prima di andarmene via per le strade della notte mi ha stretta fortissimo e mi ha ripetuto "brava".
C'avrò anche la pancia, ma ad abbracciarmi tutta ci riesce benissimo.
(Altrettanto non si può dire del farmi il pap test, ma per stavolta mi accontento).

martedì, settembre 06, 2011

ViviVerde (non Grasso)


Sulle confezioni del succo di frutta Vivi Verde della Coop c'è il pittogramma più indisponente che abbia mai visto, che ancora una volta mi fa pensare che il razzismo verso gli obesi sia uno dei più diffusi, universalmente accettati e perniciosi, tra i tanti e vari e orribili che esistono.
Il disegnino in questione - un bambino obeso che gioca in altalena sparando in aria due bambini magri- illustra la frase "non esagerate con le porzioni".
Perché se no il tuo bambino diventa grasso.
Quindi non potrà più giocare come si deve.
Quindi non sarà accettato dagli altri bambini, in quanto inabile a un corretto e moderato divertimento.
Ergo verrà deriso, isolato, precluso da una vita sociale accettabile e soddisfacente.
E tutto questo a causa di due o tre confezioni di succo di pera bio Vivi Verde di troppo.
Ora.
Il messaggio che il geniale e sicuramente atletico e asciutto direttore marketing del marchio Vivi Verde Coop vuole far passare con questo pittogramma non è quello di un rischio di discriminazione dovuto al peso, bensì delle pericolose conseguenze che dal sovrappeso derivano, ovvero:
infarto ictus ipercolesterolemia iperglicemia ipertensione tumori cellulite e altri vari orribili castighi divini.
E allora, però, perché non mettere lo stesso simbolino sulla Nutella o sulle patatine, prodotti ben più pericolosi di un tetrapak da 33 cl di succo di frutta?
Semplice: perché né la Nutella né le patatine rientrano nella linea Vivi Verde Coop, né tantomeno nei parametri dell'acquirente medio di tale linea, ma in quelli degli emarginati ciccioni golosi pigroni che passano le giornate infossati sul divano a sbrodolarsi di strutto mentre la loro pingue prole fa volare i figli dei magri acquirenti Vivi Verde Coop dalle altalene, procurandogli lesioni curabili solo con i prodotti omeopatici Vivi Verde Coop con Unguento di Canapa ed Estratto di figlio Ciccione Morto (causa del decesso 100% naturale).
L'acquirente medio Vivi Verde Coop mai si sognerebbe di contaminare il proprio carrello di plastica biodegradabile con prodotti che non siano certificati biologici, dunque con un prezzo maggiorato almeno del 15% rispetto ai prodotti normali.
Perché l'acquirente medio Vivi Verde Coop ha un buon lavoro, e può permettersi di spendere di più, ed ha un grado di istruzione medio alto, per cui riesce a calcolare facilmente il rapporto
euro/fibra per prodotto, il che lo porta inevitabilmente a scegliere la linea Vivi Verde Coop.
Inoltre, ha una macchina ibrida di ultima generazione, le gambe abbronzate da lunghi weekend nella villetta al mare in località discretamente trendy ma lontana dalle folle di buzzurri alimentati a Striscia la notizia e pasti al microonde, la libreria piena di Mazzantini, i vestiti di puro lino, le federe Maisons du monde e l'abbonamento alla Repubblica.
Una laurea.
Una donna delle pulizie.
Alcune foto in bianco e nero di amici che se ne sono andati a vivere in montagna negli anni settanta in una comune senza frigo dove nessuno puliva mai il cesso, dove un aprile di occupazione si è trasferito, l'acquirente medio Vivi Verde Coop, pensando magari di restare là per sempre per cambiare il mondo, e invece alla fine di agosto è scappato perché gli veniva la nausea a mungere le capre alle sei del mattino e i calli sulle dita a zappare l'orto per le barbabietole, che tra l'altro gli fanno pure schifo.
Barbabietole, nella linea Vivi Verde Coop, non ce n'è.
Molto meglio lavorare nello studio dello zio, allora.
Molto meglio avere la Coop vicina sotto casa per comprare i prodotti della linea Vivi Verde Coop tra cui la ricotta di capra già bella chiusa sterilizzata nel suo bel contenitore di cartone plastificato da buttare nell'apposito contenitore differenziato, senza che mangiarla implichi per forza mammelle incrostate di sterco e melma cagliata.
E la notte, dopo due o tre pagine della solitudine dei numeri primi, spegnere la luce e non riuscire a dormire, gli occhi sbarrati dagli interrogativi e dalle troppe pillole di guaranà.
Gente così non ha figli grassi.
Gente così sa che cosa fa bene e cosa no, che mangiare troppo fa male, che mangiare troppi zuccheri fa ingrassare, e santodio, che persino la frutta in realtà sono zuccheri mascherati da cibo sano, e perciò è bene moderarla se non si vuole poi che i figli diventino obesi.
Gli obesi sono ignoranti, invece.
Non comprano succhi alla pera Vivi Verde Coop, comprano le patatine.
Non stanno bene perché mangiano male, si fanno abbindolare dalle confezioni luccicanti, dalle pubblicità.
Il consumismo uccide, pensa l'acquirente medio della linea Vivi Verde Coop, e io ne sono fuori, perché sono consapevole delle mie scelte, padrone della mia vita, con un figlio snello e sano che vince tutte le gare di atletica delle medie e finisce tutta la verdura nel piatto e da grande prenderà una laurea, il lavoro nello studio dello zio, la donna delle pulizie e tanti bei succhi di frutta alla pera Vivi Verde Coop senza esagerare, perché se no si ingrassa, e poi avrà dei figli e che anche loro avranno dei figli tutti tirati su a bastoncini di crusca e poca frutta che fa male se no si ingrassa e avranno anche loro una laurea una casa al mare defilata pulita dalla donna delle pulizie che c'ha il figlio obeso e il lavoro dallo zio e dei figli magri con poco succo di frutta e........


ad libitum.


Anch'io compro i prodotti Vivi Verde Coop, mi piacciono specialmente i tovagliolini di carta riciclata, le marmellate e -buon dio- i succhi di frutta, che son ricchi di polpa e freschi e proprio per niente male.
Eppure quel simbolino col bimbo grasso deriso, ecco, quello lì è sufficiente per non farmeli comprare più, sti cazzo di succhini biologici.
Il mio euro e mezzo non lo avrete mai, brutti razzisti.
Vi preferisco la Fanta.
Che quantomeno non mi prende per il culo.

lunedì, giugno 27, 2011

Basta il pensiero (dedicato a chi mi chiede quanti soldi ho in banca visto che scrivo)

