domenica, febbraio 28, 2010

Gooooooood Morning Choppa!


Domani, lunedì 1 marzo, alle ore 17,40 mi munirò di un paio di grosse cuffie, mi piazzerò dinnanzi a un microfono che immagino largo come una pizza di Caruso e...parteciperò alla mia prima intervista radiofonica!
Nell'archivio disordinato della mia testa, la cartellina un po' ammuffita riservata ai documenti "Radio" conserva una manciata di ricordi:

1) Quella volta che andai insieme all'amica Arale a Radio Deejay per sentire Elio e le storie tese a "Cordialmente". Io avevo tredici anni, un paio di anfibi con i lacci bianchi e la pipì che premeva pericolosamente per uscire dopo aver sentito per la prima volta il corto di "Figaro" (chi è scafato capirà);

2) Linus è bassissimo;

3) Uno stereino ovoidale marca "Trevi" con la stanghettina dell'FM piazzata fissa su Malvisi Network, una radio locale che non sento più da allora, da quando mi perdevo tra i Chumbawamba e gli Offspring, pescavo caramelle al miele da un barattolone di plastica e riempivo pile di agende di pensieri estemporanei. La musica che dettava il ritmo, gli anni novanta dentro e fuori dall'etere;

4) Le serate dei Mondiali di calcio passate a guardare le partite con l'audio della tele azzerato, radio 2 a mille con la Gialappa's che commentava, mia sorella Chiara e io stese sul pavimento a tenerci la pancia dal ridere.

5) Da bambina grande come un fagotto, sotto le coperte con Chiara e il buio fuori, sul comodino una radiolina nera e un paio di candele accese, un braccio di babbo a testa, ad ascoltare in assoluto silenzio le Favole al telefono di Rodari.

6) Ogni mattina "Il ruggito del coniglio" mentre pulisco la cucina, mentre guido, per sentire di appartenere a chi non guarda la tv, a chi sceglie un'informazione migliore, un intrattenimento migliore, un mondo ancora libero finché si può.

I miei genitori, negli anni 70, abitavano proprio nel palazzo di radio Alice. Ma di quell'atmosfera, quella vita, non ho ricordi nella mia cartella, solo racconti smozzicati che un giorno cercherò di scrollare dalla muffa dell'approssimazione.

E domani?

Se volete ascoltarmi, potrete farlo in streaming sul sito di Radio Città del Capo, QUI
oppure sulle frequenze 96.250 - 94.700 se sarete a Bologna e provincia.

Vi aspetto!