Quando si lavora con gente perbene, che anche se fa l'artista è perbene, e ti paga, e reputa il tuo scrivere non solo un divertimento, un hobby, una perdita di tempo, ma addirittura un lavoro che va retribuito, e sostiene che andare a leggere a voce alta le tue cose non sia solo "un modo per farti conoscere che sei giovane" (sotto sotto intendendo "e ringrazia pure che ti do lo spazio aggratis"), ma addirittura pensa che sia giusto darti un contributo per l'impegno, il tempo, la voce, il viaggio -per quanto breve- in termini di denaro e cibo, affetto e vino, ecco, quando si lavora con gente così poi uno, che faccia l'artista o il muratore, torna a casa che si sente felice.
Io non chiedo mai soldi. Nemmeno la cena pagata, o il rimborso per le spese di viaggio.
Spesso mi chiedono se a fare i reading, e le presentazioni, io guadagni qualcosa.
Sì.
Guadagno complimenti, giornate in posti che prima non conoscevo, chiacchiere, il misto di sensazioni che regala l'avere lo stomaco chiuso con una molletta da bucato, un po' di sano imbarazzo e, come dice la gente che organizza tali eventi, "visibilità".
Se presento il mio libro, vendo qualche copia.
E stop. E va bene.
E quando ieri, che non ho presentato il mio libro, ma ho letto dei racconti scritti apposta che parlassero di autobus, di me sugli autobus, e li ho letti a dei bambini e ai loro genitori seduti con me su un autobus, e ho guadagnato complimenti, una giornata in un posto che prima non conoscevo, chiacchiere, il misto di sensazioni che regala lo stomaco chiuso con una molletta da bucato, un po' di sano imbarazzo, visibilità, ottima insalata di pasta e vino a volontà E qualche decina di euro, ecco, beh, mi son sentita riconosciuta più del solito.
Il valore di una persona non si riconosce con il denaro.
Forse nemmeno quello del lavoro. Ma quello della fatica sì.
Ed è lavoro - per quanto si possa credere il contrario- scrivere, presentarsi a delle prove, animare una lettura. E' lavoro pensare, se il tuo pensiero è a servizio degli altri, ed è lavoro e tempo e fatica prepararsi a un reading, a una presentazione, a una serata che non implichi il grattarsi la pancia con gli amici sul divano.
Il poeta Alberto Masala dice: "Io o non mi faccio pagare, o mi faccio pagare tantissimo", ed è un concetto che abbraccio anch'io. O ci si rende conto che la situazione è tale da non poter chiedere né rimborsi né altro (serate di beneficenza, scuole, volontariato, presentazioni di libri in cui comunque guadagneresti qualcosa dalle vendite, manifestazioni per la cultura a cui tieni particolarmente e chissenefrega se ti pagano o no), oppure bisognerebbe pretendere un riconoscimento in denaro del proprio lavoro.
Il punto è: bisognerebbe poter scegliere.
Bisognerebbe poter fare come Masala e dire: no, per questa volta non voglio niente.
Bisognerebbe poter decidere di regalare il proprio tempo, il proprio pensiero, il proprio lavoro a chi vuoi tu, e non a tutti, indiscriminatamente.
Ecco, io ieri sera a quei bambini e ai loro genitori, al teatro DOM, al Teatrobus, alla serata che è stata, il mio lavoro l'avrei regalato volentieri. E invece mi hanno pagata.
Non importa se fosse stato in soldi, in cibo, in buoni per un giro sulla ruota del luna park: il mio lavoro è stato riconosciuto come di valore, come è, perché non è possibile considerare di valore solo il lavoro puramente manuale, o con risultati fatturabili; non si può considerare di poco conto il lavoro del pensiero, dell'artista, come fosse un divertissement del quale poter anche fare a meno, da mettere in secondo piano rispetto al lavoro dell'autista, dell'elettricista, dell'insegnante, del notaio. Grazie a persone come la Compagnia Laminarie, che gestisce il DOM, il lavoro degli artisti- anche di quelli che non vanno in televisione!- è considerato importante, degno di una retribuzione e di innumerevoli piatti di ottima pasta.
(Il ministro della cultura del governo Berlusconi Sandro Bondi ha detto: "Con la cultura non si mangia".
E il comico e attore Paolo Rossi ha degnamente replicato: "Beh a onor del vero, io qualche panino me lo son fatto".)

domenica, maggio 15, 2011

Dopo

Naturalmente, dopo aver letto 200 pagine di testimonianze dal Lager, eccomi che cucino e trangugio felice due etti di pasta col ragù e agnello alla griglia.
Vero è che Giuliana Tedeschi, una delle testimoni, dice: "a volte mi chiedono se mi senta in colpa per essere sopravvissuta. Ma come potrei sentirmi colpevole? Io non ho arrecato danno a nessuno".
Ecco, allora giù di piadine e macedonia di fragole.

Comunque, dopo questo weekend un po' triste di letture serie e litigi tra gli amici (con il tempo atmosferico complice nel raggiungimento di uno stato di pre depressione che era un po' che non si faceva vivo da queste parti), le cose non possono che migliorare.
E alla fine di questa settimana ci sarà il laboratorio di narrazione illustrata!
La curiosità di vedere cosa succederà dopo, lo so, mi salverà la pelle.

mercoledì, aprile 20, 2011

Dove sono uguali

Ci vestiamo a righe perché sì, perché punto. Anzi no, perché riga.
Ci vestiamo a righe e riga.
Tutt'e due bianche e nere orizzontali, che fanno di Alice un pescetto sottolio un po' buffo, e di me un inquietante carcerato stile fratello Basettoni.
Non importa, ci mettiamo le righe.
Proviamo minuti 120 circa la sera prima in camera mia, dei quali 70 circa di prova vera e propria e il resto chiacchiere.
Dalle nostre borse escono libri pieni d'impronte di vecchie merende, amati letti riletti persi ricomprati prestati restituiti presi in prestito mai più restituiti oddio dove l'ho messo è sotto il letto, mamma me l'ha preso è stato lui.
I miei libri di questo tipo sono:
Gli Sporcelli, Roald Dahl
Per fare un prato, raccolta di poesie di Emily Dickinson (molto chic)
Un folletto a righe, Marìa Puncel, che è anche il motivo per cui siamo vestite a righe.
Quelli di Alice sono:
Beniamino e Biscotto
Agostino e la trombetta
Le favolette di Alice di Gianni Rodari
Piccolo fiore giallo.

Bene, li abbiamo spalancati davanti a noi con tutto il loro carico di personaggi, ricordi e bicchieri di nesquik.
Dobbiamo leggerli a quaranta cinni di seconda elementare.
In un'ora.
Come si fa?

Per fortuna io l'Alice l'adoro, un po'. Se propongo qualcosa non dice mai che fa schifo, a parte quando fa schifo. C'è uno strano meccanismo che s'innesta di flusso continuo d'idee e nessuna paura di essere giudicati, nessun atteggiamento da maestrini, solo puro brain storming, come dice Lapo Elkann al suo creative team durante i briefing subito prima dell'happy hour.
Così ecco quello che facciamo:

io mi presento ai bambini disposti in semicerchio nella palestra della loro fighissima scuola sui colli trascinando per terra una vecchia borsa di tela piena di tutti i nostri libri.
Chiedo ai bambini di tirarla su e dico: "ma com'è pesante, ma tu riesci a portarla? io no!".
Racconto che vivo in una casa grande appena quanto me
"seee daaaai, chiccicrede!"
"Giuro!"
"E come dormi, in piedi?"
"No, sdraiata sui libri!"
perché i libri mi piacciono così tanto che non solo me li compro in tutte le librerie, ma li prendo anche in prestito in biblioteca e me li regalano tutti, parenti amici fidanzato sconosciuti.
"Eeeeehssè sconosciuti!"
"Giuro!"
"Che fortuna!"
E così devo fare un po' di posto in casa, ma non voglio buttarli. Come faccio, Alice?
E Alice dice:
"Se ne può fare di tutti questi sette uno solo".

Qualche bambino dice tagliandoli e ricucendoli, altri propongono di metterli uno sopra all'altro, o in fila, o di traverso, finché uno ci azzecca e dice:
"li leggiamo tutti e poi vediamo dove sono uguali".

Ecco cos'abbiamo fatto, in effetti, nei 70 minuti di prova più chiacchiere.
Abbiamo letto e unito e analizzato e diviso e incastrato e tirato le parole, i nessi e le analogie per i capelli per formare un unico lungo libro dei sette che avevamo selezionato.
Con il caos allegro di capelli dritti, croste e lentiggini tipico dei settenni, è venuta fuori una cosa talmente bella, spontanea ed emozionante, che quando un bimbo ha gridato:
"ma è uscita una storia bellissima!"
non ho saputo rispondere niente.
Alice ha cominciato a suonare il violoncello, io a leggere il piccolo fiore giallo, loro incantati dall'archetto e dai crini che saltavano, e le maestre che ci ringraziano alla fine le prendiamo come un invito a continuare.