venerdì, febbraio 26, 2010

MotoChoppetta 10 Hp

Per andare ai colloqui, da che agenzia interinale è agenzia interinale, ci si veste eleganti.
Si assume un atteggiamento che denoti sicumera ma anche umiltà, ci si prepara un discorsino conciso ma esaustivo sulla vasta gamma delle proprie capacità, magari anche pompandole un po', tipo "ho una perfetta conoscenza del pacchetto Office" quando in realtà non sai neanche mandar via l'odiosissima graffetta di Word dopo che per la ventesima volta ti batte il codino sullo schermo per dirti che, ma dai, su va l'accento non va.
Ci si presenta tranquilli, decisi, motivati e mai, ma proprio mai, in nessun caso neanche il 20 di luglio in Arizona, sudati.
Memore di queste poche ma vitali informazioni, mi presento al colloquio agitatissima, col cervello in pappa e bardata di stivaloni al ginocchio e montgomery di lana l'unico giorno di febbraio in cui la colonnina segna più di dieci gradi, dopo che tutto l'inverno mi son coperta solo di giacchine pied-de-poule che mi arrivavano a metà chiappa.
Inutile dire che, sulla soglia dell'agenzia, mi son trovata a colare sugo come un peperone fritto.
Una biondina ha spalancato le porte di un mondo conosciuto solo attraverso i romanzi della Kinsella o, come letteralmente uscito dalla sua boccuccia lucidata da Pupa, "come nel film Scusa ma ti chiamo amore, non so se hai presente, ecco il nostro lavoro è come quel film lì".
"Cioè"- avrei voluto risponderle- "noioso, stupido e vagamente sessista?"
"Cioè"- ha continuato lei- "organizziamo eventi, procuriamo promoter, hostess, modelle, e lavoriamo per l'azienda nella quale andresti a lavorare tu da oltre sei anni".
"Wow, e che azienda è?"
"La Ducati, hai presente? Moto."
"Moto".
Da allora la mia mente è rimasta ferma su quelle due sillabe, ingolfandosi come una Panda nel deserto.
Dovrei studiare un pratico manualetto "di sole dieci pagine, figurati, tu avrai studiato molto di più e cose ben più difficili", di pagine cinquantasei che vantano come espressione più agevole "la distribuzione desmodromica". Da studiare in un mese, in italiano, inglese e francese, durante una formazione che prevede uno svariato numero di tour del museo e della fabbrica della prestigiosa casa motociclistica.
Dinamicità! Professionalità, passione, tute, bicilindrici paralleli a L, entusiasmo, viti!
Vieni a fare la guida, dai!
Io, che appena Valentino Rossi sale in sella mi addormento di schianto sul divano, non avrei mai pensato di poter essere curiosa di vedere che razza di mondo sia quello motociclistico, anzi, non vedo l'ora di poter visitare il museo e lavorare per un'azienda così appassionata a ciò che fa. Non è poco, in fondo.
Da un paio di giorni sto leggendo la storia dei fratelli Cavalieri Ducati e, devo dire, mi interessa. Scopro un sacco di cose, da chi sia Mike Hailwood a cosa abbia inventato l'ingegner Taglioni (la distribuzione desmodromica, appunto).

Dopo il colloquio, torno a casa con due cose ben chiare in mente:
1) provare non costa nulla (nemmeno a loro, infatti la formazione non è pagata, obviously).
2) avranno una maglietta della Ducati della mia taglia?

lunedì, febbraio 22, 2010

Torcicolloquio


In attesa che sia venduta la decimillesima copia del mio libro, che mi permetterà di campare di rendita per parecchi mesi senza dovermi preoccupare del salatissimo costo del Monge al manzo per la Prisci, cerco lavoro.
D'altra parte, è lunga far arrivare il 2040.
Da circa due mesi sto tenendo impegnata la mia casella email con allegati, curriculum, spettabile azienda e grazie in anticipo, senza che nessuno si degni di recapitarmi uno straccio di le faremo sapere, neanche fossi l'ultimo degli stronzi. O dei laureandi disoccupati, per dire.
Faccio tutto ciò che rientra nel necessario: guado i fondi paludosi dei siti di annunci sperando di trovare il corallo raro di un'offerta interessante che possibilmente non rasenti il demenziale (quelli che mi fanno più ridere, ahah, sono gli annunci di persone aliene alla vita che cercano giovani laureati, max 25 anni, con almeno due anni di esperienza maturata nel campo della vendita/marketing/segretariato/fresatura al tornio, ahah, che conoscano due lingue e l'uso di Linux e Ubuntu, automuniti e con spiccata predisposizione per i contatti interpersonali. L'utilizzo di un lessico forbito per mandare affanculo il capo reparto costituirà titolo preferenziale), aggiorno e modifico il mio curriculum in base alle richieste dell'azienda che m'interessa, redigo misurate lettere di accompagnamento, invio e aspetto.
E aspetto.
E aspetto.
E aspetto.
Finora, solo in tre si sono degnati di mandarmi una risposta. E mi considero fortunata.
La prima veniva dalla redazione di una testata giornalistica internazionale, in cerca di collaboratori free lance, siano essi interessati al giornalismo o alla traduzione non importa, li vogliamo lo stesso, ti contatteremo presto per un colloquio, tu aspetta solo due settimane massimo tre e vedrai che ti richiamiamo. Questo a dicembre. Vabé.
La seconda è stata una telefonata di un tizio che aveva trovato il mio numero su un vecchio annuncio messo su Kijiji da una me diciannovenne in cerca di lavoretti part time (come adesso, ma con meno disillusione). La telefonata è andata più o meno così:
"Pronto?"
"Pronto, ciao...senti, ho visto l'annuncio".
"Quale annuncio?"
"Quello che hai messo su chigigi, quello delle ripetizioni"
"Ah, ma l'ho messo anni fa...comunque ok, hai bisogno di lezioni?"
"Sì".
"...di cosa?"
"Ehh ergh ahm...d'inglese".
"Sì."
"..."
"Sei di Bologna?"
"Sì."
"Allora vuoi che ci vediamo?"
"Eh...eh ma sì ma dopo le lezioni...cioè dopo le lezioni facciamo sesso?"
Tu tu tu tu tu tu tu tu.