A casa, con le maglie a righe pregne di sudore, ecco quello che pensiamo:
ecco quello che sono le nostre vite, una continua ricerca di cose differenti scovate dal passato di diverse persone, uno spalancarsi di ricordi e personaggi e pomeriggi interi passati a trovare le analogie e gli incastri necessari a renderle una storia che esca bellissima.



mercoledì, febbraio 02, 2011

Nip/tuck

Mi sono dovuta togliere il berretto di lana nero, che la nonna mi ha regalato per Natale prima che tutta la faccenda scoppiasse e io diventassi una persona diversa anche se in fondo sempre uguale.
Anzi.
Prima ho dovuto bussare alla porta blu; nel nuovo reparto di ginecologia del Maggiore hanno messo solo porte blu enormi (se no come ci passano i letti, testina?). Pensavo ci fosse bisogno di prendere un numero come dal salumiere, visto che la stanza era piena di persone
(donne)
con la faccia di chi aspetta solo cose brutte.
Io, non so perché, mi aspettavo solo cose belle. Non bisognava mica prendere il numero, bisognava bussare.
Mi hanno detto subito "avanti" e io ho detto "sono qui per farmi medicare una ferita",
come se fossi caduta dalla bici e sbucciata un ginocchio.
(Sono inciampata su un bisturi e tagliata la pancia a metà).
Mi hanno detto subito "spogliati" e
mi sono dovuta togliere il berretto di lana nero, che ho portato così poche volte da quando me l'ha regalato la nonna per Natale, poi la sciarpa, il cappottino rosa, la maglia viola con le tasche
e sono rimasta in reggiseno che adesso mi sta tre volte, che culla le tette come una mamma stanca. I pantaloni li ho potuti tenere, e anche gli stivali: su quelli ho dovuto mettere però dei sacchettini di plastica blu, per proteggere le suole.
Uguali a quelli che ho messo sui piedi nudi in sala operatoria, per proteggere le piante
(da cosa? Forse mentre dormivo mi hanno fatta camminare?)
La pancera, anche quella l'ho tenuta, me l'ha slacciata l'infermiera riccia poco prima di stendermi sul letto.
Mi ha detto: "piano piano sai"
e poi
"cos'è successo a questa panciotta?"
Forse un giorno, insieme alla pelle provata dall'intervento e dall'improvviso dimagrire, mi s'invecchierà anche la faccia, e allora le persone non mi diranno più "bimbotta", "panciotta", e cominceranno a trattarmi con il distacco che si riserva a chi è in grado di badare a sé.
Stesa sul lettino non mi vedevo il taglio, chiacchieravo e raccontavo della mia ciste Maciste, nata in un'ovaia e poi cresciuta insieme a me. Chissà a quanti episodi della mia vita ha assistito, chissà se mi ha visto dare il primo bacio, se si è mossa insieme a me tutte le volte che ho fatto l'amore.
Avrà mangiato quello sformato di spinaci che ho preparato per Sara, e che non mi è mai più riuscito così bene? Sarà stata ferma con me mentre morivo di paura in mezzo alla stanza buia delle sessioni di nascondino cieco?
(Non posso giocare, dicevo, perché soffro d'asma e con il fiatone è troppo facile trovarmi, non è valido).
(Quante volte ho ripetuto in questi giorni che non ho né mai ho avuto problemi respiratori, e a quanti anestesisti e medici diversi, non so).
(Da piccoli si ha più paura della paura che paura stessa).
Mi hanno detto
"si è alimentata con gli estrogeni della tua ciccia, succede qualche volta ed è successo a te",
(che culo)
poi ho sentito un bruciore mentre ero stesa sul lettino, una sensazione di paglietta da piatti che s'incastra nei rebbi di una forchetta.
"E' normale?"
"Certo, è il Betadine".
Sentivo la pancia diventarmi arancione e pensavo fosse finita lì, torni tra due settimane, arrivederci.
Invece l'infermiera riccia è ricomparsa in cielo con un paio di pinzette come quelle che userebbe Polifemo per togliersi i peli dal naso, e io ho chiesto
"Ma mi toglie già i punti?"
e allora ecco, visto che a sentire tutto lo staff del reparto la mia ferita è bella da mozzare il fiato, mi hanno tirato via la seta nera che la teneva unita, idealmente al riparo da qualsiasi rischio di rottura, emorragia, collasso, implosione.
Adesso deve farcela solo la mia pelle, quella che ancora non ho avuto il coraggio di sbirciare perché chissà come sarà vizza, chissà io nuda con metri e metri di pellicola molliccia ballonzolante come membra di lumache, chissà sarà rossa,
"Ti tolgo un po' di crosticine, il resto le devi togliere tu, ok?"
Ok!
E così inerme, a pancera spalancata, arriva il mio chirurgo preferito
("signorina, questo è un cistoma...mmmh...più grande di lei. Ciclopico! Quando abbiamo finito di operarla peserà 20 kg di meno")
(25)
che quando mi ha stesa sul lettino la sera del mio arrivo, mi ha chiesto
"Cosa fai nella vita?"
come se potessi avere una vita all'infuori di lì, di quella pancia, del terrore e della malattia.
Sentivo i miei capelli farmi da cuscino e il mio chirurgo preferito baciarmi e dire che devo andare da lui, per un'ecografia, per il controllo, e sentivo il lucidalabbra che mi ero messa al mattino asciugarsi e sapere di mirtillo.
Poi sentivo i punti andarsene pian piano, uno dopo l'altro come i salti di un sasso sull'acqua, e ogni punto che saltava era una preoccupazione che se ne andava via, un brutto ricordo che scompariva, un dolore, una disillusione, per lasciare il posto a una vita liscia, a dei giorni segnati di rosso ma piani, chiusi, sigillati dalla stessa forza che dovrà avere la mia epidermide, me stessa elastica, che decido da sola se avere paura o no e, se sì, per cosa.
Ma sul momento non ci pensavo, a tutto questo.
Pensavo solo che stavo bene e che la sera per cena avrei preparato il purè.



lunedì, dicembre 06, 2010

Il Rosso e il Meow

Ci sono due antefatti:
1) sto rileggendo "Le ceneri di Angela", il che non è mai un buon segno perché, per chi non lo sapesse, si tratta dello straziante resoconto in prima persona di un'infanzia irlandese a cavallo tra gli anni 30 e 40, una roba che alla fine capisci esattamente cosa dev'essere la miseria, non avere neanche una coperta né un pezzo di sapone, né niente da mangiare ma proprio niente niente, per chi non lo sapesse (tipo me, che mi lamento della muffa sui muri della cucina, per dire).

2) Il mio giardino è praticamente un ferro di cavallo quadrato che vede nel lato più lungo una spessa aiuola in preda alle erbacce (una volta vantava piantagioni di rose, pomodori e zucchine, e com'era bello quando nascevano i fiori verdi e arancioni e la mamma li cucinava fritti, ah, l'infanzia ricca lontana dall'Irlanda e dagli anni 40, che figata), e l'estremità dei lati più corti è delimitata da due cancelli che danno sulla strada principale del paese. Dalle sette e mezza del mattino alle due del pomeriggio è un infinito susseguirsi di tir e vespe e trattori e smart e suv e corriere che smarmittano e strombazzano cingolando sulle catene obbligatorie.
Poi c'è una pausa fino alle quattro in cui tutti mangiano o si riposano o guardano "Uomini e donne"; allora si può anche attraversare la strada di sghimbescio senza preoccuparsi delle strisce, andando lenti lenti e godendosi il silenzio ancestrale che permea tutto il paesino come liquido amniotico un bebè. Alle quattro e mezza tutto ricomincia perché suonano le campanelle e chiudono gli uffici, perciò ecco che la strada torna a popolarsi di pulmini, monovolume, panda, mini minor, polo rosa con la faccia di Hello Kitty sulle portiere e autobus ribollenti di studenti sfiancati. Il traffico il fumo il rumore durano fino alle otto e mezza circa, quando passa l'ultima corriera a ributtare avanzi semi digeriti di pendolari con l'orario massacrante.
Dopo, ci sono solo schegge impazzite che si gettano a razzo verso i piaceri proibiti della grande città, ma sono casi rari, isolati. I più se ne restano incappucciati sotto il plaid a dimenticare l'indomani davanti a una puntata del commissario Montalbano, e la strada dorme silenziosa fino alle sette e mezza del mattino, quando tutto ricomincia.

E ora, veniamo al fatto.
Nel giardino di casa mia si aggira un gatto rosso.
Non è un randagio, uno di quei soldati con un quarto d'orecchio, gli occhi guerci e la coda a metà; è tondo, col pelo folto e ben curato, tranquillo.
Deve venire dalla casa dei dirimpettai, perché a volte l'ho visto scavalcare il loro balcone, fermarsi placido nel loro giardino come se fosse roba sua, e poi perché assomiglia un sacco al mio tondo e folto dirimpettaio.
Quando riesce ad arrivare nel mio giardino, si nasconde sotto la tela cerata che ricopre il motorino del Babbuddha. Resta lì un pochino a lavarsi le zampe e la coda, poi gironzola per l'aiuola fiutando le sterpaglie e mangiando la pianta gigante di erba limoncina.
Se mi scordo di chiudere la finestra della mia camera, che si affaccia proprio sul giardino, la Prisci sale sul davanzale, si accorge del gatto rosso e comincia uno spettacolo che non so se definire desolante o commovente. Prende a strusciarsi contro il muro, inarcando la schiena e arruffando il pelo, gonfiandosi come zucchero filato, miagolando come se dovesse farsi uscire un pulcino dalla gola, gli occhi fissi sul suo simile felino.
Che se ne frega.
Lui la guarda un po', resta a fissare la Prisci indemoniata con aria impassibile, tira fuori la limetta per unghie e inarcando un sopracciglio dice "beh?" e se ne torna nel suo giardino.
La Prisci vorrebbe incontrarlo, lo so.
Appena lo vede, corre a miagolare davanti alla porta di casa appendendosi alla maniglia, e tutto -il miagolio, le orecchie, il piccolo corpo peloso- supplica di lasciarla uscire e incontrare il rosso.
Io non so che fare.
Ho paura che possano azzuffarsi, o scappare insieme.
Finire oltre il cancello e spiaccicarsi sulla strada sotto le gomme termiche di una smart.
Arrampicarsi su un albero e non riuscire a tornare giù.
Decidere di restare uniti per sempre e abbandonarmi.
Il cuore indebolito dalle storie dei poveri bimbi di Limerick, vorrei aprire il portone e lasciare uscire, libera, la Prisci: darle la possibilità di scegliere il proprio destino, vedere cosa farebbe se, osservare le reazioni come un'inviata di Richard Attenborough.
Non so che fare. Se magnanimamente promuovere un possibile amore o malvagiamente impedirlo non girando la chiave nella toppa.
E se fossi io, nella sua situazione? Se solo una serratura e un gatto grossissimo fossero di ostacolo alla mia felicità? Che farei, odierei il gatto despota che mi tiene rinchiusa? Salirei sul davanzale ogni mattina per vedere il mio bel rosso? Me ne farei una ragione?
Almeno non avrei più la tentazione di leggere Frank McCourt e le sue storie di febbri tisiche, così il cuore mi s'indurirebbe e i problemi morali, per un gatto rosso sconosciuto, non me li porrei tout court.







mercoledì, novembre 03, 2010

Niente accade per caos


***Attenzione. La crudezza di alcune scene contenute in questo post potrebbero urtare la sensibilità di alcuni lettori. Mai come le dichiarazioni del premier, comunque.***


Alla fine è giunta l'ora, io credo.
Scrivo all'amica Daniela, che era tempo di farlo.
Scrivo:
"Ho deciso, Daniela, voglio partecipare a un incontro. Se riesci a farmi sapere quando e dove lo si organizza dalle mie parti, sarò felice di andare."

La risposta della cara Daniela, sempre dolce, è precisa e solerte.
Dice:

"Cara, sono contentissima. Allora, chiama lei e ti dirà tutto (segue numero). Ma ricorda: dal momento che prenderai questa decisione, probabilmente ti capiteranno degli ostacoli che ti impediranno di seguire questa strada. Tu considerali tali, e vai avanti con l'incazzatura di chi dice sì, li voglio proprio superare. Non preoccuparti, e fammi sapere!"

Ecco.
Io credo nel destino, da sempre. Per me non è un caso se cade una foglia che dio non voglia che va a sbattere su un cornicione e fa inciampare un piccione che caga sopra un gatto che strilla come un matto che si nasconde in un cassonetto dove trova una sardina che porta in cucina che mia madre grigliò sulla carbonella che al mercato mio padre comprò; come in un famoso serial televisivo dal finale deludente, per me tutto è collegato.
Alcuni dicono: "ma dai, non c'entra niente. Tuo padre comprò al mercato quella carbonella perché ne aveva bisogno e la foglia cadde perché autunno, non per fare trovare a tua madre una sardina. Andiamo, Choppa, cosa vuoi che sia. Siamo atomi che galleggiano incollati dalla casualità, non farti mica prendere da 'sti trip che poi non ne esci mica".
In effetti, c'è da dire, non ne esco mica.
E non è mica un caso, se non ne esco (che vi avevo detto?)
Appena Daniela mi ha parlato degli ostacoli, ecco cos'è successo:

1) dopo una mirabolante cena di sushi, sono tornata a casa sotto il dolce rollio d'inerzia da Futomaki, e ho dormito (un po' male, devo dire, ma vabé), cullata dai rumori di risacca del mercato del pesce di Tokyo;

2) il giorno dopo, un improvviso attacco di vomito a idrante mi fa sommergere coprimaterasso, lenzuolo, coprilenzuolo, piumino e copripiumino di avanzi di sushi e Futomaki;

3)lo stesso giorno, la mia fronte comincia ad assomigliare al piano di cottura sul quale la sardina portata dal gatto mia madre grigliò, temperatura a livelli di un forno da terracotta, mal di gola, tosse grassa catarrosa di quelle che ti rivestono le tonsille di una spessa patina mucotica densa come placenta e collosa come Coccoina, impossibile da debellare;

4) lo stesso giorno ancora, la Prisci pensa bene di rifiutare sonoramente gli ottimi croccantini manzo flavoured della prestigiosa marca Almo Nature, rovesciando la ciotola e andandosi a nascondere sul letto a castello con fare sdegnoso. Non scenderà fino all'acquisto di più consoni croccantini pollo flavoured, peccato che io al momento non possa nemmeno uscire di casa, perché...