La terza è stata una telefonata ricevuta poche ore fa, inutile descrivervi il mio sollievo al sentire una voce femminile. Veniva dalla responsabile del personale di un'azienda che ho contattato venerdì scorso.
Cioè, non so se mi spiego: venerdì scorso. Solo un weekend di mezzo tra invio del curriculum e telefonata di risposta.
Io parlo bene due lingue, a parte quella madre, e discretamente una terza. So usare il computer, strumento per il quale posseggo pure una sostanzialmente vacua patente europea, ho esperienza di traduzione e interpretariato in vari campi. Ho 25 anni.
Ok, non sono laureata, non ancora almeno, ma quest'azienda mi ha fissato lo stesso un colloquio.
Per domani.
In centro.
Sembrano seri.
Io no, non molto.
Sarebbe per fare la guida in un "noto museo bolognese". Bene, ho sia competenze che passione per la storia dell'arte contemporanea, c'è anche un esame sul libretto che lo prova. Mi piacciono i musei. Sono sicura (e fiera) della mia dimestichezza con le lingue straniere. Ho la mente aperta, mi piace trattare con persone di altre culture. Posso farcela. Sono in gamba.
Me la faccio sotto.
E' il primo colloquio della mia vita. Il mio primo colloquio "serio", e per un lavoro che so che potrei svolgere bene. E allora, cos'è che mi blocca così, di cos'ho paura?

...non so voi, ma io una guida museale grassa non l'ho mai vista.


mercoledì, febbraio 17, 2010

Vive la Republique per davèr

I miei editori sono persone fantastiche: non solo perché non si fanno pagare una lira per pubblicarti (caratteristica ormai assai rara nel mondo dell'edito...al diavolo, in qualsiasi mondo), e nemmeno perché leggono davvero i tuoi manoscritti (caratteristica RARISSSSSIMA in qualsiasi mondo), ma anche perché scannerizzano di loro sponte le recensioni cartacee dedicate ai loro autori, sollevandoli dall'obbligo di dover trovare uno scanner degno di questo nome in quel dei loro umili paesini del pedemontano.
Dunque, un enorme GRAZIE ai miei cari editori Voras per aver dimostrato ancora una volta di saper venire incontro alle mie necessità di autore tecnologicamente deficiente, ora in grado grazie a loro di potervi far leggere la recensione su Repubblica!

la trovate QUI

Ps: scusate l'italiano approssimativo ma in questo preciso momento mi trovo in salotto assieme a mutter e sorellina che discorrono di tonsille gonfie di pus ed esami del sangue dagli esiti nefasti, mentre Marco guarda il Curling e la cena a base di salmone aspetta solo me per essere preparata.
Insomma, ho da fare! Vi lascio alla lettura.

martedì, febbraio 16, 2010

Viva la Repubblica!

Figata fuori dall'ordinario: il mio umile librino blu è stato recensito su Repubblica!
Da Alessandro Castellari! E io l'ho appena saputo da...mia nonna! Devo ancora leggere la recensione aiuto aiuto come sarà? E l'edicola è chiusa! Devo aspettare due ore! Durante le quali! Saltellerò per tutta casa!
Amici che bello! Poi vi riporto tutto! Senza trapianto!


sabato, febbraio 13, 2010

Altri ritmi (addio per una tromba)