5) ...due giorni dopo, un herpes delle dimensioni di un mandarino natalizio si sbuccia sul mio labbro superiore. E questo amici è un grande classico che sicuramente a voi che leggete il Wonderful Blog non suonerà affatto nuovo. Ho le difese immunitarie azzerate: vuoi lo stress, vuoi il freddo, vuoi l'avvicinarsi della fine di X factor; e come sfioro il minimo batterio mi orno di herpes come di ninnoli la credenza della nonna. Sono uno sbrilluccicare di croste da far invidia a due eserciti di patate al forno;

6) con tali croste, domani dovrei andare a farmi curare una carie dal dentista (ovviamente dovrò rimandare, a meno di non volermi far vomitare in bocca dal pur simpatico odontoiatra di fiducia);

7) mio padre si è rotto un piede. Cadendo dall'ultimo piolo di una scaletta basculante della sua casa di montagna. Così, "perché credevo che era finita". E invece no, babbo, non era finita, e tu hai poggiato rovinosamente l'algido piedino al suolo, ignorando il tuo destino (e l'ultimo piolo). Ma niente accade per caso;

8) alla fine il mio libro, agli editori, non è piaciuto. Gli editori, pur essendo amici, si sono premurati di assicurarmi che non è che non sia piaciuto solo a loro, ma l'hanno trovato noioso anche tutta la sconfinata cerchia di loro amici, e di amici di amici, e di amici di amici di amici e anche altri editori, eh, te lo garantiamo. E' peso, è troppo denso, nessuno ha voglia di leggerlo, non te lo pubblichiamo. Però non ti preoccupare, eh, che scrivi bene, che alla fine qualsiasi cosa farai da grande oh, almeno ci hai provato. Ah beh, allora sono a cavallo.

Riassumendo.

Adesso mi ritrovo:

febbricitante, coi capelli unti come una padella dopo un'omelette, sputante catarro, col naso tappato e il labbro devastato, un dente cariato, un libro bellissimo non pubblicato, un babbo ingessato, un gatto incazzato, un piumone invomitato, un appuntamento concordato.
Sì.
In barba a tutte queste sfig...ah no, scusate, in barba a tutti questi ostacoli, io ho deciso comunque di partecipare alla riunione.
D'intraprendere questo cammino, perché lo sento nel profondo. E pazienza se uno stuolo di signore per bene mi vedrà in uno stato che definire pietoso è rendere Michelangelo un naif.
"Choppa, tutti questi segnali significano che stai scegliendo la strada giusta, vedrai".
Ah certo, vedrò.
Chissà se sceglievo la strada sbagliata, che cazzo succedeva.

lunedì, febbraio 22, 2010

Torcicolloquio


In attesa che sia venduta la decimillesima copia del mio libro, che mi permetterà di campare di rendita per parecchi mesi senza dovermi preoccupare del salatissimo costo del Monge al manzo per la Prisci, cerco lavoro.
D'altra parte, è lunga far arrivare il 2040.
Da circa due mesi sto tenendo impegnata la mia casella email con allegati, curriculum, spettabile azienda e grazie in anticipo, senza che nessuno si degni di recapitarmi uno straccio di le faremo sapere, neanche fossi l'ultimo degli stronzi. O dei laureandi disoccupati, per dire.
Faccio tutto ciò che rientra nel necessario: guado i fondi paludosi dei siti di annunci sperando di trovare il corallo raro di un'offerta interessante che possibilmente non rasenti il demenziale (quelli che mi fanno più ridere, ahah, sono gli annunci di persone aliene alla vita che cercano giovani laureati, max 25 anni, con almeno due anni di esperienza maturata nel campo della vendita/marketing/segretariato/fresatura al tornio, ahah, che conoscano due lingue e l'uso di Linux e Ubuntu, automuniti e con spiccata predisposizione per i contatti interpersonali. L'utilizzo di un lessico forbito per mandare affanculo il capo reparto costituirà titolo preferenziale), aggiorno e modifico il mio curriculum in base alle richieste dell'azienda che m'interessa, redigo misurate lettere di accompagnamento, invio e aspetto.
E aspetto.
E aspetto.
E aspetto.
Finora, solo in tre si sono degnati di mandarmi una risposta. E mi considero fortunata.
La prima veniva dalla redazione di una testata giornalistica internazionale, in cerca di collaboratori free lance, siano essi interessati al giornalismo o alla traduzione non importa, li vogliamo lo stesso, ti contatteremo presto per un colloquio, tu aspetta solo due settimane massimo tre e vedrai che ti richiamiamo. Questo a dicembre. Vabé.
La seconda è stata una telefonata di un tizio che aveva trovato il mio numero su un vecchio annuncio messo su Kijiji da una me diciannovenne in cerca di lavoretti part time (come adesso, ma con meno disillusione). La telefonata è andata più o meno così:
"Pronto?"
"Pronto, ciao...senti, ho visto l'annuncio".
"Quale annuncio?"
"Quello che hai messo su chigigi, quello delle ripetizioni"
"Ah, ma l'ho messo anni fa...comunque ok, hai bisogno di lezioni?"
"Sì".
"...di cosa?"
"Ehh ergh ahm...d'inglese".
"Sì."
"..."
"Sei di Bologna?"
"Sì."
"Allora vuoi che ci vediamo?"
"Eh...eh ma sì ma dopo le lezioni...cioè dopo le lezioni facciamo sesso?"
Tu tu tu tu tu tu tu tu.

La terza è stata una telefonata ricevuta poche ore fa, inutile descrivervi il mio sollievo al sentire una voce femminile. Veniva dalla responsabile del personale di un'azienda che ho contattato venerdì scorso.
Cioè, non so se mi spiego: venerdì scorso. Solo un weekend di mezzo tra invio del curriculum e telefonata di risposta.
Io parlo bene due lingue, a parte quella madre, e discretamente una terza. So usare il computer, strumento per il quale posseggo pure una sostanzialmente vacua patente europea, ho esperienza di traduzione e interpretariato in vari campi. Ho 25 anni.
Ok, non sono laureata, non ancora almeno, ma quest'azienda mi ha fissato lo stesso un colloquio.
Per domani.
In centro.
Sembrano seri.
Io no, non molto.
Sarebbe per fare la guida in un "noto museo bolognese". Bene, ho sia competenze che passione per la storia dell'arte contemporanea, c'è anche un esame sul libretto che lo prova. Mi piacciono i musei. Sono sicura (e fiera) della mia dimestichezza con le lingue straniere. Ho la mente aperta, mi piace trattare con persone di altre culture. Posso farcela. Sono in gamba.
Me la faccio sotto.
E' il primo colloquio della mia vita. Il mio primo colloquio "serio", e per un lavoro che so che potrei svolgere bene. E allora, cos'è che mi blocca così, di cos'ho paura?

...non so voi, ma io una guida museale grassa non l'ho mai vista.


mercoledì, agosto 26, 2009

Talenti


Scopro con sollievo che Noemi di Berlusconi è stata insignita del premio "Talento che verrà" dalla città di Valva, famosa per il percorino e l'olio, a giudicare dall'articolo su Repubblica, e per il più sapido giuoco di parole che l'accostamento Valva/doti delle sue premiate concitante invita.
Un rapido pensiero: ma il talento, per sua definizione, non è innato? Non è che debba "venire" prima o poi nella vita, uno talentuoso o lo è o non lo è.
Non importa: finalmente si riconosce a una ragazza la propria bravura, e in questo senso muovo un'aspra critica al sindaco di Valva. Il prossimo anno, al posto del futuro "verrà" opterei per un presente "talento che c'è", come Dio sulle autostrade: in effetti, non è da tutti riuscire a fare, come si mormora nei club più blasé, "gli gnocchi col culo".

Scopro con rassegnazione e una punta di orrore che Marco Carta è in cima alla classifica di Mtv TRL. 
Se c'è una cosa  che mi fa imbestialire è la canzone "Dentro ad ogni brivido".
Non solo questo ragazzino viziato ("ma è orfano!" esclamano indignate e incredule le mie lettrici più giovani. "E allora?" replico io, "c'avrà pensato la nonna, a tirarlo su così spocchioso e pieno di sé, o magari l'orfanotrofio") ha il bruttissimo vizio di credersi stocazzo solo perchè ha vinto Sanremo (ricorda, Marco Carta: i Jalisse. Non aggiungo altro), ma ha la supponenza di cantare canzoni alla Claudio Villa senza avere un minimo della cultura, della predisposizione e del fascino necessari.
Ancora di più, mi fanno incazzare i suoi agenti/produttori/autori. 
Possibile che un tizio con la voce vagamente Stiviuonderiana, con la passione (per quanto Marco Carta possa essere capace di passione, intendo...) per la musica soul, debba esibirsi in 'ste melenserie per adolescenti?
Perchè il gotha della discografia fermamente crede che il soul "non tiri"?
Prendiamo Noemi.
No, non quella del premio di Vulva, Noemi di X Factor.
Una voce finalmente potente, originale, lontanissima dal solito sbrodolamento pausinico che impera.
Una ragazza in grado di dare una nuova faccia e nuove interpretazioni ai classici, di spaziare da Finardi a Bill Withers
e che esce con il suo singolo, "Briciole".
Una merda. Testo scontato e musichetta blanda.
Che spreco.
Perchè se fosse più soul, se avesse le palle e lo screzio insiti nel soul, nessuno lo comprerebbe.
E così, invece, ha fatto sfracelli vero?
Per favore non venitemi a dire "ma Giusy Ferreri...", perchè la reputo solo un'imitazione della, lei sì, immensa Amy Winehouse.
Perchè l'hanno voluta far diventare così, una macchietta.
Perchè nel mio Paese funziona così: non devi avere coraggio, non funzionano l'originalità, l'estro, la creatività fuori dai binari. Funzionano i limiti, i confini e le geometrie. Funzionano le macchiette.
La brutta, la bella.
Il secchione, la puttana.
Il cantante carino e bravino che fa canzoncine orecchiabiline.
La ballerina della televisioncina che fa i pompini al presidentino.

sabato, giugno 27, 2009

Dirty Scilla

Prrmiao a tutti, sono Priscilla (detta Prisci, Scilla, Prilla e da un paio d'ore "Vaccaboiaeadesso?!").
Volevo ringraziarvi per aver letto e apprezzato numerosi la mia storia, anche se NON UNO di voi mi ha fatto i complimenti per il fisico. 
Siete tutti molto gentili ma sappiate che me la lego alla zampa. 
Comunque, la novità è che stamattina quella con le cose morbide davanti mi ha infilata nella casetta di vimini che io chiamo "Villa Vomitina", per andare dal "Veterinario quello simpatico e carino" per fare "Un controllino" e "Un richiamino del vaccino".
E lì mi hanno piazzato una manina gelidina su per il pancino e hanno scoperto che sono incintina.
Quella con le cose morbide davanti si è messa a piangere, sia per lei che per me è stata una sorpresa, però ecco, è vero che da qualche giorno i miei capezzoli son  grossi come boe e mi commuovo guardando la pubblicità del Cornetto, quindi forse avrei dovuto quantomeno intuirlo.
Ora.
La conversazione tra la morbidona e Mr. Manona Gelidona è stata più o meno la seguente. Non prendetela per del tutto corrispondente alla realtà perchè mentre parlavano io cercavo di saltare giù dal tavolo e azzannare la splendida riproduzione in gomma di un cuore colpito da Filaria, quindi ero un po' distratta.
Comunque, dicevo, più o meno han detto così (MG: Manona Gelidona, M: morbidona):

MG: Ahiahiahiahiahiahi.
M:...è incinta?
MG: E mi sa proprio di sì....e allora che facciamo?
M (scoppiando a piangere...miaonnaggia, un mese che la conosco e già l'ho vista zigare mille volte, 'sta qua) : c-che....che cosa si può fare?
MG: ah, due cose soltanto. O la si fa partorire oppure si fa l'operazioncina e non la si fa partorire.
M: BUUUUUAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH
MG: Però non faccia così. Non è colpa sua, non sapevamo che era incinta. 
M: M-ma....ma io ma....BUAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH
MG: Allora, cosa succede. Ci sono pro e contro. Questa gattina avrebbe difficoltà a partorire, è piccola, ha il bacino piccolo, è primipara. 
M: allora forse è meglio fare l'operazione?
MG: ...è anche vero che andrei a togliere non solo le ovaie come in una semplice sterilizzazione, ma tutto l'utero. 
M: ...allora non la facciamo!
MG: è anche vero che poi i gattini li potrebbe tenere, lei?
M: n-no. Allora la facciamo (singhiozzi).
MG: guardi, allora si fa così. Lei la voleva già sterilizzare, giusto?
M: sì
MG: allora è un tagliettino un po' più grossettino, ma siamo in questa situazione e il risultato poi è lo stesso e non ha più problemi.
M: ma è che....è che il solo pensiero è....è che io un....un...aborto...io non lo farei mai, e farlo a....farlo a......far......BUAAAAAH
MG: lo so, è brutto, ma non deve pensare che è colpa sua. E le parlo da padrone di gatta: questa qui farebbe molta fatica. 
M: allora....allora ci penso.
MG: certamente. Non troppo però. Non ha ancora il latte ma tra una settimanadiecigiorni partorisce.

Sono rientrata a Villa Vomitina e dopo due minuti di scossoni eravamo a casa.
La morbidona ha parlato nel coso e ha ripetuto molte parole dette da Manona.
Poi ha detto:
"Ok ci vediamo ne parliamo dopo ciao".
Forse era quello con gli occhioni, che magari dirà la sua e poi decideranno.
Non lo so.
Adesso ho una gran voglia di wurstel.


martedì, aprile 28, 2009

Is a warm gun

Non faccio finta di essere serena.
Nonostante penso avrei buone ragioni ("il questionario dei tre giorni è proprio fuori dal tempooooooo" ...questa era per chi come me non si è mai ripreso dall'ascolto seriale di Metallo non metallo), mi sento comunque stressata, dubbiosa, sopraffatta dagli eventi e insicura.
Al solito, insomma. 
Sticazzi a chi dice che dovrei invece guardarmi bene attorno e contare le benedizioni che mi vengono dal cielo e smetterla di pensare troppo. 
Non ci riuscirò, rassegnatevi (questa era per chi come me ha capito benissimo a chi mi sto riferendo).
Perchè bisogna fingere di stare bene anche quando non è vero?
Lo diceva anche Laura Morante moglie pazza (ruolo a lei del tutto estraneo...) ne L'amore è eterno finché dura :
"Ma perchè dobbiamo fingere di essere felici?"
Will Ferguson ha sviluppato bene l'idea di una "fabbrica della felicità obbligatoria" nel libro chiamato, appunto, Felicità.
Adesso sono troppo di fretta (nonchè scazzata) per scrivere qualcosa di sostanzioso a riguardo, comunque ci penso spesso: programmi televisivi idioti, omissione di notizie, revisionismo, negazionismo, coltre di superficialità che scende su ogni cosa, deliberato menefreghismo.
Rifiuto del pensiero. 
Questo perchè viene fomentato?
Perchè se si comincia a pensare davvero alle cose si diventa tristi, poi consapevoli, poi incazzati neri, e tutto questo non è bene, anzi è malissimo. Diventi pericoloso.
Per te stesso? Anche per gli altri.
Allora via con i manuali di auto-aiuto, le seratine cabarettistiche, i glitter i ponpon i nani e ballerine (ANCORA?!?! Si, ancora), i 
"non pensarci, dai! Va tutto bene!"
"maccome Choppa non sei contenta? Stasera c'è la finale di Amici!"
"Che bella giornata il 25 aprile! Choppa che è quella faccia, inaugurano il Coccooooooo!"
lo star male per finta, per non darlo a vedere.
La vergogna del mostrare di aver sofferto per davvero.
Ma perchè? Per non risultare pesanti? E allora, anche se fosse? Anche se mi andasse di voler solo piangere e tenere il muso? Che male ci sarebbe?
Anche se per un fottuto mese non mi andasse di tessere lodi alla vita per i fiori le farfalle il sole la pioggia l'arcobaleno o una stretta di mano, 
e invece volessi sviscerare il dolore che provo, che ho provato, l'angoscia, il perdono, la malinconia?
Ditemi voi cosa ci sarebbe di sbagliato.
Scusatemi tanto se sto per pubblicare un libro, ho decine di persone adorabili al mio fianco, una torta che cuoce nel forno e un tetto sopra la testa e nonostante questo non sono felice.
C'è tanto altro sotto, e io non tollero che mi si debba far sentire in colpa per il fatto che me ne accorga.