Quando avevo tredici anni suonavo la tromba. Ho cominciato a undici, dopo aver visto per la quattrocentododicesima volta The Commitments e aver capito che forse era il caso di fare qualcosa, di provare a immischiarmi in una passione e trovare un modo per fuggire dalla pessima scuola media.
Ho seguito per due anni le lezioni di un signore che aveva gli occhi da albino cieco e la pazienza di Lao Tse, prendendo il 25 fino a casa sua con la valigetta della tromba sulle ginocchia, alla quale dopo due mesi di inutili spernacchiamenti nel bocchino avevo applicato una foto di Louis Armstrong ritagliata da un numero di "Musica" di Repubblica.
Quando cominciò, dopo mesi di frustranti scale a labbra strette, a crescermi un considerevole calletto sotto il naso, festeggiai mettendo "Il carnevale di Venezia" suonato da Winton Marsalis a tutto volume in salotto e cominciai a girare su me stessa, gli occhi chiusi, al ritmo di quella marcetta di dubbio gusto, ingozzandomi di un pezzo di pane intinto nel sugo di pomodoro freddo e immaginandomi là, in mezzo a un'orchestra multiforme, a suonare.
Mi iscrissi al Conservatorio. Sostenni l'esame di ammissione con addosso la maglietta del Fave club di Elio e quando mi chiesero "prova a farci sentire qualcosa" suonai il tema della Pantera Rosa. Mi fecero cantare un pezzo a mia scelta e chiesero perché, vista la voce che tiravo fuori, non avessi deciso d'iscrivermi a canto, invece. Perché mi piace la tromba, invece.
Mi presero.
Feci un anno di scale, di solfeggio, di alzatacce e voglia di andare a scuola zero nonostante l'ambiente mi piacesse, l'idea di avere tredici anni e studiare in un edificio vecchio, con gli scaloni di marmo, il chiostro affrescato e il pavimento che sembrava di gusci d'uovo.
Sempre con quella custodia in mano, gli spernacchiamenti, la sordina, il maestro che mi ripeteva di non premere sul bocchino, che il suo, di maestro, gli faceva suonare la tromba senza mani, appendendola al soffitto con un filo, perché il tocco dev'essere leggero, mentre io lo sapevo, che Chet Baker alla fine di ogni concerto aveva il bocchino pieno di sangue da tanto premeva.
Feci due degli incontri più importanti della mia vita, uno poi perso, uno ancora vivo, scostante ma presente nel bisogno, come solo le vere amicizie.
Ero felice? Mi vergognavo davanti agli altri, più avanti di me nella teoria, non avevo voglia di alzarmi tutte le mattine alle cinque e mezza per tornare a casa alle otto di sera, come un operaio.
Sempre con la custodia in mano, lo strumento che mi scordavo di praticare eppure amavo, al quale avevo dato un nome, Aretha, che mi tenevo stretto la notte, qualche volta, se avevo fatto un brutto sogno o litigato con i miei.
Accumulavo assenze e sensi di colpa. Andavo alle lezioni di coro, in effetti scoprii che cantare mi veniva molto più facile e mi dava più piacere che suonare, ma non lo ammisi mai, finché non riuscii, non ricordo come, a dare l'esame di terza media, Buono, andare via e cambiare, lasciare perdere, buttarmi nel liceo e in altre aspettative.
Aretha non l'ho quasi più toccata, è rimasta tanto tempo nella sua custodia impolverata dietro la scrivania, nel buco tra il poggiapiedi e il muro.
Mezz'ora fa, appena messi a cuocere i broccoli, Marco mi ha detto che qualcuno è interessato ad averla. La pagherebbe 250 euro più le spese di spedizione.
Io la vendo, ho bisogno di mettere da parte qualche soldo, e poi non la suono più da dieci anni, ormai. Appartiene al mio passato, ai dolori della preadolescenza, a persone morte e persone lontane, a ricordi di altri passi, altri odori di olio per lubrificare i tasti e pelo vecchio, di ottone, al rumore del serbatoio che si apre per sputar via la saliva.
Ora ha bisogno di altri ritmi, di un altro futuro, di una chance di rivalsa per la sua voce da papera costipata.
Chissà se chi la comprerà sarà in grado di sentire il passato che la smalta, al posto del colore dorato il rosso mattone dei muri che mi hanno vista suonarla, al posto dei tasti madreperlati i miei denti bambini che hanno sbattuto contro la sua estremità dura, fredda, che vibrava sotto la mia bocca e le mie perplessità.
Non so se sarà evidente, chissà chi e dove e come e perché la suonerà, la mia Aretha, chissà dove finirà. Certo in un posto migliore, perché io, a parte il silenzio e i ricordi, ora non posso darle proprio nulla.