martedì, aprile 07, 2009

Sassi


Ieri pomeriggio, tra un servizio sul terremoto e la favolosa vita di Kimora, ho visto "Supertata USA".
La Supertata USA è una signora che va a casa di genitori totalmente inetti e in balìa del totalitarismo filiale, studia la situazione (il più delle volte tendente all'irreparabile), dice: "ok adesso venite tutti qua", tira fuori una manciata di volantini fucsia con su scritte regole come "non si dicono le parolacce", li appende per la casa e dopo un paio di giorni, quando dalle parolacce i bambini passano direttamente alle bestemmie, si rende conto che il problema vero risiede nella relazione tra mamma e papà, e allora li mette seduti sulle Klippan e ci fa una bella ramanzina.
Ieri però il papà, per una volta, non c'entrava proprio niente; l'atteggiamento insopportabile della figliola maggiore (otto anni, per altro di una bruttezza attribuibile, quella sì invece, tutta al genitore maschio), capriccioso, indolente e autoritario derivava dalla debolezza estrema della madre.
Ella le perdonava tutto: urla, insulti, angherie al fratello e sevizie al gatto, ore e ore davanti alla Playstation e trasferelli delle Winx sul muro, tutto le lasciava fare, e quando la bambina si lamentava non diceva "adesso piantala", ma si metteva a piangere e si sentiva in colpa se "non allaccio le scarpe alla piccola perchè ho il colpo della strega".
Allora la Supertata USA cos'ha fatto?
Ha preso la borsetta della genitrice senza coglioni, l'ha riempita di sassi con su scritto "COLPA", "DOLORE", "PASSATO", "DISORGANIZZAZIONE", "SOLITUDINE",  "DISISTIMA" e le ha ordinato di camminare in salita per 5 km con il peso al braccio.
Una volta arrivati in cima, le ha chiesto:
"allora, vuoi continuare?" 
e la mollacciona ha risposto:
"non proprio"
al che la perfida ma pragmatica Supertata USA ha esclamato:
"non hai detto no! Hai detto non proprio! Vuol dire che non sei convinta di volerti fermare! E allora cammina ancora!"
Dopo altri 5 km, ormai sull'orlo dell'enfisema, la mamma ha esalato:
"ok mi voglio fermare anfanfanf".

E la puntata finisce con un bel discorso da donna a Supertata USA sull'importanza di buttare via i pesi che ci impediscono di vivere bene la nostra vita, sul gesto liberatorio di affrontare una volta per tutte gli ostacoli che ci trasciniamo dietro da anni e che tentiamo di evitare per non soffrire, o per paura che ci travolgano, senza renderci conto che proprio il fatto d'ignorarli rende il nostro quotidiano un susseguirsi di angosce e ottuso arrabattarsi, e noi stessi schiavi di un mostriciattolo arrogante odoroso di Nesquik.

Allora ho pensato a quali siano i sassi che mi porto dietro e che cerco di seppellire sotto strati di soffice diniego, e li ho elencati:

1) la multa presa un mese fa sull'autobus non ancora pagata
2) la seconda rata dell'Università non ancora pagata
3) il senso di colpa per essere:
a) incostante
b) inaffidabile
c) indolente
d) egoista
e) cicciona
4) il senso di colpa per essere:
f) ventiquattrenne e ancora mantenuta dai miei
g) indietro con gli studi
h) scontenta di me stessa a prescindere 
i) invidiosa
l) ancora viva quando tanti iracheni, africani, abruzzesi sono morti.

E ho scoperto che sarebbe meglio per me:

1) non avere figli

2) comprare uno zaino più grande.

 

martedì, ottobre 21, 2008

Jude Law, la Gelmini e l'aceto



Potrei parlarvi della protesta studentesca avvenuta stamattina in quel di Bulàgna.

Dirvi che io son d'accordo che non si debbano fregare soldi alla ricerca e all'istruzione, ma aggiungerei come opinione personale -non richiesta- che prima della Gelmini ci avevano già pensato fior fior di Rettorini nonchè Presidini, a intascarsi i soldini delle famiglioline dei loro studentini per dar da bere alle mercedessine invece che da mangiare ai ricercatorini.

Potrei dirvi di alcuni studenti che con sdegno hanno scagliato petardi contro Pier Ugo lezionante a Matematica e negante le assemblee.

Potrei dire di ragazzi dei Collettivi sdraiati sui binari per impedire ai treni di partire.
Così, perchè non vogliono assistere alla sparizione dei loro corsi, perchè vogliono avere il diritto di seguire quante più lezioni possibile (visto che per farlo pagano una media di 2000 euro all'anno) e soprattutto perchè cambiare il piano di studi a novembre è impresa da Yoda.
Potrei cominciare a parlare del fatto che l'università sia una lobby basata sul nepotismo e sull'abolizione del concetto di meritocrazia, potrei indignarmi, dire che la riforma si limiterebbe in realtà a ufficializzare un dato di fatto: l'università è GIA' privata.
Potrei.
Però son qui con la mia cenazione : tazza di caffè d'orzo, tre Tarallucci, due fette biscottate spalmate di marmellata ai mirtilli "Bonne Maman", piatto di patate lesse condite col solito olio ("che non va sprecato, martadiosààànto che lo faccio arrivar dalla Siciliaaaa!"), sale e aceto balsamico di Modena*, morbidamente ficcata nella mia tutona impadellata, coi capelli tirati su col mollettone, in procinto di godermi "L'amore non va in vacanza"e di piangere tutte le mie lacrime pensando a un improbabile Jude Law sensibile, perciò l'unica cosa che voglio in questo momento è starmene in pace ad abbrutirmi nell'accidia carboidràtica, fregandomene del mondo là fuori e sognando di trovare l'amore duraturo nonchè la felicità definitiva grazie a un sito di home sharing.
Ecco, a me, cosa mi manca. Un buon sceneggiatore di desideri.**



*se storcete il naso mi dispiace per voi, per la vostra stoltezza e per il cervello spongiforme che vi ritrovate a furia di seguire le diete a zona.

** "a me mi" non si dice neanche nel giardino del re.

lunedì, settembre 01, 2008

Tutto in Prospettiva

Dopo aver letto questo articolo, il fatto di consegnare in ritardo una tesina, dovermi presentare davanti a sette professori diversi nel giro di due settimane, essere in ritardo ANCHE nella consegna delle traduzioni per la mostra, essere single e paciugona* sentimentale, il sovrappeso, i piatti sporchi nel lavello e la fine dell'estate mi sembrano particolari assolutamente risibili.

ps: ma com'è che si muore in un buco nero? Ti rimpicciolisci come Rick Moranis in "Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi" e in un nanosecondo diventi invisibile e poi morto? Ti si comprimono gli organi finchè non ti stritoli? O soffochi? Oppure sparisci e basta, "puff", e tanti saluti allo shopping del weekend? Perchè nessuno ce lo dice con esattezza?