lunedì, febbraio 08, 2010

Tornando

No ma insomma ecco, oggi sullo stradone c'era il sole che tramontava dietro una collina, dietro la collina con davanti una caserma a forma di baita svizzera che si chiama Isokinetic. Davanti alla caserma c'era questo camion che stava per ripartire dopo aver fatto benzina, perché davanti alla collina c'era pure un benzinaio, stava per immettersi sullo stradone e tutte le altre macchine, tutti i fisioterapisti della Isokinetic, il benzinaio, la collina, gli animaletti che vivono sulla collina e anche il sole, hanno cominciato ad andare più lentamente.
Mi sono vista com'ero alla guida della Kalos nera, come andavo tranquilla quinta volta in un giorno che facevo la stessa strada, ho pensato chissà se in tutte queste cinque volte, e nelle cento e nelle migliaia che ho percorso la stessa strada, chissà se ho calpestato con le ruote gli stessi centimetri di suolo. Magari ce n'è uno che non ho calpestato mai e io non lo posso sapere, però non mi è venuta l'ansia questa volta, di solito realizzare che c'è qualcosa che non potrò mai sapere con certezza mi fa venire l'ansia, stavolta no.
Forse perché tutto andava più lento. O perché in macchina non ero da sola. O forse perché c'era il sole. Se fosse stato tardi, la sera, se fossi stata sola o non ci fosse stato nessun camion e quella fosse stata la sesta, di volta in un giorno, che percorrevo la stessa strada, allora mi sarei sentita in ansia al pensiero di non potere mai sapere se io li abbia mai calpestati tutti i centimetri dello stesso tragitto, ma oggi no.
L'ansia l'ho messa fuori a prendere l'umido dell'inverno, così di notte quando la riprendo dentro e me la metto addosso per dormire ha tirato su tutto l'odore che mi è sfuggito.

martedì, febbraio 02, 2010

Ditemi voi

Io non voglio che questo blog diventi un luogo di mera autopromozione.
Non voglio che si trasformi in una lunga sequela di post sempre più sporadici con link a recensioni, appuntamenti per le presentazioni, cronache di vendita e avventure editoriali.
Però voglio condividere le gioie, le piccole soddisfazioni, le grandi sorprese e le sfighe che mi capitano da quando è stato pubblicato il libro.
Spero che ve ne stiate accorgendo, che non mi faccio solo pubblicità ma cerco di raccontarvi un po' quello che mi succede grazie a e per colpa di Nina.
Ieri sera, per esempio, dopo un bel pomeriggio passato assieme alla grande W. e a Marco, ancora ebbra di pollo arrosto e partite a Munchkin, sono tornata a casa e ho controllato hotmail.
C'era un'email di Magda, la mia ex insegnante di scrittura nonché amica nonché mentore, che mi copincollava un link.

Io non ho mai letto un libro di Valerio Evangelisti. Non frequento Carmilla, suo sito sulla letteratura indipendente, perché mi viene l'ansia, né conosco Alessandro Castellari, ma la mia emozione e il mio orgoglio nel leggere la sua recensione è pari solo alla vergogna per le mie mancanze.
Mi sembra impossibile che uno sconosciuto, su un sito di un illustre per gli altri e sconosciuto per me, abbia dedicato tante e tanto lusinghiere righe al mio libro.

Io non ci credo, secondo me non è neanche vero. Me lo sono inventato, Magda si è sbagliata.
Secondo voi esiste?
Se leggete qui, poi magari commentiamo e mi dite se voi riuscite a leggerla, se esiste davvero.