*paciugona=una che fa dei gran paciughi

sabato, agosto 02, 2008

QuarantasettePercento

Antonio mi ha chiesto di utilizzare il blog per chiamare a raccolta chiunque sia d'accordo nel rifiutare qualsiasi forma di omologazione e assenza di pensiero spontaneo e non convenzionale.
Mi ha scritto: "per favore facciamo partire una rivoluzione, facciamo passare l'idea che seguire i dettami di Mtv, spinaciarsi i capelli come Cobain e snocciolare liriche emo solo perchè va di moda non va bene...prova a spiegare che ognuno dovrebbe pensare per se stesso, dovrebbe avere le proprie convinzioni, non perchè le ha dette quel tizio barbuto là o questo pelatone qua, ma perchè ci crede".
Sì, sì, Antonio.
Io lo faccio volentieri perchè sei un amico e ogni settimana ti fiondi senza remore con me nell'inferno della salsa. Lo faccio perchè anch'io credo che non ci si debba fermare alla prima parola che esce dalla bocca del primo gallinaceo antropomorfo che s'incontra in televisione (o per strada, se è per questo) e prendere per buona la prima-ma soprattutto la più comoda-versione.
Ma ti rendo partecipe di alcune cose:
1. Io non credo nella gente.
2.Non penso mai a essa come massa. Cerco di trovare-quando e se mi va- l'interessante nel singolo. L'interessante, Antonio, mai il buono, perchè il buono puro per me nella gente non esiste, così come non esiste la totale indipendenza, perchè ciascuno, in proporzioni variabili, viene influenzato nei pensieri da qualcosa che, volente o nolente, lo porta a non ragionare mai in modo completamente autonomo. L'influenza può essere dettata da emotività, droghe, passione cieca, follia, comodità, interesse; e se questo è vero per il singolo, figuriamoci per la massa.
Perciò sono convinta che anche se trovassimo qualche "adepto" al movimento, non sarebbe mai davvero del tutto privo di corruzioni esterne, proprio come non lo siamo nè tu nè io. E comunque, visto il punto 1, lo ritengo uno sforzo inutile.

3. Mi piace poter credere che ogni singolo post che pubblico da ormai tre anni su questo blog sia un inno al libero pensiero e al libero agire. Ognuna delle numerose persone- tu compreso- che passa di qui e legge le cose che scrivo, e continua a leggerle, a commentarle e ad apprezzarle quotidianamente, credo condivida o quantomeno simpatizzi con la mia visione del mondo, che come sai è del tutto personale e -mi e ci risulta-piuttosto anticonvenzionale.
Dunque il parlare della necessità di formare una società autonomamente pensante mi sembrerebbe un semplice ribadire concetti che ogni giorno cerco di esprimere, magari indirettamente, attraverso i racconti del mio vivere quotidiano.

4. Kurt Cobain è passato di moda da quel mo'. Adesso i ragazzi non s'inspinaciano più; se mai s'istricizzano come il cantante dei Tokio Hotel.

Comunque, visto che come ti dicevo sei mio amico e compagno fedele di assurde sculettate,
io l'appello lo lancio, però vedi tu, alla luce di quello che ti ho detto, se sia il caso di creare un movimento con me, avido essere asociale e misantropo.

"Chiunque sia d'accordo nel cercare di portare in auge un modo di vivere e pensare scevro da qualsiasi condizionamento mediatico e commerciale, lasci un commento e un cenno di assenso".


Giusto per far star meglio il caro Antonio, che a differenza della perfida Choppa disillusa, nella gente crede e spera, riuscendo a indignarsi ancora per certi atteggiamenti che invece lei considera universali e insiti-da sempre e per sempre ormai-nella natura umana.

lunedì, giugno 16, 2008

Appoggio

Mutter: "Come va?"
Choppa: "Se potessi m'impiccherei"
M.: "Ma siccome non puoi....."
C.: "Certo che posso, chi me lo vieta?"
M.: "Il fatto che non trovi una corda che regga il peso".

Ecco, è in questi momenti che pensi che Elettra non avesse tutti i torti.

giovedì, maggio 08, 2008

E adesso Giudicate un po' questo....

Oddio, che è la novità dei Ratings? Io non voglio sapere se alla gente piace quello che scrivo.
Mi sento già giudicata abbastanza ogni momento della mia vita:
quando entro in un negozio e le commesse mi trattano come l'ultima delle caccole
quando vado dal parrucchiere e sembro un fachiro obeso
quando mi presento a un esame
quando dico di no a qualcuno
quando dico di sì a qualcuno
quando non mi presento a un esame
quando scelgo
quando vado a prendere la W. a scuola e le mamme ansiose mi sferzano di disapprovazione.
Sempre, sempre giudicata.
E pure qui? Pure nel mio diario segreto? Eh no, vè.
Io protesto.
Se proprio volete usufruire di questo servizio inutile, almeno sappiate che non farò caso ai vostri giudizi.
Assurdo.
Io mica scrivo di argomenti interessanti, scrivo solo cazzate personali.
Perchè dovreste dare le stelline alle mie cazzate personali? Non sono piatti da gourmet.
Non sono canzoni, nè pezzi di letteratura.
Sono cazzate personali.
E' come se non fossi più padrona di quello che scrivo, ma dovessi sottostare al sistema blogger che si prende gioco di me e mi controlla attraverso il GIUDIZIO altrui.
Io lo odio il giudizio altrui.
Io odio blogger.
A me piace solo vedere Grindhouse-a prova di morte per l'ottava volta e preparare le torte.

venerdì, maggio 02, 2008

Io lo sapevo.

Io me n'ero accorta, e avevo denunciato l'incongruenza più di un anno fa.
Ieri vado in libreria (sì, ieri, primo maggio, la Mondadori del quartiere commerciale Meridiana era aperta, unico negozio di una desolante serie serrata, a dispetto di ogni sindacato e diritto) e cosa ti trovo tra le ristampe della collana "Piccola biblioteca"?
Lui.
"Cunnilingusville" in formato più piccolo e con un altro titolo.
Quello che avevo proposto io, ovvero la traduzione esatta dell'originale.
Quando si decideranno ad assumermi????

...Dissipati i fumi della spocchia e l'aria da "io l'avevo detto gnè gnè gnè", sono riuscita a scovare qualcosina d'interessante:
"Firmino" di Sam Savage, storia di un topolino lettore che pare abbia fatto il giro del mondo mietendo fans.
"Vuol vedere Praga d'oro?" di Hrabal, mio grande amore letterario, del quale ho letto ancora troppo poco e questa pare l'occasione per redimermi.
"L'eredità di Eszter" di Sàndor Màrai, perchè "Le braci" ha in copertina un dipinto che pare ritrarre del tutto fedelmente mia sorella, e so che non riuscirei a concentrarmi sul testo, visto che continuerei a fissare la copertina per ore chiedendomi come possa essere possibile che Klimt prevedesse l'aspetto di una ragazza che sarebbe nata cent'anni dopo. Dunque ho ripiegato su questo libriccino, sperando che prima o poi ristampino il suo capolavoro con un'altra immagine di copertina. (Vista la mia lungimiranza editoriale, oserei dire, tra un anno accadrà....gnè gnè gnè).

..Si prevedono PIOGGE di recensioni a cuore aperto.
Intanto cuccàtevele qui (nel numero appena uscito, mi sono cimentata in una sbrodolata sentimentale su "Diary" di Palahniuk).

lunedì, aprile 14, 2008

Ci siamo

...faccio mie le iluminanti parole di Piovani:
"C'è un tempo per pensare al pane e uno per pensare all'argenteria".

Manca poco, ci sentiamo stasera per piangerci un po' addosso.

....Oppure no?......